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Parole ed atti: C

C, ha la forma di un abbraccio ma io la userò per la curva su cui inciampano le emozioni. Lì, tra il collo e la scapola, dove ci sono milioni di punti in attesa come stelle pronte ad accendersi. E’ il pozzo dei desideri dove raccolgo, con gli occhi chiusi e talvolta mordendomi le labbra, baci, trascrizioni labiali e percorsi umidi di passaggi vibranti di scalpitii. Lascio che il tuo dito, scostati con ferma devozione i capelli, scopra nella curva del desiderio cosa c’è oltre la pelle stessa: un germogliare di voglie ambiziose di sbocciare tra le tue mani, il passaggio profumato che si porta addosso in un pomeriggio caldo e inatteso, le parole che, precedentemente sussurrate all’orecchio, scivolano pericolosamente ma coscientemente verso altre curve, quelle intorno al cuore. E’ il momento in cui le mani incedono, frementi, sapienti, come se fosse da una suonare una partitura jazz su un un lembo di brividi. Bastano due polpastrelli per rendere più ampia la suddetta curva, carezzarla di respiri, e adagio spogliarla di timori, imbarazzi, vestiti e altre timidezze. Al mattino ripasso con gli occhi la curva del mio collo che ormai è tua,  un sussulto mi prende a ripensarci: sento la stretta e la delicatezza di un discorso mai interrotto che anche a distanza ci colma di onde sussultorie ed invisibili.

Amata tempesta

E nell’abbraccio del mattino è il battito del mondo che si fa cuore.
Il suono della tua risata è la musica del desiderio.
I silenzi a volte sono equazioni d’amore.
E tu lo sai che sono i tuoi occhi a farmi tempesta.
La mia amata tempesta che sa abbracciarmi con gli occhi e devastarmi.
Vedo risorgere il sole perché ha la luce e il calore degli occhi che si amano.
Abusare di te. Della tua risata, dei tuoi occhi, del tuo calore, dei tuoi silenzi, per spogliarmi e sentirti sulla pelle
E slegati i sogni le mani iniziarono a raccontarsi.
L’odore della notte è quello che resta sulla pelle a scriverti di giorno la nostalgia.
Urgenza di scrivere. Di fare della calligrafia le strade dove passeggiando posso incontrarti ancora, capire e sentirti.
A volte le emozioni sono inspiegabili, colori su una tela senza definizione, senza cornice che restano addosso.
Perchè a sciogliersi basta veramente poco. La luce di uno sguardo che legge fra un batticuore e l’altro.
E tra le stelle incredibili silenzi come rotte di un desiderio mai sopito.
Pioggia che lava tutto quanto tranne che la tua assenza.
I tuoi pensieri così esatti, brucianti, caledioscopici a stringermi i respiri, l’anima ed i polsi.
In definitiva a volte occorre lavare le parole col sale delle lacrime per comprendere forse la consistenza dei rapporti.
È tutto sommato stupefacente quando le parole escono oneste senza nemmeno pensarci e ci offrono vulnerabili eppure sinceri.
Più ti leggo e più mi scopro. È il gioco del rovescio?
Buongiorno anche a quei giorni che non hanno forza ma fermarsi non si può.
La scrittura è una lunga storia d’amore, dove si litiga, ci si appassiona, si cresce insieme per poi lasciarsi andare…
La lontananza è a volte nelle distanze invisibili.

Sono stata al cinema per “Il giovane favoloso” (Martone, 2014) piena di aspettative per il grande clamore di pubblico e di critica che ha preceduto la pellicola fin dai tempi di Venezia. Onestamente credo che sia un prodotto sopravvalutato. La regia e la sceneggiatura sono monotone, il linguaggio con cui ci raccontano la vita di “Giacomino” (nomignolo attribuito nel film e fuori dal film dal cast) è asettico, privo di emozioni e di originalità,  somigliante a una lunga fiction della Rai piuttosto che a un film per le sale. Gli unici guizzi di originalità sono le due sequenze in cui Leopardi immagina le sue reazioni diverse rispetto agli eventi, ma che di fatto non riesce a realizzare, una tensione immaginifica e comunicativa efficace e moderna che spezza il lungo clichè che caratterizza il film. Ho letto numerose recensioni sulla modernità con cui viene presentato il poeta, modernità che spesso è stata omessa (pare) nelle polverose aule scolastiche. Anche questo aspetto mi pare obsoleto. Ricordo fin dalle medie di aver studiato un Leopardi vivo, animato da spirito rivoluzionario per certi tratti, e soprattutto ben consapevole e interessato al contesto sociopolitico a lui contemporaneo, merito di insegnanti illuminati? Tuttosommato anche le antologie su cui studiavo offrivano già un ritratto moderno del poeta, per cui questa innovazione che si addita nel film mi sembra vacua. Inoltre la pellicola si pone nei confronti dello spettatore su un doppio binario: rigidamente resta nei binari del film storico, la cura filologica dei dialoghi e scenografica è ineccepibile, tuttavia presuppone una conoscenza discreta dell’opera del poeta e anche della sua filosofia per rintracciarla nei discorsi che si alternano nella trama. Pertanto si pone in una terra di nessuno tra opera divulgativa e opera per “conoscitori”, lasciando un che di insipido “nel palato degli occhi”. Ci sono elementi che ho certamente apprezzato come la grandiosa interpretazione di Germano, sia nel linguaggio del corpo che nella sublime declamazione dei versi di Leopardi: li ha saputi rendere intensi senza declamarli con enfasi, perchè li ha riempiti di vera umanità. Anche la scelta delle musiche extradiegetiche è azzeccata e smuove la monotonia del racconto. Inoltre ho trovato utile il succedersi degli affreschi storici su Recanati, Firenze, Roma, Napoli al fine di tratteggiare i contrasti culturali e politici in un momento strategico per l’Unità d’Italia. E infine una chicca senza tempo, come i versi del Poeta: “Il mio cervello non concepisce masse felici fatte di individui infelici”.

Nella giornata “ProGrammatica”, riscrivendo Palermo/Buenos Aires di Borges, una sinfonia alla città in punteggiatura.  ( considerando gli hashtag #Programmatica #CMIII/01 #scritturebrevi)

La città si racconta:punteggiature di sorprese reali e intrighi fantasiosi.
La città con i suoi puntini di sospensione … gli sguardi delle persone che si intrecciavano coi miei pensieri.
I vicoli erano virgole in cui sdrucciolavano gli attimi per coniugarsi in tempi e quindi ricordi.
Ho visto le piazze come abbracci stringersi,momenti tra parentesi mentre brillava la Croce del Sud.
Nella mia cartografia delle cose tra “virgolette”: i luoghi sfumati tra sogno, ricordo e realtà.
Il punto fermo mi attendeva a ogni crocevia dove si biforcavano i destini desiderati e possibili.
Ho sognato in due punti che mi fissavano negli occhi: spiegavano senza parole, solo guardandomi.

In realtà c’era un suono di chitarre, un intermezzo di punti e virgole tra i coltelli.
/ E quella barra come una lancia a rinchiudere spazi inaccessibili, trampolino dell’immaginazione.
Tra marciapiedi e lussuriosi giardini, i grattacieli sono esclamazioni verso le nuvole.
E al tramonto sulla mia Palermo, una curva interrogativa di dolcezza incalzante nei miei labirinti.

Il primo mese di scuola

Dopo un mese di scuola mio figlio ha sostituito il fiorentino – romagnolo con il più costiero-viareggino “Papà”, a sostegno che la lingua è il veicolo primo della “comunità”.

Ha imparato un significato nuovo della parola “amico”: i suoi amici si contano sulle dita di due mani, e tuttosommato a volte anch’io posso essere inclusa in questa cerchia che per lui ha un valore di affettività densa.

Ha imparato che stringersi la mano non è solo un modo di camminare, ma di stare vicino e sostenersi.

Ha imparato che nella sua vita, oltre alle donne preferite della sua vita che comprendono nonne, zia e memma, ci può essere spazio anche per “Giulia”, che non sono è bella ma è anche grande ( ha ben 4 anni),  e che tali rapporti si possono rinsaldare con reciproci scambi di disegni.

Ha imparato che io sono in una scuola, che non è la sua, dove sto con altri bambini ( molto “grandi” rispetto a lui, ormai sono in terza elementare) di cui è un po’ geloso, ma è soddisfatto che il sabato e la domenica ognuno stia con i suoi genitori.

Ha imparato che il miglior modo per sciogliere certe maestre è corrergli incontro abbracciandole.

Ha imparato che la scuola è un posto meraviglioso, sebbene dopo 24 ore dal suo ingresso in questo splendido mondo avesse già formulato una proposta di riforma ( sulla scia dei premier che si avvicendano al governo): scuole aperte solo nei giorni di pioggia.

Ha imparato che ci si può “separare” per delle ore, fare esperienze diverse e poi “ritrovarsi” magari anche coccolandosi. Di cosa ha bisogno un bambino prima dei tre anni? Un’amica mi rispose: mangiare, dormire, giocare, e del contatto fisico. Contravvenendo a molte “filosofie” che cercano di insegnare alle mamme come essere tali, talvolta con minacciosi imperativi per relazionarsi con lui come fosse un piccolo adulto, noi ce lo siamo abbracciati tanto Benjamin,  la solidità dei rapporti passa dal corpo, sarà per questo che in ogni distacco con lui c’è sempre stata fiducia da entrambe le parti, da quando piccolissimo sono rientrata al lavoro a ora che è lui che mi saluta. Nessuna lacrima, nessuna scena. E’ forse questo l’amore, allontanarsi, sapendosi ritrovare.

 

Parole ed atti: B.

B di baciarsi? Troppo facile, troppo scontato, troppo inflazionato. B di bastarsi quindi, perchè è un gioco al rialzo senza riposo, una partita a scacchi tra indipendenza e bisogno, dove solo se prevale l’istinto vinciamo tutti. Bastarsi completamente, con i difetti annessi e le omissioni, le mancanze e le imperfezione,  e quel fondo di paura che brucia nel retropalco degli occhi. Bastarsi, anche nei giorni in cui la fame di vita attanaglia con i morsi le certezze, quando confusamente si resta in bilico tra solitudine e sbornia di sensazioni, eppure avere ancora voglia di scoprirsi e il coraggio di andare oltre. Bastarsi, come sull’ orlo del cuore, sapendo che è nello sconfinare che si diventa una sola cosa. Senza molte spiegazioni, perchè in fondo è sapersi,  sostenersi, malgrado il peso di un cielo troppo instanbile per certi voli.

La manomissione delle parole

G. Carofiglio, Rizzoli, 2010

Il testo di Carofiglio è un lungo “racconto” dove l’autore si interroga sul valore delle parole e la “prostituzione” delle medesime tipica dei nostri giorni. E’ un percorso intenso fino a divenire uno specchio per il lettore più attento che con le parole altrui o proprie si trova in contatto quotidianamente in quanto veicolo di comunicazione e strumento per raccontare storie. Si assume così il concetto di “tradimento” in merito alle parole: ogni volta che vengono manomesse, si manipolano, si utilizzano in preda all’assuefazione del loro significato originale e coerente. La riflessione di Carofiglio non è solamente una stimolante introspezione astratta, ma essendo la natura delle parole connessa profondamente con la sopraffazione del potere, ne consegue la rilevanza che la loro manipolazione e il loro uso inconsapevole hanno nel nostro vissuto civile e quindi personale. In particolare L’autore analizza cinque aree lessicali (vergogona, giustizia, ribellione, bellezza, scelta) atttingendo in un’indagine accurata a citazioni letterarie e culturali interessanti, ma soprattutto riferendo esempi tratti dalla nostra attualità civile e politica. Difatti la conosenza e l’utilizzo delle parole sono strettamente connesse al concetto di democrazia, e notevole diviene in questa ottica il ruolo della scuola. Sul doppio binario che interseca  la vita intima e pubblica di ciascuno scaturisce l’urgenza di “vegliare” sull’autenticità con cui usiamo le parole, valore da trasmettere anche alle generazioni più giovani.

Citazioni

A volte le parole vengono usate come immagini sonore, con conseguente scissione dalla realtà.

Le nostre parole sono spesso prive di significato. Ciò accade perchè le abbiamo consumate, estenuate, svuotate con un uso eccessivo e soprattutto inconsapevole. Le abbiamo rese bozzoli vuoti.

“il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell’uguaglianza delle possibilità. Poche parole e poche idee, poche possibilità e poca democrazia; più sono le parole che si conoscono, più ricca è la discussione.” Zagrebelsky

I nomi cominciarono a staccarsi dalle cose, le parole degenerarono in un ammasso di segni arbitrari; il linguaggio era disgiunto da Dio.

E’ necessario che la conoscenza, il possesso delle parole, siano esenti da discriminzioni, e garantiti da una scuola uguale per tutti.

“Una volta delle una cosa, è fatta e devi accettarne le conseguenze” (Regina Rossa, Alice)

Le parole sono anche atti.

La manipolazione e l’abusivo impossessamento di parole chiave del lessico politico e civile.

L’abbondanza di parole e la molteplicità di significati sono strumenti del pensiero.

Scrivere è sempre e contemporaneamente un’esplorazione di sè e del mondo.

La scuola invece siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi.

Il no può avere valore propositivo, costruttivo, creativo.

Dobbiamo ribellarci sempre e in qualsiasi campo. Anche alla manipolazione delle parole: perchè già solo chiamare le cose con il loro nome è un atto rivoluzionario.

Ribellione è responsabilità, autonomia, affrancamento. E’ rimedio contro la bruttezza, l’umiliazione la perdita di dignità. La ribellione è la via per la bellezza.

La bellezza non è un ornamento. E’ una forma di salvezza e insieme una categoria morale. E’ il sintomo, o forse, più precisamente, il farsi visibile concreto del bene morale.

Il bello “risveglia e approfondisce in noi il senso della vastità e della pienezza del reale”.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti. (A.Gramsci)

Immaginare un linguaggio significa, sempre, immaginare una forma di vita.

Immagini del mio mondo

 

A, l’abbraccio. Quello lungo quasi estenuante che avveniva prima con gli occhi, per un tempo indefinito dove tutto il corpo rispondeva col cuore in festa. Trovarsi nello sguardo tra altri centinai di sguardi, tenersi stretti con la luce di chi scrive le parole addosso senza pronunciarle. E quindi stringersi, lentamente eppure con avidità e in un momento, in quella morsa da togliere il fiato, sentire i giorni, i chilometri farsi leggerezza e ritrovarsi. Riconoscersi dai battiti e dal profumo, lasciare che siano i brividi sulla pelle a dialogare, perchè ci sono silenzi in cui i respiri non hanno bisogno di verbi o di sottintesi ma solo di aversi. Tenersi senza sapere bene per quanto e come, ma solo per il piacere di essere ancora insieme. Come se alla fine l’abbraccio così stretto e intenso fosse il geoide perfetto, capace di includere tutto il mondo e ogni sua aspettativa. Non c’è tempo di pensare in questo vocalizzare in questa A. Già le nostre mani scavano oltre il caos che i tempi sovrappongono sulle nostre emozioni, sono oltre i confini a aggrapparsi al sogno che si è fatto abbraccio fra le tue mani scoprirmi.

Modi di credere alla vita

Passano i tempi con variazioni inattese, ci si ritrova come se mai ci fossimo salutati. E arrivano le parole esatte che curano.
Tu che sai leggere i miei silenzi e sai stare vicino senza clamore, pensarti è un rivolo di gioia.
Amavo i suoi racconti, erano un viaggio per credere alla vita.
E ancora sole a asciugare la pioggia e altri temporali meno rumorosi eppure implacabili, le tempeste dentro.
Certi sguardi sono il segnalibro delle nostre giornate: il tempo scorre, ma solo in certi occhi si tiene il segno di sé.
Siamo partiture, in attesa di farsi armonia tra le mani.
Mi sono lasciata prendere, da te. E non voglio liberarmi.

Nel levarsi del sole anche le certezze si addolciscono: si schiudono sorrisi per amore e in tutto ciò la vita accade.
È nelle parole che le memorie personali trovano un senso comunitario e di identità.
Tacitamente anche col silenzio si partecipa alle emozioni altrui, uno scalpello attento che scalfisce in profondità.
E il soffio dei sogni a spingere verso Terre proibite.
Gli inizi sono sempre un buon modo per affrontare i silenzi.

ripullulailfrangente

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