Cielo Blu profondo. Il vento scuoteva le palme rendendole allegri fuscelli ai suoi soffi, il mare un gigante di schiuma arrogante e intorno il suo odore di salmastro si appiccicava ai vetri delle auto e sulla pelle. Avevano giocato davanti a una candela prima negli occhi, poi seguendo il cammino delle parole e sulle labbra immaginare respiri, con le dita a sfiorare i polsi, a intrecciarsi, a afferrarsi tenersi con la forza delle mani e dello sguardo. Poi un bacio profondo e ancora mille altrettanto capaci di togliere il respiro e ossigenersi. Il camper di David era lì, a due passi dalla spiaggia, lo usava per ritirarsi a dipingere, per spostarsi in cerca della luce giusta o per raggiungere rassegne e mostre. Era piccolo e datato, ma accogliente. Entrarono concitati e dopo un bacio altri mille e le mani frugavano tra le calze ed i jeans una voglia antica appartenuta a un passato in cui si erano solo sfiorati. Nessuno dei due avrebbe mai osato tanto. Ormai quello spirito giovane e selvaggio che li aveva accomunati un tempo aveva lasciato il passo a due persona mature con giorni preconfezionati. Una voglia che non era mai stata completamente assecondata e che in quei vent’anni era rimasta dentro di loro come una radice pronta a portare pazientemente primavere piovose di piacere. Le dita dappertutto, dentro, fuori, nei confini, un’intimità violata nell’attimo e poi via gli abiti, via la seconda pelle, via ogni difesa e tutto il mondo fuori sembrava piccolo dal camper così immenso dei loro universi di sospiri e battiti. Lei tremava come una prima nuova volta, lui la prendeva come un per sempre. Lei temeva di non ricordare cosa significasse baciare qualcuno di nuovo, fremeva tra le sue braccia di una sfrontatezza dolcissima e un senso di imbranataggine sottile. Lui la leggeva con i polpastrelli, faceva rinascere il suo corpo in ogni angolo, la faceva sentire unica e bellissima, assoluta e desiderata. Si davano l’un l’altro senza sconti. Le auto che sfrecciavano, i lampioni che squarciavano il buio tutto sembrava amplificare i loro amplessi. I capelli dappertutto a sfiorare e le labbra incandescenti a dissetarsi con una determinazione inattesa e che la faceva stare bene. Niente più esisteva, tutte le coordinate saltavano insieme a ogni battito di lingua, a ogni dito tra le labbra, a ogni vicolo che si faceva umido sentire. “Sono tua” “Sei mia”. E ricominciavano. Non riuscivano a staccarsi l’uno dall’altra: ogni centimetro era tempo recuperato, spazio ravvicinato, carezze che si inseguivano sulle piante dei piedi per ogni viaggio che li aveva allontanati, mani che facevano impazzire di orgasmi per ogni deviazione che li aveva fatti smarrire: si stavano ritrovando e scoprendo da capo, ed era meraviglioso. Si stavano suonando come da sempre avrebbero voluto. Il resto fatto di definizioni, strategie, pensieri a tempo determinato non gli apparteneva. Esistevano solo loro nella penombra della notte e tutto il mondo fuori.

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