P. Genovese, 2016

Tre uomini, tre donne, sei smartphone, una cena e tutte le coordinate che saltano in una sorta di teatro nel teatro sull’ipocrisia dei rapporti che soggiace nelle relazioni. Lo smartphone come contenitore di vite e mondi paralleli, di sè nascosti e forse codardi incapaci di venire fuori e vivere autenticamente ciò che sentono. Possibile che l’esistenza di oggi, così compressa e stretta in problematiche concrete e responsabilità, necessiti per forza di un altrove segreto, impenetrabili, per far sentire vivi? Poco importa se ciò che si nasconde in un cellulare è lo scambio di foto ammiccanti con qualcuno di più giovane, una storia virtuale, o i messaggi hot con qualcuno che in carne e ossa fa parte della nostra vita e rappresenta “l’altro” nei termini di una coppia. E’la necessità di avere uno spazio privato, segreto, fuori dall’ordinario ciò che accomuna tutte le storie che esplodono intorno al tavolo, simbolo perfetto di un convivium alla deriva. Noia della routine, incapacità di inventarsi, solitudine: scuse e motivi perchè forse una realtà non basta.

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