Dopo anni che non prendeva più un treno, quella mattina arrivò in stazione quasi euforica per la sua piccola fuga di emancipazione, come se fosse ancora un’adolescente e non alla soglia di 40 anni netti. Si era vestita bene, truccata con cura, come se fosse un evento rilevante. Le sembrava tutto magico anche se la stazione era deserta e un vento leggermente freddo schiaffeggiava gli zigomi. Andò sul binario del suo treno e poco dopo arrivò un convoglio: osservando l’orologio constatò che era in anticipo di ben dieci minuti. Poteva essere che in quegli anni il servizio ferroviario fosse così efficiente? Salì sul treno vuoto, si uardò intorno. L’assenza di numeri sulle carrozze la inquietò: in genere gli intercity hanno sempre i numeri ben visibili. Allora istintivamente tentò di aprire le porte ma erano già chiuse e il treno partì crudelmente. Scoraggiata con la chiara sensazione di aver sbagliato treno, si incamminò nel vagone deserto. Finalmente un uomo seduto a cui chiedere informazioni. Avrà avuto 60 anni, capelli biachi e ribelli, giubbotto sgargiante, bandana rossa al collo: sembrava un partigiano uscito da un film di qualche anno fa, ma magari era un operaio di qualche cantiere del porto. Si fece coraggio e gli chiese se era il treno giusto, l’uomo le disse che aveva sbagliato treno. Lei si sedette come se il mondo le stesse per crollare addosso, i suoi occhi si disperarono e adesso? Inaspettaamente il partigiano tirò fuori dalla tasca lo smartohone, consultà l’app dei treni, tutti elementi che lei non si aspettava da lui, e con un complesso algoritmo la rassicurò dicendole che considerato che io treno giusto era dietro di loro e che dopo tre stazioni si sarebbe fermato, lei avrebbe avuto comunque la possibilità di scendere alla terza stazione con un vantaggio di sei minuti, più che sufficienti per prenderlo e che visto che i binari in quel tratto erano solo due, era impossibile che il treno giusto li superasse pertanto ce l’avrebbe fatta.”Salvo imprevisti” puntualizzò il capotreno che intanto si era unito al dialogo. Gli imprevisti, avrebbe appreso dopo, erano riferiti al giorno prima in cui due persone erana cadute tristemente sui binari. Era piacevolmente rassicurata e il partigiano le raccontò che da 30 anni viaggiava su quel treno, 3 ore al giorno perse per il viaggio di lavoro. Era un ingegnere molto simpatico, espansivo e interessante. Le raccontò dell’Università, del lavoro di sua figlia si insteressò a perchè lei stesse andando a Genova da sola, forse non le credette ma non era importante. Parlarono di arte e artisti e emozioni. La terza stazione arrivò molto presto. Mentre lei si preparava a scendere, lui le disse ” mi chiamo Guido, non mi dimentichi”: Lei sorrise e glielo promise. Scese e come previsto dal partigiano prese il treno, raggiunge la sua città e tutto procedette per il meglio. Ogni tanto ripensava al treno sbagliato, a cosa sarebbe successo se fosse rimasta lì, ogni tanto quando si alza la mattina presto per andare al lavoro, sorseggiando il caffè guarda l’orologio e pensa a Guido nel vagone, si chiede cosa faccia e se si ricorda dei suoi occhi impauriti per il treno giusto perduto per troppo anticipo. In fondo stava mantenendo la sua promesso: ricordarlo.

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