Il film di Virzì è di grande impatto per complessità e leggerezza. Con questi due attributi fondamentali il regista livornese firma un capolavoro del nostro cinema. Centrando la trama sul viaggio di due “matte”, così definite in base a delle perizie, sulla loro amicizia e solidarietà, il regista offre uno sguardo femminile ben architettato sulla condizione delle malattie mentali cliniche a seguito del decreto sul superamento degli ospedali pischiatrici del 2015 ma anche una lente profonda sul disagio sociale dei nostri tempi. Le due protagoniste complementari per caratteristiche dei personaggi e recitazione, conducono con estrema forza e poesia il ritmo del film. Il racconto procede con una scoperta progressiva delle rispettive storie, la vicenda pullula di personaggi grotteschi che accentuano lo sfumatissimo confine tra normalità e diversità. E’ un punto di vista da escluse su una società incapace a livello sociale e istituzionale di dare accoglienza e supporto al disagio psichico. Ne emerge, tra l’altro, un quadro di una genitorialità intragenerazionale diffusa in cui i genitori non solo non hanno gli strumenti per adempiere al loro ruolo ma spesso risultano incapaci di gestire la propria vita a prescindere dalla situazione familiare. Il tema clinico è proposto con accuratezza e rispetto ma senza sentimentalismo grazie all’uso della macchina da presa: i momenti salienti di ricoveri e crisi sono proposti attraverso inquadrature parziali di arti o frammenti dei pazienti, come a rendere evidente attraverso questo la frammentazione dell’io suscitando nello spettatore emozioni molto forti. Nessuno sconto sul personale medico e giudiziario: un quadro molto fedele di tanti nostri settori pubblici in cui accanto a una burocrazia paralizzante si affiancano specialisti molto motivati ad altri rassegnati o corrotti che si fa drammatico nel caso della presa in carico dei minori. Fa impressione come la follia ad esempio di Beatrice possa essere lucida, armata di un’intelligenza e conoscenza notevoli. Eccellenti le scene del film nel film, che tendono a confondere e a rendere quindi in modo ancora più efficace la percezione ambigua del reale e della follia. Numerosi le citazioni nel film: il paesaggio stesso proposto nella casa di cura echeggiano le libere donne di Magliano di Tobino, e se palese è il riferimento al road movie “Thelma e Luise” sottili invece sono altri contatti con l’ambientazione  e la vertigine de “Il sorpasso”, ad esempio. Altrettanto discreta e incisiva è la colonna sonora “Senza fine” di Gino Paoli, non solo come legame alla Versilia anni 60, ambientazione di numerose e fondamentali scene, ma un richiamo volutamente stridente agli anni 60 e ai film dal sapore di mare così distanti in termini di benessere e leggerezza dalla realtà che Virzì porta in scena. Una Versilia diversa non più la Capannina degli anni 60 e delle bravate, ma la complessità del Seven Apple, due locali come simbolo di epoche differenti. V. Tedeschi è immensa, trova una sua strada in modo egregio pur ricordando per questa sua forza travolgente la grande M. Vitti. Il piccolo Elia è la luce del film: si muove con naturalezza in delle scene molto forti dal punto di vista relazionale. Egregia la riproposta della scena madre-figlio nell’acqua, come se il vissuto necessitasse di revistazione per essere finalmente compreso e forse espiato in un tuffo amniotico. Viareggio, infine, è una protagonista eccellente della pellicola che viene resa dal regista in tutti i suoi contrasti: ne mette in luce la vitalità estiva, lo stridore del Carnevale con la sua allegria ostentata che sottende malinconia. Un film capace di conquistare pubblici di target diverso e di scavare nell’intimità di chiunque sia consapevole della labilità del “Normale” ma non per questo rinuncia alla felicità.

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