“Lei era la sua dea, in ogni pennellata di nudità gli svelava l’anima”. A queste parole il pensierò volò indietro. Roma, anni fa? Desolata e desiderosa, fra le lancette stritolate di notti al lavoro nello stage ministeriale. Il suo lavoro consisteva principalmente nel rispondere al telefono, dare informazioni, risolvere problemi e rassicurare gli utenti. Lui stava ai piani alti, quelli dirigenziali. Ogni mattina transitava dinanzi alla sua postazione e pareva non notarla minimamente.  Lui invece, per lo charme, il carisma e la luce  negli occhi, catturava ogni attenzione. Tutto iniziò un giorno che lui le telefonò per darle istruzioni su dei quesiti che avrebbe ricevuto. La sua voce al telefono era strabiliante: suadente, affascinante, sexy e con una r morbida, arrotondata che faceva venire voglia di baci e palati da esplorare. “Ha capito, Marina?” Le ripeteva in modo dolce e rassicurante con una lieve vena autoritaria. Da quel giorno ogni tanto la chiamava sebbene li separasse solo un piano di distanza. Per il resto niente era cambiato: lui passava di lì senza rivolgerle lo sguardo con un saluto accennato solo a voce, chissà se aveva capito che lei era Marina, la telefonista che sentiva quotidianamente. Ogni tanto nelle telefonate interne lui si metteva a chiacchierare per pochi minuti di altro: canzoni, viaggi, libri e a lei piaceva questo lato complice passionale e romantico che emanava. Dopo qualche settimana, le indicazioni lavorative gliele inviava anche per mail dove accanto alle istruzioni aggiungeva piccole evasioni innocenti, fantasie erotiche e domande intime sulla sua lingerie. Lei stava al gioco divertita senza accorgersi che era seduzione pura. A volte descriveva i suoi indumenti minuziosamente in modo realistico, altre giocava di fantasia, le piaceva pensare di eccitarlo. La sera uscivano sempre tardi dal lavoro, lui  proseguiva con i colleghi in qualche osteria di Trastevere a cenare, lei prendeva l’autobus e tornava al suo appartamento. Si cercavano senza esserselo mai detto. A volte lui pensava che si sarebbe davvero potuto innamorare di lei, e questo lo scolvolgeva, come quel sorriso che lo catturava ogni volta che cercava di rubarlo nella foto del cartellino che lei lasciava appeso sulla lampada della scrivania. Ogni tanto osava e le chiedeva immagini di lei e le pareva strano tutto ciò essendo così vicini. A volte a lei prendeva voglia di fare l’amore, come un desiderio che scendeva dall’orecchio dove raccoglieva la sua voce fino a giù lungo le gambe. Poi accadde una sera che lui aveva davvero voglia di stare con lei, la chiamò, lei era già sull’autobus quindi la raggiunse alla fermata successiva con la moto, era maggio. Lei scese, finalmente si guardavano negli occhi senza bisogno di parole e fantasie. Le scostò capelli, la baciò succhiandole la lingua e via veloci a casa. Lui nonostante il forte desiderio la spogliò molto lentamente, godendosi lo schiudersi di quella meraviglia, lei ne assaporava ogni gesto “sei una dea, sei la mia dea, le tue forme generose e armoniche mi fanno impazzire”. Fecero l’amore giocando coi loro corpi e si succhiarono l’anima quella notte e altre notti e altri giorni. Poi arrivò giugno, la fine dei contratti e tutti a casa, tutti lontani. Il quadro adesso la fissava la attraversava, le sussurrava mentre la guida continuava a pronunciare quelle parole sulle pennellate e la nudità. Uscì sul lungomare di Brindisi, si ricordava benissimo la sua canzone preferita, le sembrava un tempo lontano ma era solo un anno fa. E mentre guardava il mare, qualcuno che stava correndo la urtò da dietro. “Scusi, ero di fretta non l’avevo vista” Avrebbe riconosciuto quella r nell’intorno frastorno del mondo, si girò e ebbe la sensazione guardandolo che ancora avrebbe potuto ricominciare tutto da capo.

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