Fra le nuvole

Camminerò con passo felpato fra le nuvole dei tuoi pensieri dove le parole giocano a rincorrersi e abbracciarsi. Saranno passi delicati e silenziosi, a piedi nudi affinchè niente sia calpestato e perchè in ogni millimetro possa sentire l’effetto della tua presenza e le vibrazioni che essa comporta nei miei istanti.  Non farò rumore, saranno solo soffi quando ti respirerò più vicino, ma ci baderai come fossero carezze. Voglio sentirti, e sentirti bene, non perdermi niente di te in questo cammino senza meta che il viaggio di esserci e per cui tu ne vali sempre e comunque la pena.

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Di un sorriso triste che mi vestiva

C’era sempre uno spazio bianco in mezzo alla frenesia delle cose quotidiane, c’era sempre una pausa, uno stacco che mi prendevo per provare a chiudere tutto il restodella mia vita fuori da quel momento. Era un momento difficile, fatto di notti bianche, di attese, di delusioni, di insonnie, di cannule e elettrocardiogrammi. Così fra la chiusura dell’ufficio e il passo dell’ospedale sostavo poco meno di un’ora nel caffè fuori dalle mura, di fianco alla fermata dell’autobus. Era un caffè antico, con mobilia in stile marrone scuro e anche le paste nella vetrina sembravano uscite da un’altra epoca. Erano friabili, eleganti, spesso sarebbero state la mia cena accompagnate da un cappuccino fuoritempo. Allora lentamente il respiro rallentava, sentivo ogni muscolo distendersi e mi lasciavo cullare dal profumo delle fraganze e dal suono delle chiacchiere in sottofondo. Era un’ora strana, troppo presto per gli aperitivi e troppo tardi per il caffè del dopo pranzo quindi non c’era mai una grande folla a condividere con me quel momento. Tuttavia era ricorsiva la presenza di un cliente: arrivava poco di me, in genere si toglieva la giacca, restava con le camice leggermente stropicciate dalla giornata, sfogliava il giornale distratto, il tempo di un caffè macchiato freddo e poi stava per qualche minuto con lo sguardo perso. Aveva uno sguardo triste, quasi malinconico penetrante eppure inafferrabile. E ogni tanto si incrociava col mio, ebbro di urgenza, di instabilità, di fame di vita. Mi sorrideva ed era un sorriso che mi vestiva il tempo di un istante: mi vestiva di bellezza, solarità, dignità, mi faceva sentire di essere come desideravo nel profondo. Ci furono sorrisi e caffè per molti mesi, un giorno provai a dirgli un “ciao” e a soffermarmi mentre uscivo ma lui abbassò gli occhi disse solo “non posso devo andare”. E scivolò nella sera, e con lui un po’ di me. Ci furono altri sorrisi, altri caffè ma qualcosa si era interrotto. Poi tutto il resto passò e non avevo più bisogno di fermarmi in quel caffè per riprendermi l’aria. Ogni tanto capita all’improvviso di ripensare all’odore di burro e caffè, al suo sorriso un po’ triste che mi faceva stare bene, a volte avrei voluto baciare quel sorriso, tuttavia mi è rimasto così dentro come una cosa capitata all’improvviso che forse non vale nemmeno la pena inseguire se non nei dettagli belli di giorni difficili ormai memoria.

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Sul baratro degli eros

In principio era la tua voglia di vivere: effervescente, affilata, gioiosa capace di scandagliare le mie profondità e trasformarle in leggerezza. Furono la tua allegria, il tuo rossore sulle gote, la tua fiducia nel mondo a sciogliere gli stalattiti dei miei giorni. In un momento i tuoi occhi furono le stelle nelle mie notti senza nome. Non hai fatto assolutamente niente per turbinare la mia vita, ho fatto tutto da solo. In principio erano le tue parole che sapevano incantare e dare ossigeno a chi della corsa si ricorda solo la fatica, poi ho annusato la tua vita: sapeva di sogni, di treni da non perdere, odorava di buono, di uno stupore che planava tra passione e leggerezza.

Ti ho cercato.

Ti ho inseguito.

Ti ho voluto.

A piccoli passi mi hai lasciato entrare, in una danza sinuosa di ritmi difficili dove a ogni mia esitazione corrispondeva una tua marcia in più. Dubitavo e ti desideravo, ti prendevo e mi eclissavo, ti inseguivo e ti facevi trovare. Hai sempre assecondato i miei tempi, i miei verbi, con stupore e qualcosa che se non era ancora amore di certo era lì, in quei paraggi di definizioni. Travolgnete, ecco cosa sei stata. Dalle tue parole sono passato alle tue labbra per farmi incendiare di baci, fino a gustarsi sulla punta del piacere, leccandosi di sogni e orgasmi. Io così preciso, ermetico, inquadrato, mai un fuori tempo, mai una sincope, mai un’eccezione nel mio tempio di regole ho scelto di essere travolto dal tuo eros. Un eros non tanto fisico, sarebbe stato più facile uscirne, ma mentale: un intrigo di pensieri, la seduzione del tuo modo di essere e di stare al mondo che a volte ho persino invidiato, quel tuo camminare nei sogni e appassionarti fino a farli divenire realtà. Mi sono lasciato stregare per mia libera scelta mentre tutto il resto della mia vita ordinaria e apparentemente appagata scorreva come l’orologio di un tribunale. Dici che ti faccio stare bene, che ho tirato fuori da te tutta la bellezza che aspettava solo di viversi e di farsi guardare. A volte non ci credo. Tu basti a te stessa, vorrei divorarti invece io. Io vorrei divorarti ogni giorno, ogni momento sfamarmi di te, della tua essenza, della tua pelle. Eppure resto qui sul baratro, incollato ai miei “dovrei”, nel cono d’ombra del mio senso di colpa. Solo un lieve fruscio muove l’aria pesante intorno. Il battito delle tue ali mentre prendi il volo.

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Perdersi per anticipo

Dopo anni che non prendeva più un treno, quella mattina arrivò in stazione quasi euforica per la sua piccola fuga di emancipazione, come se fosse ancora un’adolescente e non alla soglia di 40 anni netti. Si era vestita bene, truccata con cura, come se fosse un evento rilevante. Le sembrava tutto magico anche se la stazione era deserta e un vento leggermente freddo schiaffeggiava gli zigomi. Andò sul binario del suo treno e poco dopo arrivò un convoglio: osservando l’orologio constatò che era in anticipo di ben dieci minuti. Poteva essere che in quegli anni il servizio ferroviario fosse così efficiente? Salì sul treno vuoto, si uardò intorno. L’assenza di numeri sulle carrozze la inquietò: in genere gli intercity hanno sempre i numeri ben visibili. Allora istintivamente tentò di aprire le porte ma erano già chiuse e il treno partì crudelmente. Scoraggiata con la chiara sensazione di aver sbagliato treno, si incamminò nel vagone deserto. Finalmente un uomo seduto a cui chiedere informazioni. Avrà avuto 60 anni, capelli biachi e ribelli, giubbotto sgargiante, bandana rossa al collo: sembrava un partigiano uscito da un film di qualche anno fa, ma magari era un operaio di qualche cantiere del porto. Si fece coraggio e gli chiese se era il treno giusto, l’uomo le disse che aveva sbagliato treno. Lei si sedette come se il mondo le stesse per crollare addosso, i suoi occhi si disperarono e adesso? Inaspettaamente il partigiano tirò fuori dalla tasca lo smartohone, consultà l’app dei treni, tutti elementi che lei non si aspettava da lui, e con un complesso algoritmo la rassicurò dicendole che considerato che io treno giusto era dietro di loro e che dopo tre stazioni si sarebbe fermato, lei avrebbe avuto comunque la possibilità di scendere alla terza stazione con un vantaggio di sei minuti, più che sufficienti per prenderlo e che visto che i binari in quel tratto erano solo due, era impossibile che il treno giusto li superasse pertanto ce l’avrebbe fatta.”Salvo imprevisti” puntualizzò il capotreno che intanto si era unito al dialogo. Gli imprevisti, avrebbe appreso dopo, erano riferiti al giorno prima in cui due persone erana cadute tristemente sui binari. Era piacevolmente rassicurata e il partigiano le raccontò che da 30 anni viaggiava su quel treno, 3 ore al giorno perse per il viaggio di lavoro. Era un ingegnere molto simpatico, espansivo e interessante. Le raccontò dell’Università, del lavoro di sua figlia si insteressò a perchè lei stesse andando a Genova da sola, forse non le credette ma non era importante. Parlarono di arte e artisti e emozioni. La terza stazione arrivò molto presto. Mentre lei si preparava a scendere, lui le disse ” mi chiamo Guido, non mi dimentichi”: Lei sorrise e glielo promise. Scese e come previsto dal partigiano prese il treno, raggiunge la sua città e tutto procedette per il meglio. Ogni tanto ripensava al treno sbagliato, a cosa sarebbe successo se fosse rimasta lì, ogni tanto quando si alza la mattina presto per andare al lavoro, sorseggiando il caffè guarda l’orologio e pensa a Guido nel vagone, si chiede cosa faccia e se si ricorda dei suoi occhi impauriti per il treno giusto perduto per troppo anticipo. In fondo stava mantenendo la sua promesso: ricordarlo.

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Soli fra i tasti

Avrei solo voglia di essere tra i tuoi tasti, racchiusa come brividi fra le dita. Cercare l’armonia e sentirti in ogni mio contro tempo a alleviare le naturali malinconie siderali. Voglio essere il tuo canto, la tua tempesta di suoni che ti accarezzano mentre il mondo sbatte fuori. 

 

Io ti prenderò

Io ti prenderò il viso tra le mani o semplicemente soffierò piano su tuo lobo sussurrandoti l’indicibile. Tratterrò il respiro oppure scalpiterà come un cavallo libero e selvaggio, avrò fame dei tuoi occhi, questo lo so. Percorrerò cauta ogni tuo lineamento fino a confonderlo con le mie stesse mani, e sentirò sul mio cuore il tuo scandire i battiti. Ci saranno piccole fitte fra i fianchi nella reciproca ricerca, sorrisi, carezze audaci, impacciate e dolci. Io ti prenderò nel primo bacio fra di noi, mi solleverai sul mondo come piuma che altro volo non cerca, stenderò sul tuo palato tutte le parole che non ti ho detto. E mi arrenderò fra le tue mani, ci sceglieremo, ci scioglieremo di piacere come la pioggia d’autunno nei colori caldi di un’implosa stagione.

La mia sbornia di te

Ho voglia scaldarmi al tuo calore,prenderti in giro sorseggiando caffè, sentire il tuo profumo sui miei indumenti.

E ho voglia di sorriderti, farmi sorprendere, abbracciarti senza pensieri e parole, di guardarti negli occhi e farmi portare via.

Ho solo voglia di viverti, ecco tutto. Ed è una febbre, una sbornia che solo stringendosi si curerà.

Ti lascio un ciao

Ti lascio un “ciao”. Tre vocali e una consonante, parola breve che racchiude distanze lunghe in tempi e spazi.
Ti lascio un “ciao” ventoso ma caldo perché racchiude i mille “come stai” non detti, gli ultimi pensieri della notte più segreti.
Ti lascio un “ciao” pieno di respiri interrotti, estate implosa, attimi in giostra mai tranquilli.
Ti lascio un “ciao” che in realtà è un “ti amo” anzi “ti amo troppo”. È una porta che sbatte, un treno perso, un’onda imperfetta.
Ti lascio un “ciao” che ha il colore breve e deciso dei papaveri, il sapore del cioccolato amaro, il suono del violino nel rumore di città.
Ti lascio un “ciao” perché negli addii non ci credo e si finisce sempre nella valigia dell’altro per tutto il resto del tempo. Tu…
Ti lascio un “ciao”: tu prendilo, mettilo via, mordilo, piangici, vivici.E usalo, chè i giorni sono troppo crudeli e il definitivo un lusso.


Se tu sapessi quanto ho cercato le tue parole per sentirmi meglio, anche solo un istante, per tutti questi mesi.

(E quindi si tratta di non darci nessun posto ma sapere di essere un posto l’uno per l’altro)

Ma era solo vento

Sono uscita in un pomeriggio a caso e mi sono accorta che, pur includendo il fatto che io sono sempre troppo avanti, questa stagione è troppo indietro. Gli alberi spogli, la tramontana fredda, la voglia di cioccolata calda non fanno “Aprile.”

Ho camminato su una delle strade principali della mia città, ho visto l’insegna di un bar, centrale ma non importante. Mi sono ricordata di molto tempo fa. Ancora non era nato Benj, che ha quattro anni: è lui che determina la lunghezza del tempo, non tanto per quantità, ma perchè è la linea che divide una vita fa, e la vita di adesso. Un calcolo qualitativo. Comunque quella volta ero assetata e di fretta. Entrai e chiesi un tè freddo. Il barista mi passò la lattina, si mise a raccontarmi della Libia, della sabbia fine, del gran caldo e allora non c’è era più fretta. Inaspettatamente pensai a mio nonno, ai suoi racconti di guerra in Libia e mi prense malinconia, allora niente necessitava più di fretta perchè il tempo trascorso nessuno lo restituisce.

Proseguo il mio cammino, passo dinanzi a uno studio medico, con delle targhe ben esposte. Leggo il nome e cognome di un mio ex compagno di classe. Era un tipo molto carino, amava andare in moto, rispetto a tutti gli altri compagni del classico, sembrava quasi normale. Gli altri parevano mummie in attesa di adempiere i destini di avvocati, medici, legali, che da generazioni le famiglie si tramandavano con l’assenso vistoso dei professori. Io non ero nessuno. Non ero di quella città, non avevo genitori avvocati, mi ero iscritta al classico perchè mi piaceva leggere e scrivere, non avevo destini preconfonfezionati come gli altri. Ma lui no. Gio non poteva tradire il ricordo che avevo di lui, così solare e pieno di libertà, è finito incasellato nel destino preposto racchiuso nel perimetro di una targa.

Sul lungomare un ragazzo piacente in giacca, jeans e scarpe interessanti, se ne camminava con le braccia conserte. Un modo curioso di procedere. L’ho superato, dietro sentivo solo il ticchettio dei suoi passi, era quasi una musica. Poi si è dissolto lentamente. Forse si è fermato. Per un attimo mi è sembrato di sentire il suo respiro sul collo, ma era solo vento.