Rey e io

E’ stato bello essere Rey per qualche settimana. Tutto è iniziato per un travestimento familiare, mio figlio è fans di” guerre stellari”. Io non propriamente, anzi a dirla tutta l’episodio di Rey non l’ho nemmeno seguito (traduzione: mi sono addormentata). Pertanto tutto ciò che ho imparato di Rey l’ho appreso cercando foto e articoli per farmi il costume, trailer e tutorial per farmi le sue quattro (quattro!) code. Sinceramente mi stava simparatica questa ragazzina, antiprincipessa col costume da combattente ma femminile. La cosa più difficile di Rey sono le quattro code, immediato in caso di capelli lisci, complesso con i riccioli. Tuttavia da Rey in queste settimane ho imparato un sacco di cose su di me. Ho imparato che certe cose si possono perdere e ritrovare proprio lì, dove ti ricordi l’ultima volta che l’hai indossata, come il suo braccialetto di pelle. Ho imparato la seduzione arcana e misteriosa, visto l’attenzione che nei suoi panni attraevo mio malgrado. Senza contare la gente che pur conoscendomi mi apprezzava in altro modo vestita così (leggi: ammiccava). Ora, non che la seduzione sia tutto ma è un bel gioco attraverso il quale conosciamo se stessi. Voglio conoscere pertanto ora che i coriandoli sono stati messi via, ora che gli ultimi mascheroni sono tornati nei loro Hangar, cosa seducesse molto di Rey. Truccarsi da Rey è stato bellissimo perchè Rey…non ha trucco. E’ tutto molto naturale. Pertanto, essendo comunque carnevale, è bastato accenturare i lineamenti. Cosa è stato a fare la differenza, quindi? Forse le labbra vivide di un rosso carminio con gloss, le palpebre sfumate coi colori della terra? Oppure la seduzione che va oltre colori e forme che sta proprio nel non sapere di sedurre? Questa guerriera ha ancora molto da insegnarmi. E sorprendersi di sentire sguardi compiaciuti addosso quando proprio non te l’aspetti è una bella sensazione: non perchè sia questa l’unità di misura, ma perchè è un modo prima di tutto per riprendere un dialogo con se stessi. Dietro la maschera…c’è sempre un mondo.

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Dalle mura al labirinto

Dalle sue mura inconsuete la città si offre agli occhi del viaggiatore come un nuovo incanto mai visto eppure familiare. Il camminamento si svicola tra tetti, oasi verdi, piscine, vecchi timpani di chiese secolari, foreste inattese, primavere che non diresti. Sono un labirinto di strade, brulicanti, festose e al tempo stesso tra un passo e l’altro il silenzio della Bellezza che si fa quiete. Il percorso sale e scende, pur restando sempre in quota. Oltre l’orizzonte i profili dei monti vicini si fanno suggestione. Sbucano giardini di limoni un po’ ovunque e altri giardini pensili che portano il profumo di una Babilonia che non c’è più. Il passo rallenta dinanzi alle ville, ai condomini, ai giardini offerti gratuitamente all’occhio che sanno di stagioni migliori e ai terrazzi, a volte coperti, dove il visitatore senza sentirsi troppo in colpa spia la quotidianità di vite che si intersecano nello sguardo senza saperlo. C’è una piazza con uno spazio tondo e pieno d’acqua da cui parte un canale: antichi attracchi per gondole adesso inesistenti che rimandano a una città lagunare di antiche concorrenze. Alcune sbarre vietano lo sguardo e allora la mente si incuriosisce e senti i rintocchi sinistri di campanili e inseguimenti. Controluce giocano le silhouette di monumenti famosi, tanto da percepire i passi dentro a una cartolina. Intanto le nuovole scrivono nel cielo sognanti passati di soldati sulle mura e di innamorati al riparo che si tormentano in un bacio appoggiandosi con le spalle ad esse. (Pisa)

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Abbracci e umanità

che dire di questo 2016 così intenso? Forse solo grazie. Per ogni parola, sguardo, abbraccio che ho ricevuto e che non era previsto. Ho fatto cose straordinarie e inattese sia sul piano lavorativo che personale. Nella maggior parte dei casi tra l’altro non era ciò che mi aspettavo e sempre nella maggior parte dei casi erano meglio. Ho incontrato persone care che non vedevo l’ora di abbracciare, ho collaborato con persone meravigliose per progetti che nel loro piccolo sono una traccia tangibile di chi crede nella Bellezza, ho visitato luoghi e persone stupendi riempiendomi di emozioni, immagini e sapori. Ho fatto qualche impresa eroica, non da sola, sotto l’etichetta “salvataggio”. Ho scoperto amicizia laddove non credevo e invidia laddove non credevo. Ho letto molto, soprattutto intensamente. Ho trovato spazi nuovi che lentamente sono divenuti delle “stanze tutte per me” aperte agli altri. Ho avuto la paura di perdere chi amo profondamente, ho avuto la passione di ritrovare chi credevo smarrito. Ho riso molto e di cuore e con complicità, ho pianto poco ma profondamente con lacrime calde ma mai solitarie. Ho fotografato tanto, soprattutto sull’anima. Ho scritto abbastanza ma ancora di più ho corretto molto. Sento che le vele sono ben spiegate e siamo già in viaggio verso nuovi inizi. Mi sento fortunata perchè quest’anno è stato un tempo pieno di umanità, soprattutto mi sono sentita molto amata e sono particolarmente grata a chi ha creduto e crede in me. Alcuni desideri importanti sono rimasti tali, ma ho imparato che nell’attesa accadono cose meravigliose. Infine grazie a chi in giro acchiappa queste parole e le fa un po’ sue: il grazie è anche per chi passando di qui ruba certi istanti, fa sentire vicini. Mi porto addosso ogni abbraccio vero e pensato che mi ha stretto. Belle cose a tutti noi.

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Accidentale e poetica

Accidentalmente ieri è stata una di quelle giornate infinite al lavoro, dalle 9 alle 18 e in svariate cose, non solo alunni. Accidentalmente ci sono giorni in cui non riesco ad avere tempo per essere raggiungibile ( e invece lo vorrei essere) se non per urgenze familiari e mail di lavoro. Così nella giornata di ieri su Fo e Dylan non sono stata presente nelle innumerevoli e variegate parole che la rete “vomita” su fatti del genere e quando ho saputo dei due “eventi” era molto tardi e sono crollata.

All’alba però non potevo non pensare a loro due. E così ho risentito nella memoria la voce di Fo leggermente roca e buffa, come il suo mistero.Sono riconoscente ai miei per quelli spettacoli che in casa passavano di parole strane, incomprensibili eppure affascinanti e ai prof delle superiori che me lo hanno fatto conoscere così.

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“Non ti sei mai girata a guardare la disapprovazione dei giocolieri e dei pagliacci
quando tutti facevano trucchi per te
non hai mai capito che non è bello
non dovresti permettere agli altri di provvedere al tuo divertimento” E di lui? Di lui Dylan cosa dire? Mi sono sempre andate strette le definizioni e categorizzazioni troppo rigide, poesia non poesia, forse per quello la mia grande passione letteraria la vivevo in modo sterile e sono passata a studiare cinema e teatro, mondi più possibilisti a livello di sistematizzazione del sapere. Di lui dirò che l’ho conosciuto da ragazzina grazie a De Gregori, che mi piacciono la sua musica, la sua armonica, i suoi versi e che spesso mi sono vista nelle sue canzoni, e il mio cuore ha tremato.

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Narrazioni

Traslochi digitali forzati. 10 anni un tera di ricordi in foto, parole,musiche, video, vita fluida che scorre file dopo file, liquida e veloce, sovraesposta forse, ma tanta vita, storie, persone, eventi e dettagli di piccola importanza, vita da rifare, qualcosa da eliminare in modo catartico, altro sarebbe da rivedere rigustare, un lusso che il tempo non sempre permette. Allora i social (blog, instagram etc) non sono solo una vetrina al mondo, ma una narrazione di sè, un tentativo forse effimero di fermare l’istante.

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Crimini da decifrare

Sono nata e cresciuta in una famiglia variegata con la fortuna di convivere in mezzo a molte generazioni, provenienze e storie la maggior parte delle quali di certo inconsuete ma comunque avventurose. Fin da piccola sono sempre stata curiosa sebbene, lo ammetto, allora riuscissi a dissimulare questa caratteristica con molta più bravura di quanto non faccia adesso: la mia timidezza infantile che sembrava d’ostacolo alla  totale espressione specialmente per chi mi stava vicino, come è giusta preoccupazione di ogni adulto, l’ho riconsiderata come un autorevole scudo dagli altri e persino da me stessa. Oggi da grande i miei occhi e le mie domande, spesso troppo spontanee, non danno modo alla mia curiosità di giocare a nascondino e, ovviamente, anche le mani contribuiscono a renderla molto palese.  E fin da allora per quello strano sesto senso squisitamente ancestrale e selvaggio che noi donne abbiamo  nonostante anni di addomesticamento convenevole, ho sempre “sentito” che accanto alla narrazione di sè esplicita, nell’aria di casa ci fosse una narrazione implicita altrettanto potente e dignitosa, forse scomoda ma rilevante: lo vedevo in certi ammiccamenti, in determinati sorrisi, in parole ingombrate dai silenzi e dai gesti sospesi intorno a me. Molti risvolti li avrei imparati anni dopo con una verità narrata nell’altrove dello spazio e del tempo. La mia curiosità mi portava a cercare giocosamente cosa ci fosse dietro tutto ciò e in questo i libri erano i miei preziosi alleati, oggetti pieni di indizi. La libreria era altissima e piena zeppa di volumi: romanzi, testi scolastici, dizionari, un vero repertorio di prove che per me, piccola investigatrice, rappresentavano un universo da decifrare. Ognuno aveva il nome del proprietario nella prima pagina interna, questo rendeva molto più facile la classificazione dei casi. Innanzitutto si procedeva col titolo grazie al quale si poteva fantasticare e ipotizzare sull’intimità del  proprietario. Col tempo e l’adolescenza, confesso che mi dedicai a una lettura affamata dei romanzi anche perchè attarverso i loro contenuti potessi costruire un ponte con quella linea d’ombra che ogni adulto si porto appresso. Oltre i titoli, i segni rilevanti erano le sottolineature, le pieghe sugli angoli e le note al margine. In quest’ultimo aspetto i testi scolastici rappresentavano davvero un utilissimo documento perchè mi trasmettevano qualcosa su una fetta di vita svolta altrove, lontana dai riti e dalle messe in scene di casa. Crescere per me significava anche poter arrivare a uno scaffale più alto e accedere a un altro livello di indagine. Adesso la mia casa è piena di libri, accanto ai testi ho lasciato segni da decifrare. Perchè questo siamo: destini impliciti che aspettano solo occhi curiosi per darsi una storia.

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Lacrimevoli onde

Non ce la faccio più a essere forte, ho solo voglia di crollare. Voglio piangere, urlare, smettere di vivere per inerzia. Non ce la faccio più a stare male per qualcosa che non c’è: non credevo che un’assenza potesse divenire una dipendenza, una droga. Mi odio per questo stato di coma quando una parte di me poche ore fa brindava alla bella stagione, all’essersela cavata. Sono stanca di compromettere la serenità per tutto ciò e ho tanta paura di non tornare più me stessa.

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Piccoli dettagli, grandi differenze.

Mettere il tricolore non solo alle partite di calcio ma anche per un lutto importante, fra memoria e ricerca della verità. Non leggere di tutto ma scegliere fuori dai canoni del sistema e delle grandi case editrice. Scrivere con entusiasmo e umiltà senza ritenersi il centro del mondo. Chiedere “come stai?” nella fretta della quotidianità. Accogliere proposte e osare piuttosto che rinchiudersi nella paura. Far parlare i fatti e non solo le parole. Sorridere, anche quando si è tristi perchè c’è sempre almeno un motivo per quanto piccolo possa essere per farlo. Credere che ancora qualcosa di bene possa accadere e nel frattempo godersi il tempo che abbiamo e ciò che abbiamo dandoci comunque il diritto di sognare.

Solistizio sia

Oggi inizia ufficialmente quella stagione che mi scalpita dentro tutto l’anno, è un modo di essere. Stamani scrutando le onde, ho pensato a tutte le volte che, tra la scorsa estate e questa appena iniziata, ho avuto la sensazione che l’estate per me fosse già cominciata. Un evento inatteso e sperato, la svolta, la quiete dopo la tempesta, ma poi erano attimi fragili di felicità temporanea. Tra l’odore di cocco e quello del cocomero, ho ricordato che per me l’estate è la stagione della rinascita e che in anni passati avevo persino ideato un perpetuo viaggiare nel globo per rincorrere sempre questa stagione e sentirmi bene. Nel tempo ho imparato ad accogliere gli autunni con le loro piogge e le loro malinconie, le fredde giornate degli inverni col loro bianco ansioso e le promesse della primavera tempi indispensabili al naturale processo dell’esistere organico ed esistenziale. Frugandomi ancora più dentro, io so che per me l’estate è un modo di essere: essere calorosi, solari, assetati di vita, avventurosi, entusiasti, scottarsi la pelle, scendere in profondità delle maree più scomode, giocare con la schiuma, perdersi in un tramondo, rincorrere stelle cadenti. Ecco, so di essere così 365 giorni l’anno. Come diceva C. Brown “Gli inverni camminano, le estati volano” e allora godicamoci questo planare in ogni suo brivido, in ogni sua rotta. Buona estate a tutti!

Feroce è tutto

Ero quella ragazza colma d’amore e di voglia di vivere, scaltra e curiosa, timida e piena di sogni di cui ora resta solo la lotta. Mi ritrovo nei ricordi degli altri, nei traguardi di tutti questi anni trascorsi veloci, intensi e a volte feroci. Ogni cosa era feroce. Il sole sulla pelle salata, la gioia di una vita scalpitante che cresceva dentro, la mancanza che prende nei tempi dell’incomprensione, il conto che le assenze ti presentano nel bianco di certe notte. Era tutto feroce e mi passava addosso lasciandomi il segno. Nella paura di amare, di essere felice, nello sguardo splendente eppure con un retrogusto di sofferenza, nella linea tra le sopracciglia dove si accovaccia il pensiero. E’ feroce questo sentire così intensamente, questa vita a volte straripante e al tempo stesso incompleta, questo scrivere per aggrapparsi ai momenti e respirare più lentamente ma che è anche incidersi l’anima, tatuarsi le parole del dolore e dell’amore per provare a non dimenticare chi siamo. E’ feroce questo tempo che scolpisce, è feroce lo sguardo degli altri sia quando protegge sia quando schiaffeggia. E allora me ne resto qui, chiusa in un quasi impenetrabile buio, perchè so che anche questa volta l’alba arriverà schietta, nuda, ebbra di vita sui miei passi.