Buon 2019

Credo nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli.

Credo nelle mie ossessioni, nella bellezza degli scontri d’auto, nella pace delle foreste sommerse, negli orgasmi delle spiagge deserte, nell’eleganza dei cimiteri di automobili, nel mistero dei parcheggi multipiano, nella poesia degli hotel abbandonati.

Credo nelle rampe in disuso di Wake Island, che puntano verso il Pacifico della nostra immaginazione.

Credo nel fascino misterioso di Margaret Thatcher, nella curva delle sue narici e nella lucentezza del suo labbro inferiore; nella malinconia dei coscritti argentini feriti; nei sorrisi tormentati del personale delle stazioni di rifornimento; nel mio sogno che Margaret Thatcher sia accarezzata da un giovane soldato argentino in un motel dimenticato, sorvegliato da un benzinaio tubercolotico.

Credo nella bellezza di tutte le donne, nella perfidia della loro immaginazione che mi sfiora il cuore; nell’unione dei loro corpi disillusi con le illusorie sbarre cromate dei banconi dei supermarket; nella loro calda tolleranza per le mie perversioni.

Credo nella morte del domani, nell’esaurirsi del tempo, nella nostra ricerca di un tempo nuovo, nei sorrisi di cameriere di autostrada e negli occhi stanchi dei controllori di volo in aeroporti fuori stagione.

Credo negli organi genitali degli uomini e delle donne importanti, nelle posture di Ronald Reagan, di Margaret Thatcher e della principessa Diana, negli odori dolciastri emessi dalle loro labbra mentre fissano le telecamere di tutto il mondo.

Credo nella pazzia, nella verità dell’inesplicabile, nel buon senso delle pietre, nella follia dei fiori, nel morbo conservato per la razza umana dagli astronauti di Apollo.

Credo nel nulla.

Credo in Max Ernst, Delvaux, Dalì, Tiziano, Goya, Leonardo, Vermeer, De Chirico, Magritte, Redon, Dürer, Tanguy, Facteur Cheval, torri di Watts, Böcklin, Francis Bacon, e in tutti gli artisti invisibili rinchiusi nei manicomi del pianeta.

Credo nell’impossibilità dell’esistenza, nell’umorismo delle montagne, nell’assurdità dell’elettromagnetismo, nella farsa della geometria, nella crudeltà dell’aritmetica, negli intenti omicidi della logica.

Credo nelle donne adolescenti, nel potere di corruzione della postura delle loro gambe, nella purezza dei loro corpi scompigliati, nelle tracce delle loro pudenda lasciate nei bagni di motel malandati.

Credo nei voli, nell’eleganza dell’ala e nella bellezza di ogni cosa che abbia mai volato, nella pietra lanciata da un bambino che porta via con sé la saggezza di statisti e ostetriche.

Credo nella gentilezza del bisturi, nella geometria senza limiti dello schermo cinematografico, nell’universo nascosto nei supermarket, nella solitudine del sole, nella loquacità dei pianeti, nella nostra ripetitività, nell’inesistenza dell’universo e nella noia dell’atomo.

Credo nella luce emessa dai televisori nelle vetrine dei grandi magazzini, nell’intuito messianico delle griglie del radiatore delle automobili esposte, nell’eleganza delle macchie d’olio sulle gondole dei 747 parcheggiati sulle piste catramate dell’aeroporto.

Credo nella non esistenza del passato, nella morte del futuro, e nelle infinite possibilità del presente.

Credo nello sconvolgimento dei sensi: in Rimbaud, William Burroughs, Huysmans, Genet, Celine, Swift, Defoe, Carroll, Coleridge, Kafka.

Credo nei progettisti delle piramidi, dell’Empire State Building, del Fürerbunker di Berlino, delle rampe di lancio di Wake Island.

Credo negli odori corporei della principessa Diana.

Credo nei prossimi cinque minuti.

Credo nella storia dei miei piedi.

Credo nell’emicrania, nella noia dei pomeriggi, nella paura dei calendari, nella perfidia degli orologi.

Credo nell’ansia, nella psicosi, nella disperazione.

Credo nelle perversioni, nelle infatuazioni per alberi, principesse, primi ministri, stazioni di rifornimento in disuso (più belle del Taj Mahal), nuvole e uccelli.

Credo nella morte delle emozioni e nel trionfo dell’immaginazione.

Credo in Tokyo, Benidorm, La Grande Motte, Wake Island, Eniwetok, Dealey Plaza.

Credo nell’alcolismo, nelle malattie veneree, nella febbre e nell’esaurimento.

Credo nel dolore.

Credo nella disperazione.

Credo in tutti i bambini.

Credo nelle mappe, nei diagrammi, nei codici, negli scacchi, nei puzzle, negli orari aerei, nelle segnalazioni d’aeroporto.

Credo a tutti i pretesti.

Credo a tutte le ragioni.

Credo a tutte le allucinazioni.

Credo a tutta la rabbia.

Credo a tutte le mitologie, ricordi, bugie, fantasie, evasioni.

Credo nel mistero e nella malinconia di una mano, nella gentilezza degli alberi, nella saggezza della luce. 

[“Ciò in cui credo” – da Re/Search, J.G. Ballard, 1983]

 

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2018, un’ infografica

Infografica d’autore per questo 2018. Si è trattato di una lunga partita a scacchi. Il 2018 ci ha portato grandi benedizioni, è stato un anno abbondante di gioia, amore e felicità. Ci ha portato Kesia, ci ha portato Benjamin sempre più grande e sereno. Questo 2018 ha portato una nuova versione di me: io sentivo nei mesi il cambiamento che scolpiva il mio carattere ma fino a quando non sono uscita dalla mia bolla e mi sono rimessa in gioco non avevo idea di chi fossi diventata davvero. Un 2018 rivoluzionario dove le sfide che mi ha presentato mi hanno fatto comprendere cose e persone davvero importanti, nei confronti del resto una sana leggerezza. Più amabile, più serena, più leggera, meno spigolosa, in tanti mi hanno espresso il loro parere su questo. Io mi sento bene, e questa versione di me, capace di stare nelle cose senza perdere di vista ciò che conta, capace, soprattutto e finalmente, di amarsi e di non farsi più la guerra mi piace molto. Cambiare e darsi il diritto di essere ciò che davvero siamo diventati è qualcosa di meraviglioso.

È stato un 2018 pieno di letture, di incontri, di amici, di bellezza, di cambiamenti. E accanto alla gioia e all’allegria, alla tenerezza e alla meraviglia, c’è stata anche l’ansia, la paura, il dolore, la rabbia. A queste ho dato meno espressione pubblica, perché penso che il mondo ne sia già abbastanza pieno.

In conclusione di questo 2018 salverei tutto e mi dispiace davvero lasciarlo andare via: so che sopravviverà nei nostri ricordi, in ciò che siamo e che diventeremo, con smisurata tenerezza.

Questo 2018 è stato una lunga partita a scacchi e alla fine, abbiamo vinto.

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Il mio Halloween versione Beta

Da un anno a questa parte Halloween per me ha un nome in codice che è Beta. Ottobre 2017, erano giorni splendenti di sole, collezione di una prolungata estate. Avevo da poco gustato la mia liberazione da diverse cose. Dopo aver intervistato uno scrittore, pur senza accennare alla mia vita privata, avevo capito che la mia esistenza era a posto e che io andavo bene così come ero. Smisi di cercare ossessivamente ciò che non riuscivo a raggiungere e su cui mi ero incaponita, sebbene avessi riempito quei tentativi di distrazioni e interessi notevoli. Lasciai andare i miei desideri serenamente, senza rimorsi né rabbia. Senza saperlo, iniziava così un viaggio, o ancora meglio, una partenza che mi avrebbe fatto prendere la distanza da molte cose. In quelle settimane uscivo spesso, provai nuovi cocktail, vidi molti film, alcuni anche leggeri, feci stupefacenti viaggi. Tuttavia qualcosa era sballato in me. Il mio corpo era alterato. Pensavo di covare qualche virus o qualche malattia. In quelle settimane la radio trasmetteva la canzone di Antonacci compulsiva e ogni volta che passava il ritornello “ E io senza sapere chi sei, So che mi contaminerei Io senza sapere chi sei. La voglia come sa parlare la voglia come sa aspettare te in maniera” nel profondo del mio cuore speravo che fosse la volta buona: eri già tu in ogni nota, in ogni parola. Nonostante non ci sperassi più, nonostante fosse ormai e a malincuore un capitolo chiuso, un capitolo di un lungo libro scandito da illusioni, medici, esami, tribunali, colloqui con psicologi e assistenti sociali in cui la famiglia viene scandagliata accuratamente, sogni, lacrime, storie lontane e dilanianti. Andai dal medico e l’ infermiera mi disse: “Hai qualcosa di strano, facciamo le beta…le beta!”. Le beta erano un ricordo ambivalente. Mi riconducevano al primo test di gravidanza e la relativa gioia, ma mi ricordavano anche una seconda volta, un dolorosa perdita, quando le beta dovevano salire e non salivano, ed era un continuo analizzare, controllare, centellinare, per poi perdere. “Ti chiamo appena sono pronte.” mi promise l’infermiera sorridendo. Certo, lei non si arrendeva mai. Mi aveva regalato un ciuccio rosa anche un mese prima. Andai a lavorare, una lunga giornata di scuola dalle 12 alle 18. Era il 31 ottobre, mio figlio sarebbe andato con nonni e amico a fare dolcetto o scherzetto nelle giornate del centro. Io trascorsi la mia giornata lavorativa in coma, tra esserci o non esserci. Per fortuna i bambini mi tenevano al sicuro, con il loro affetto, coi loro sorrisi. Nel tardo pomeriggio, durante una riunione tra maestri, sbirciai il telefono e trovai tre chiamate dell’infermiera. Mi ero dimenticata per un istante…i risultati! Il sangue mi si gelò. I miei colleghi continuavano a parlare di cerchi, quadrati, stavamo organizzando un incontro coi i bambini più piccoli. Ormai io ero sconnessa e altrove, nessuno credo se ne sia accorto di quanto mi tremassero le mani mentre prendevo meccanicamente appunti. Terminato l’orario di servizio, combattuta tra paura e frenesia, salutai tutti, decisi di richiamare lo studio medico da casa, qualsiasi esito avrebbe messo a repentaglio la mia guida. L’abitazione era insolitamente vuota. Mi sedetti sul divano, con indosso giubbotto, borsa, libri e chiamai. Mi sconsigliarono di fare free climbing nel week end di Halloween visto che ero in attesa di poche settimane. Rimasi in silenzio, mi si bagnarono gli occhi di gioia, non era un sogno, era tutto vero.

Poco dopo suonò per caso la mia amica. Mi vide abbastanza strana, le dissi dell’ attesa, seguirono brindisi, telefonate familiari, e altre belle storie fatte di persone che in molti anni mi sono stati vicine. Le sue beta erano altissime, e con loro la mia gioia.

C’era un’altra canzone che girava in radio in quel momento cantata da Paola Turci. Ancora oggi ogni volta che la sento mi riporta a quei giorni incerti e scomposti quando la mia attuale figlia Kesia mi ha fatto il più bel dolcetto scherzetto della mia vita.

In questa notte accesa ho il cuore capovolto lo sento mentre grida e mi sembra tutto giusto. Aspetto l’uragano senza aspettarmi niente sentirmi il mio regalo, il mio capolavoro
È così che in qualche modo ci si trova come fosse il giorno dopo carnevale e ho capito che quel segno della croce è il punto in cui chiedevo di virare. Non importa più nemmeno dove andavo ero in coda per ricevere un sorriso ma benedico gli occhi che non mi aspettavo”

  • ogni riferimento a persone o fatti è assolutamente voluto

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Palchi e schermi chiusi

Non è mai un buongiorno quando un teatro e un cinema chiudono. Arrivata a #Viareggio negli anni 90, era una delle principali città della Toscana per numero di sale in proporzione al numero abitanti ed ospitava quel gioiello che era #EuropaCinema. Dal Politeama, jl cinema teateatro che chiude i battenti, è passata la Storia dello Spettacolo, quella con la S maiuscola, da Petrolini a Pirandello. E ci è passata tanta mia storia personale. In quel teatro ho portato numerose classi: le ho viste commuoversi per uno spettacolo su S.Anna di Stazzema di Teatro Rumore e le ho viste entusiasmarsi per premi ricevuti e borse di studio, insieme alle mie colleghe fra quelle poltreone abbiamo pianto e riso con loro. È il cinema delle prime volte al cinema di mio figlio, e, credetemi, per una che il cinema lo ama tanto da prendersi una laurea, equivale alle prime vocali che si leggono. Ho visto tanti film al Politeama e, soprattutto da stagista, ho imparato come si organizzano un festival del cinema e una rassegna teatrale. Giovane donna di allora mi sono emozionata nella consapevolezza che uno spettacolo può dare (nella fattispecie era “Alice, una meraviglia di Paese” di Lella Costa). E in quel teatro ho imparato davvero tanto e altrettanto mi sono emozionata, in quell’ambivalenza fra intimo e collettivo che il cinema e il teatro, nel loro spazio sacro, sanno donare Ai tempi dell’università ho assistito a delle master class stupende, come quella di Liv Ulmann, e anche delle sbandate stupende e adrenaliniche, come capita nei Festival. L’ultima volta al Politeama? Molto tempo fa, la prima volta al cinema in attesa di Kesia, in un giorno piovoso, di sabato alle 18,00 (lo spettacolo in cui se si è in 5 si è in tanti ormai) e la ruota di Woody Allen che mi faceva sognare, stare bene e stare male, quelle sensazioni così altalenanti che il cinema sa ancora regalare. E ho riso e pianto ancora in compagnia di mia mamma. Il Politeama chiude, un pezzo di città e della sua storia se ne va, un centro di cultura sparisce. Bisognerebbe scrivere di responsabilità civili e politiche per questo, dei fattori culturali per cui non si va più al cinema, dei mutamenti sociali sulla fruizione di arte e intrattenimento, sul dissesto che ha comportato l’eliminazione di una stagione teatrale in città. È venerdì, il cielo è minaccioso, c’è caffè bollente e malinconia d’autunno e sul palco dei pensieri sono le emozioni nude a prendere il sopravvento.

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I “no”

Guidando in un giorno ventoso di questo caldissimo autunno, ho colto il turbinio delle foglie gialle e rosse lungo la strada e in quel momento ho sfogliato l’album dei miei “no”.

I “no” che mi sono detta, in momenti di lucidità e saggezza, mai per rassegnazione e che, alla fine dei conti, sono veramente pochi. E i “no” che altri, persone o eventi, mi hanno detto. Erano “no” sulla mia avventatezza in cambiamenti lavorativi, traslochi e trasferimenti, a volte anche no di relazioni intense e, spesso, inquinate di dolore. Per quante ferite abbia raccolto in queste contrapposizioni, oggi ne esco con gratitudine perchè hanno spesso rappresentato dei bivii lungo il mio cammino senza i quali non sarei arrivata qui, o, in altri casi, mi sarei persa preziose tappe.

Certo scricchiolano sotto i piedi della memoria come foglie secche certi “no”, ma hanno la forza dell’aria perchè dai falò di quelle bellissime foglie cadute: dalle ceneri sono rinati nuovi cammini, nuovi sogni divenuti realtà che, senza quei no, sarebbero rimasti nell’altrove intangibile dei pensieri.

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Rey e io

E’ stato bello essere Rey per qualche settimana. Tutto è iniziato per un travestimento familiare, mio figlio è fans di” guerre stellari”. Io non propriamente, anzi a dirla tutta l’episodio di Rey non l’ho nemmeno seguito (traduzione: mi sono addormentata). Pertanto tutto ciò che ho imparato di Rey l’ho appreso cercando foto e articoli per farmi il costume, trailer e tutorial per farmi le sue quattro (quattro!) code. Sinceramente mi stava simparatica questa ragazzina, antiprincipessa col costume da combattente ma femminile. La cosa più difficile di Rey sono le quattro code, immediato in caso di capelli lisci, complesso con i riccioli. Tuttavia da Rey in queste settimane ho imparato un sacco di cose su di me. Ho imparato che certe cose si possono perdere e ritrovare proprio lì, dove ti ricordi l’ultima volta che l’hai indossata, come il suo braccialetto di pelle. Ho imparato la seduzione arcana e misteriosa, visto l’attenzione che nei suoi panni attraevo mio malgrado. Senza contare la gente che pur conoscendomi mi apprezzava in altro modo vestita così (leggi: ammiccava). Ora, non che la seduzione sia tutto ma è un bel gioco attraverso il quale conosciamo se stessi. Voglio conoscere pertanto ora che i coriandoli sono stati messi via, ora che gli ultimi mascheroni sono tornati nei loro Hangar, cosa seducesse molto di Rey. Truccarsi da Rey è stato bellissimo perchè Rey…non ha trucco. E’ tutto molto naturale. Pertanto, essendo comunque carnevale, è bastato accenturare i lineamenti. Cosa è stato a fare la differenza, quindi? Forse le labbra vivide di un rosso carminio con gloss, le palpebre sfumate coi colori della terra? Oppure la seduzione che va oltre colori e forme che sta proprio nel non sapere di sedurre? Questa guerriera ha ancora molto da insegnarmi. E sorprendersi di sentire sguardi compiaciuti addosso quando proprio non te l’aspetti è una bella sensazione: non perchè sia questa l’unità di misura, ma perchè è un modo prima di tutto per riprendere un dialogo con se stessi. Dietro la maschera…c’è sempre un mondo.

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Dalle mura al labirinto

Dalle sue mura inconsuete la città si offre agli occhi del viaggiatore come un nuovo incanto mai visto eppure familiare. Il camminamento si svicola tra tetti, oasi verdi, piscine, vecchi timpani di chiese secolari, foreste inattese, primavere che non diresti. Sono un labirinto di strade, brulicanti, festose e al tempo stesso tra un passo e l’altro il silenzio della Bellezza che si fa quiete. Il percorso sale e scende, pur restando sempre in quota. Oltre l’orizzonte i profili dei monti vicini si fanno suggestione. Sbucano giardini di limoni un po’ ovunque e altri giardini pensili che portano il profumo di una Babilonia che non c’è più. Il passo rallenta dinanzi alle ville, ai condomini, ai giardini offerti gratuitamente all’occhio che sanno di stagioni migliori e ai terrazzi, a volte coperti, dove il visitatore senza sentirsi troppo in colpa spia la quotidianità di vite che si intersecano nello sguardo senza saperlo. C’è una piazza con uno spazio tondo e pieno d’acqua da cui parte un canale: antichi attracchi per gondole adesso inesistenti che rimandano a una città lagunare di antiche concorrenze. Alcune sbarre vietano lo sguardo e allora la mente si incuriosisce e senti i rintocchi sinistri di campanili e inseguimenti. Controluce giocano le silhouette di monumenti famosi, tanto da percepire i passi dentro a una cartolina. Intanto le nuovole scrivono nel cielo sognanti passati di soldati sulle mura e di innamorati al riparo che si tormentano in un bacio appoggiandosi con le spalle ad esse. (Pisa)

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Abbracci e umanità

che dire di questo 2016 così intenso? Forse solo grazie. Per ogni parola, sguardo, abbraccio che ho ricevuto e che non era previsto. Ho fatto cose straordinarie e inattese sia sul piano lavorativo che personale. Nella maggior parte dei casi tra l’altro non era ciò che mi aspettavo e sempre nella maggior parte dei casi erano meglio. Ho incontrato persone care che non vedevo l’ora di abbracciare, ho collaborato con persone meravigliose per progetti che nel loro piccolo sono una traccia tangibile di chi crede nella Bellezza, ho visitato luoghi e persone stupendi riempiendomi di emozioni, immagini e sapori. Ho fatto qualche impresa eroica, non da sola, sotto l’etichetta “salvataggio”. Ho scoperto amicizia laddove non credevo e invidia laddove non credevo. Ho letto molto, soprattutto intensamente. Ho trovato spazi nuovi che lentamente sono divenuti delle “stanze tutte per me” aperte agli altri. Ho avuto la paura di perdere chi amo profondamente, ho avuto la passione di ritrovare chi credevo smarrito. Ho riso molto e di cuore e con complicità, ho pianto poco ma profondamente con lacrime calde ma mai solitarie. Ho fotografato tanto, soprattutto sull’anima. Ho scritto abbastanza ma ancora di più ho corretto molto. Sento che le vele sono ben spiegate e siamo già in viaggio verso nuovi inizi. Mi sento fortunata perchè quest’anno è stato un tempo pieno di umanità, soprattutto mi sono sentita molto amata e sono particolarmente grata a chi ha creduto e crede in me. Alcuni desideri importanti sono rimasti tali, ma ho imparato che nell’attesa accadono cose meravigliose. Infine grazie a chi in giro acchiappa queste parole e le fa un po’ sue: il grazie è anche per chi passando di qui ruba certi istanti, fa sentire vicini. Mi porto addosso ogni abbraccio vero e pensato che mi ha stretto. Belle cose a tutti noi.

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Accidentale e poetica

Accidentalmente ieri è stata una di quelle giornate infinite al lavoro, dalle 9 alle 18 e in svariate cose, non solo alunni. Accidentalmente ci sono giorni in cui non riesco ad avere tempo per essere raggiungibile ( e invece lo vorrei essere) se non per urgenze familiari e mail di lavoro. Così nella giornata di ieri su Fo e Dylan non sono stata presente nelle innumerevoli e variegate parole che la rete “vomita” su fatti del genere e quando ho saputo dei due “eventi” era molto tardi e sono crollata.

All’alba però non potevo non pensare a loro due. E così ho risentito nella memoria la voce di Fo leggermente roca e buffa, come il suo mistero.Sono riconoscente ai miei per quelli spettacoli che in casa passavano di parole strane, incomprensibili eppure affascinanti e ai prof delle superiori che me lo hanno fatto conoscere così.

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“Non ti sei mai girata a guardare la disapprovazione dei giocolieri e dei pagliacci
quando tutti facevano trucchi per te
non hai mai capito che non è bello
non dovresti permettere agli altri di provvedere al tuo divertimento” E di lui? Di lui Dylan cosa dire? Mi sono sempre andate strette le definizioni e categorizzazioni troppo rigide, poesia non poesia, forse per quello la mia grande passione letteraria la vivevo in modo sterile e sono passata a studiare cinema e teatro, mondi più possibilisti a livello di sistematizzazione del sapere. Di lui dirò che l’ho conosciuto da ragazzina grazie a De Gregori, che mi piacciono la sua musica, la sua armonica, i suoi versi e che spesso mi sono vista nelle sue canzoni, e il mio cuore ha tremato.

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Narrazioni

Traslochi digitali forzati. 10 anni un tera di ricordi in foto, parole,musiche, video, vita fluida che scorre file dopo file, liquida e veloce, sovraesposta forse, ma tanta vita, storie, persone, eventi e dettagli di piccola importanza, vita da rifare, qualcosa da eliminare in modo catartico, altro sarebbe da rivedere rigustare, un lusso che il tempo non sempre permette. Allora i social (blog, instagram etc) non sono solo una vetrina al mondo, ma una narrazione di sè, un tentativo forse effimero di fermare l’istante.

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