Non solo palle

l’insostenibile incapacità di essere un popolo civile

Siamo un popolo che si prende per gioco, ma non sa nemmeno giocare sportivamente. Una grande vergogna, e siamo anche molto stupidi se i più pensano che abbiamo perso per via di un morso: di certo non sportivo come gesto e condannabile, ma non giustifica le offese inaccettabili, tra l’altro, ancora una volta indirizzate alle donne, in maniera gratuita e pesante. Il problema non è una palla o il mondiale. Il problema è civico e culturale. Siamo un popolo che non è in grado di vivere sportivamente un evento, di lasciarsi andare anche alla goliardia sportiva senza attaccare pesantemente gli altri tirando in mezzo ebrei, donne e offendendoli. La realtà delle cose è che abbiamo giocato male, ma come sempre i più necessitano di identificarsi come vittime, capri espiatori accentuando morsi, arbitri poco oggettivi, senza mettere in discussiona una squadra pagatissima che per 90 minuti non ha difatto giocato ( un solo tiro in porta, non occorre essere degli esperti per capire che non abbiamo giocato). Il problema è a monte, è alla base, è nella testa delle persone. Avete mai assistito alle partite di calcio per bambini di 6 anni? Avete guardato l’atteggiamento da hoolingans dei loro genitori e cosa gridano dagli spalti? E questi vivai che non trasmettono amore per lo sport, ma solo violenza gratuita e illusioni. Io ho praticato sport agonistico, in un ambito più sano, perchè era uno sport di serie B, ma guarda caso che ogni anno porta visibilità e medaglie alla nostra nazione, ma a nessuno interessa la scherma. Io ho visto i bambini di Trinidad e Santiago con occhi affamati di vita e cibo, correre per strada dietro a un pallone, maschi e femmine, ed essere felici. ( Grazie Giulia Sciannella per la foto)

Vania

Vania spesso guarda il mondo da un’altalena in movimento. Almeno il vortice centro si cheta
Per Vania è sempre estate, sorride poco ma odora di mille profumia soprattutto di quello che scegli tu.
Vania guardava il mare,plumbeo come il cielo.Ricordava il barcone,l’arrivo su una spiaggia sconosciuta,una lingua che sapeva dalle canzoni.
Vania la spiaggia di notte è solitudine, ma se passa qualcuno è una sigaretta lenta, un sorso di birra e racconti di mondi che non ci sono.
Vania osservava il mare.Le sere erano uguali non c’erano giorni di festa o di lavoro. Salì sulla vecchia barca, lontane le musiche dai pub.
L’aria era fresca, pungente, il mare cullava i suoi pensieri. Amava stare su quella barca, e spesso ci tornava. La conosceva molto bene. Era una delle imbarcazioni che puliva per conto della cooperativa dove lavorava. Toglieva bicchieri, tovaglioli e lenzuola stropicciate, avanzi di sesso risate e imponenti cene. Ma le piaceva il silenzio di quelle sere solitarie. Il mare odorava di blu, sentì udire il rumore di una fisarmonica provenire dalla prua. Inizialemente ebbe paura: al porto non c’era nessuno, le banchine erano vuote. Non sapeva se fuggire o esplorare. Conosceva la barca come le sue tasche, seguì la musica e si trovò dinanzi un ragazzo più o meno suo coetaneo, che suonava. Si accorse di lei, le sorrise. Lei lo fissò per un momento che sembrava lunghissim. Nell’aria c’era odore di vino, forse sarebbe dovuta fuggire: forse era un malintenzionato, un ubriaco.  Ma aveva gli occhi buoni, che sapevano accoglierla. Si mise accanto a lui. Lui le offrì un calice di vino rosso, lei bevve. Non parlarono. Brindarono tenendosi negli occhi. Vania non ricorda bene cosa accadde dopo. Si ricorda solo che al mattino era felice. La notte passò tra canti, silenzi, ascolti. Pochi parole, un timido bacio e molti abbracci. Si addormentarono così, all’alba, in un abbraccio. I gabbiani e i pescherecci stavano rientrando, ma loro non sentivano il rumore della vita. Erano in un sogno che era appena iniziato.

 

Una manciata di spezie

Adesso siediti, e ascoltami. Guardati, come ti guardo io: con tenerezza, desiderio, felicità. Cercami, senza farti domande. Scolpiscimi, senza definirmi. Toglimi il celato dalle labbra. Il vocabolario dell’esistenza è troppo piccolo per chi si ama completamente. E allora non occorre definirsi,  già ci si perde senza farlo. Troppo strette le parole, le categorie: sono vestiti che servono per coprire chi non osa. Meglio starsene nudi audacemente rischiando di farsi scoprire, di sentire troppo, ma infondo significa scegliere di vivere. Non arriveremo mai forse a capire cosa siamo, se non compagni di viaggio che sostenendosi varcano orizzonti. Stelle che si intercettono, lancette impazzite che si sovrappongono il tempo di un bacio, lacrime di latte. C’è profumo di vaniglia sui nostri corpi che si accolgono col sale dove navighiamo. E in mezzo leccarsi ferite e piaceri. C’è un giardino di cedri e bergamotti, la paura di viversi, le distanze che separano, i confini del dolore e dell’amore sempre così sfumati. C’è questa voglia di esserci anche se imperfetta, come imperfetti siamo noi. Eppure naturalmente presenti non come essenzialità ma come essenza nelle nostre vite. Siamo solo una manciata di spezie disperse nell’aria, ma in quell’istante persino il vento si ferma per annusarci.

Credo

Credo nelle dita che sanno di desiderio.
Credo negli occhi che bisbigliano alla pelle.
Credo alle anime che si riconoscono senza parole annusandosi e che si curano e si nutrono leccandosi.
Credo nei sogni che fanno venire voglia di viverli, e nella vita che non smette di farci sognare.
Credo nella forza delle parole ma ancora di più nel coraggio di perdersi e continuare a combattere per ciò che è prezioso.
Credo nella complicità di certe relazioni che resistono anzi si intensificano col complessarsi degli eventi.
Credo agli abbracci silenziosi che sanno rompere la distanza e arrivare sul cuore per cullarlo senza invaderlo.
Credo alla volatilità della memoria capace di modellare il passato a seconda dei nostri desideri ed è un modo per amarsi.
Credo ai racconti della pelle che sanno di echi sussurri e inchiostri trasparenti.
Credo alle parole che sanno fare il solletico sull’anima, ma anche alle note che sanno farla vibrare in onde e compenetrazioni.
Credo al pieno possesso delle facoltà mentali , così come al sacrosanto smarrimento di esse.
Credo ai morsi per fame, e a quelli per piacere.
Credo alle lacrime di ogni tipo e provenienza.
Credo nei danni dell’amore ma ancora di più nella sua capacità di ricostruzione.
Credo nella forza delicata e determinata di una mano capace di tenere un accordo sui tasti. I nostri.
Credo nella forza degli spartiti, ma ancor di più in quella dell’improvvisazione.
Credo alle relazioni che non necessitano di definizioni ma solo di essere vissute.
Credo a ciò che mi dici perchè il mio corpo ne è la cassa di risonanza.
Credo infine al tuo corpo, perchè non ho vie di fuga ma solo accessi.

Aveva occhi che non vedevano, che mai avevano visto.

Aveva occhi che non vedevano, che mai avevano visto. Occhi quasi verdi per inutili tentativi di guarigione. Per questo aveva tutti gli altri sensi più forti: polpastrelli consumatissimi ma sensibili, udito fine, gusto e olfatto infallibili. Ma soprattutto la capacità di scrutare dentro, di sentire col sesto senso senza nemmeno indagare i volti. Io da lei ho imparato moltissimo. Non solo insegnamenti, ma un modo di essere che so incastonato nella mia anima e forse molto di quel tocco di magia che, bene o male, mi fa essere speciale. Lei, che fin da quando ero piccola si affidava a me. Ho imparato la responsabilità di custodire e in qualche modo, guidare. La tenevo per mano. E le raccontavo tutto ciò che i suoi occhi non potevano vedere. Film. Volti. Giornali. Paesaggi. Libri. Pericoli. Bellezze. Tessuti. Colori. E forse per questo, indubbiamente ho imparato da piccola l’arte di raccontare. E di farlo, per e con amore. E, quasi sempre, onestamente. Almeno fino a quando, crescendo, capii che anche i suoi occhi avevano bisogno di sogni e ammorbidivo onestamente dettagli. Per mano, la conducevo. Attraverso strade, indicando buche gradini e ostacoli ma anche la bellezza. Uno stare in guardia che forse ha eretto lance dentro al mio castello. Uno stupirsi di piccole cose. Lei mi ascoltava. Ed io imparavo l’arte della parola per vedere il mondo. E di dettagliare, e di ricordare. Sarà per quello che nell’invisibilità io mi oriento. Non sarà un caso che poi spesso ho rincorso parole per salvarmi la vita. E nemmeno il fatto di aver scelto la visione in celluloide come mio principale mondo accademico. Ho sempre saputo che noi, nei suoi occhi, eravamo in tutto molto più belli, e pensavo da piccola che se un giorno ci avesse visto, magari ci sarebbe rimasta male. Poi si impara, che quando si guarda con amore, niente delude. Spesso era lei che raccontava. La vita con le parole di chi paradossalmente, essendo privato di un senso, ne coglie di molteplici e in maniera coinvolgente. Senza risparmiarsi. E anche questo, infondo, l’ho imparato da lei. A non risparmiarmi quando qualcosa ne vale la pena. E mi ha insegnato anche a cucinare: io eseguivo e lei mi raccontava ricette, da brava figlia di cuoca che era, come fossero favole. Amo guardarmi allo specchio, per lei che non lo hai mai potuto fare. Di molti, senza ombre, mi sapeva guardare dentro, senza giudicare mai. Era un abbraccio il suo ascolto, e ogni tanto mi manca. E ogni tanto mi guardo, nei momenti di intenso amore per me, con questo suo sguardo: tenero e senza giudizio. So benissimo che alla fine nel camminare per le strade del mondo, anche se io la tenevo per mano e le raccontavo la realtà, i veri occhi erano i suoi. Quello sguardo così verde, è quel bagliore di innocenza e dolcezza che brilla nei miei occhi scuri. Ed è per questo che è sempre con me. Lei. Lei, che era mia nonna.

 

L’abbraccio

L’abbraccio pieno di paura prima della partenza e quello pieno di attesa
e voglia sui binari troppo consumati del wend, nei ritorni.
L’abbraccio fortissimo e disperato di ritorno da Eilat e due occhi scuri
e grandi pieni di bagliori che non avrebbero dimenticato. Dolore.

L’abbraccio dove mi prendesti la mano, nella tua. Il tuo respiro dietro
di me e io davanti. Imparando a scrivere. Insieme. In un pugno.

L’abbraccio,quello con le gambe al posto delle braccia, e i respiri
caldissimi sulla pelle,e tutto il resto, lo ricordi, non importava.

E al buio, l’abbraccio che non sai mai dove arriverà o dove si femerà,
ma sai benissimo il punto esatto e la forza che vorresti per volare.

L’abbraccio, prima del bacio, prima del piacere. Solo per il fatto di
esserci, insieme. E quello dopo. Nel silenzio, a vibrare. Sovrapposti

L’abbraccio del congedo e quello di “una vita che ti aspetto”. Due baratri che si guardano, uno sprofonda, l’altro vola.

L’abbraccio del congedo e quello di “una vita che ti aspetto”. Due baratri che si guardano, uno sprofoL’abbraccio, perchè altro non avevamo, nella nebbia di Erice. Chiedevamo
solo quello, di poter restare abbracciati. Ma nessuno lo concesse.

E l’abbraccio, quello forte che lega che annoda che eccita che fa
sentire vivi. Ma soprattuto paradossalmente, liberi. Di esisterSi.
( Io stasera vorrei toglierti la mano dal viso, e abbracciarti. Senza dirti niente. Ti abbraccerei prima con gli occhi. Profondamente.E poi. Con le dita, nelle dita. A scaldarsi . E le labbra, solo a sfiorarsi. Rapido sapore da imparare. E quindi. Cuore sul cuore, sentirti il battito e confonderlo col mio. A occhi chiusi. Ti stringerei fortissimo. Senza paura. Rischiando.E sarebbe un abbraccio sul brivido lungo della schiena e del ventre. Il nodo invisibile che mi porterebbe da te, e in te. E viceversa. In me. Abbraccio come nodo, perchè tu non ti dimentichi mai, di me. E tu lo possa sentire, nell’odore e nelle forme anche quando non ci sono.)

Note al margine: “Però non devi farti prendere moltissimo. Promettimelo. Promettimi di non farmi diventare una convenzione, un’abitudine, una rassegnazione”

Preferisco le vie di fuga, a quelle di accesso.

Preferisco le vie di fuga, a quelle di accesso.
Preferisco camminare senza ombrello. E sentire. Non voglio perdermi nemmeno una goccia di quel che il cielo mi regala.

Preferisco pronunciare la parola miele, piuttosto che scriverla.

Preferisco fare come sento e essere come sono che all’idea che tu hai di me.
Preferisco includere che escludere, preferisco il dolce al salato,essere chiamata più che definita, preferisco non cercarti che restare sola.

“Arrestate la ragazza per illegittima seduzione” (Alice) sarei nel carcere di massima sicurezza, io.

Fantasticheria d'amor per la fantasima

Ci sono donne che non sai nemmeno tu,

Pavese. Quelle nervose, con l'unghia lacca

e una Muratti fra le dita. Quelle con quelle calze

che sanno stare assenti al silicone. 

Con la minuzia nello sguardo a fuoco 

e un'apparente discontinua distrazione. 

 

Le muse con il medio greco al piede,

la veste anni '60 in lana e camiciole oziose. 

Forse discinte all'aia, forse un po' cotonate

e quasi senza voglia. Le patinate in sogno, 

dalle culotte d'elastico rigato color carne. 

 

Le contenute che poi rilucono se le intravedi 

al mondo svestite dall'abitudine dell'ordine 

citato a notte e giorno. Sarà per questo 

che la questione dei vestiti è roba nostra. 

Quasi verghianamente una conferma 

all'argine del borgo.

 

Ci sono donne che non so nemmeno io,

Pierina, di cui non so l'odore, né l'umido,

nè l'ozio o il lavorio. Ma le so dire a notte 

tra le pieghe nere dove si posano 

preziose le preghiere.

 

Qualcuna è accabadora di se stessa

bisognerebbe che la Murgia lo sapesse.

A volte per la bellezza e l'abbandono,

a volte senza passar per l'ostia del perdono.

Ma ci sono fiori e ne son certa son mughetti

in quel perduto amore di se stessi.

 

 

(Nerina Garofalo, novembre 2010) 

www.dirtyinbirdland.splinder.com

Area pic-nic

Lei ci passa quasi ogni giorno. All'andata correndo, al ritorno camminando. A volte c'è il sole primaverile a inseguirla,le nuovole si muovono rapide sulla sua testa, altre volte controvento,  in poche occasioni si è lasciata bagnare dalla pioggia sulla faccia, senza meta ma solo per l'importanza di sentire i passi scalpitare e l'odore della terra mischiarsi alla brezza marina. A volte forse fuggendo, a volte a passo leggero altre coi sintomi della rabbia. Ci passa, e i pensieri vagano come mine indiscriminate. Tutto e il contrario di tutto si affollano nella mente. C'è silenzio, unico il rumore delle foglie che rammenta di essere fuori dal sogno. In fondo al viale dove il verde confina con il mare panchine vuote in un'area picnic che però non sono indifferenti. Riservato simulacro di emozioni intense nel solleone che erano vibranti sensazioni di esistere. Lei ci passa, e lì difronte respira più a fondo: ci son caduti aghi di pino stanchi,  neve inattesa e ora  gemme, ma il risultato non cambia: è un'alcova segreta e anche se vuota lei  lì prende sempre aria e il mondo le sembra quindi più facile; poi inverte il cammino, spalle al mare e di nuovo. Apnea.