Me stessa in un libro

(descrivi te stessa come se fossi il personaggio di un romanzo)

Erika si vestiva sempre delle tonalità del blu, la rassicuravano e le davano sempre una sensazione di leggerezza e profondità al tempo stesso. Aveva gli occhi grandi, scuri, luccicanti incapaci di nascondere i moti dell’animo, le sopracciglia decise, le labbra pronunciate e carnose. Il viso era incorniciato da una folta chioma nera di riccioli ribelli e indomabili. La sua carnagione era scura, bastava poco per colorarsi col sole. Aveva forme morbide, un seno prorompente, fianchi larghi, dita lunghe che colorava in base agli stati d’animo. Era formosa, una inutile guerra contro la bilancia a suon di diete, ma non rinunciava all’amore di sè, alla compiacenza della seduzione, alla bellezza. Aveva un carattere solitamente solare, allegro, ben disposto nei confronti della vita e degli altri. Generosa e altruista, amante della compagnia, non poteva rinunciare a momenti di solitudine, mutevolezza lunatica, dolce malinconia. Nell’avvicendamento di tutti questi stati d’animo le creava un caos primordiale dentro, a volte estenuante, a volte meraviglioso. Viveva la vita con sensualità perchè della vita era, nonostante tutto, profondamente innamorata.

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Grazie

Grazie per quella volta che hai preso le corde con cui impigliavo i miei pensieri tristi e ne hai fatto melodia.
E grazie per quella volta in cui tutto era scontato, e hai voltato le carte e c’erano ancora sogni da inventare.
Grazie per quella volta che hai sfiorato il mio dolore facendomi capire che era il fondo della mia forza.
Grazie per tutti i viaggi tracciati sulla mia schiena e nel nero dei tuoi occhi, alfabeti invisibili
Grazie per ogni volta che mi perdo in quello che non c’è e mi ricordi di respirare quello che c’è…
E per ogni volta che la tua voce fa delle emozioni brividi lunghi di calore.
Grazie perchè tu sei molto di più della mia scittura: sei il galoppo libero del mio modo di essere.

Matematica delle passioni

Non credeva ai suoi occhi quando leggeva le sue parole. Dopo anni di porci 2.0, poeti maledetti del virtuale, coreteggiatori seriali finalmente un uomo “normale”, amabile e fedele. Con lui riusciva a parlare in modo semplice, senza aspettative, era un “farsi compagnia” negli interstizi del giorno, fra il lavoro e uno spostamento in auto, tra la buonanotte e il buongiorno. Avevano deciso di restare nelle parole, nessuna telefonata, niente voce, per non compromettere tutto il resto delle loro vite che era un “tutto il resto” molto denso fatto di coniugi, figli, genitori, colleghi, impegni, residui di passioni comuni come la musica che li aveva fatti incontrare. Si raccontavano liberamente di tutto: dubbi,  paure,  rimorsi, possibilità affievolite, quotidianità, senza omettersi niente. Nel giro di poche ore si erano seguiti su ogni tipo di social, così che in una settimana erano entrati rapidamente l’uno nel microcosmo apparente dell’altro fatto di foto, relazioni, momenti memorabili, nel bene e nel male, attimi di tempo crudele e altri meravigliosi. Ogni tanto la vita fuori dalle righe era soffocante e allora a turno immaginavano una seconda vita, un piano b per evadere che poi non avrebbero mai realizzato perchè “tutto il resto” era troppo importante. Altre volte si prenotavano in anticipo per la vita successiva, assolutamente la volevano trascorrereinsieme. Sognavano ma ad occhi aperti, ponendo ben attenzione a non urtare gli altri di “tutto il resto”: niente smancerie, solo cordialità in pubblico. Il resto era un giocoso farsi compagnia in intimità, tra parentesi, lontano da tutti, vivendosi ma preoccupandosi di non fare male a nessuno. Poi tutto finì, in un giorno di grandi disastri. Aerei scomparsi, neve su ogni autostrata, traghetti in fiamme, mercantili che affondavano. In tutto questo caos di informazione, LUI aveva nell’ordine Vezzeggiato, Coccolato, Adulato pubblicamente un’altra che non era lei. La sua “prima donna” interiore (anzi, tecnicamente la seconda…) ne risentì moltissimo. Tutti gli accorgimenti, tutte le omissioni, tutto il trattenersi tra un tasto e l’altro non era dunque corrisposto nè sincerò. Rapidamente la sue mente elaborò una sorta di regole sulla “Matematica delle passioni”, un modo algebrico per contenere la rabbia, la delusione e anche la gelosia ma soprattutto la spiacevole sensazione di essersi sbagliata. Come un mantra un numero dopo l’altro.

1) Prima di dire a qualcuno che è unico bisognerebbe essere certi di non averlo detto a n altri.
2) Se qualcuno pare speciale prima di seguirlo su ogni social ponderare la scelta, defolloware richiede poi tempo.
3) Tra le proprietà degli abbracci può esserci quella distributiva ma non in concomitanza con quella esclusiva
4) soprattutto nel mondo delle parole “Uno” non è insostituibile.
5) Capirsi tra le righeè un impegnativo procedere per sottrazione per arrivare all’essenziale,il resto è ridondante
6) Nei mondi social predomina il valore posizionale delle persone ma lo scambio tra addendi predomina.
7) Regalare parole è facile, rendere quelle parole una formula di realtà e lealtà richiede grande sforzo
8) Ad ogni tweet compromettente corrisponde un dm di forza uguale e contraria.
9) La bustina che non si illumina per notificare nuovi dm è la prova 2.0 della teoria della relatività di Einstein
10) “tutto il resto” fuori dalla vita social ha il peso specifico necessario a rendere ciò che è qui relativo.

Intanto la sua personalità,  ultimamente saggia, calma, idilliaca lasciava spazio alla sua parte più selvaggia, indomabile, distruttiva, istintiva che meditava come reagire. Si prospettavano diverse possibilità: 1) abbandonarlo senza spiegazioni 2) filarlo e fargli una partaccia memorabile 3) scrivi un racconto. Optò per la terza, senza troppa convinzione, e rimase in attesa che un soffio di lealtà riordinasse i pensieri.

(Perché vivere tra parentesi richiede la lealtá e la sincerità senza mezze misure)

(Racconto e decalogo sono ideati da @erykaluna)

 

Lezioni di adagio

La musica non si può contenere. Ha bisogno di uscire allo scoperto. E di un corpo per essere ballata. Meglio due. Come certe passioni. Quindi, che aspetti.Ho voglia che il braccio con la puntina di diamante accarezzi ogni solco: che risuoni l’invisibile. Noi, addossati. Ho voglia che tu mi balli. Come fossi quella musica che ti risuona nel cuore ogni volta che la vita ti esplode nelle vene, e sorridi. Che tu mi balli vestita, così da percepire, sotto ogni strato, lo spartito e sfogliare le mie andature nei fragili pentagrammi .E respirami, tra una nota e l’altra e anche nel silenzio. Sul collo, e sul cuore. Come l’odore violento e irrinunciabile del mattino. Sentirai nelle tue mani ogni singola fibra cedere al passo della tua vicinanza. E le sinapsi arrendersi a ogni battuta nel giro di volta.

( Mi prendesti all’alba in un ballo inatteso, come bocciolo schiuso tra i tasti delle tue mani. Mi insegnasti l’arte dell’adagio.Io, che non mi fermavo mai. A ogni tuo passaggio restavo sospesa come l’intervallo tra un tasto nero e uno bianco. Vinta, ubriaca dei tuoi suoni.  Adoravo essere usata: rendevi i miei logorii melodie. E mi commuovevi, in ogni mio angolo. Tu, non mi rinchiudevi in griglie di pentagrammi. Tu mi lasciavi vibrare come aria che sbatte nelle pareti. E lentamente, non saperne fare a meno. Di quelle pareti. Polpastrelli su ogni mia corda, orchestra sinfonica che facilmente si piega al tuo gesto.Non mi suonavi più, mi scavavi .Oltre la pelle, fino a leggere tutte quelle note riservatissime della anima malataNella musica da camera, indicibile. Ero la pelle di tamburo tesissima e ogni volta tu la percussione che rompeva il silenzio in grido.Per ogni scala diatonica, il fiato sempre più corto. Fino a compenetrarsi. E ci ritrovammo tra le mani una melodia più grande di noi. Non più un canone a due voci. Uno unisono. Non so quest’aria come finirà, so che seppure il finale non mi piacesse, la rivivrei da capo a fine. Ad libitum. Con te. E ora, risuonami.)

I tempi dell’incipit

Con te era tutto difficile, era tutto molto più grande di me.

Con te varcavo costantemente i miei limiti alla scoperta di mondi che mi hanno resa quel che sono.

Con te era tutto più facile, perchè avevi sempre un incipit per me e una storia da inventare per infilarci i nostri destini.

Ed io mi sentivo più tranquilla.

Note al margine: Da quale passato stasera arriverai? Imperfetto remoto prossimo. Mi hai insegnato gli incipit, quanto alle chiuse son rimasti solo enormi vuoti. “Se non piangi ti allaghi dentro e credo tu sia una marea in piena.” ( Le fabuleux destin d’Amélie Poulain)

Over the rainbow

Ho aperto questo blog una settimana dopo la mia laurea: come ricordo bene quell'estate piena di contrasti, soddisfazioni e una solitudine necessaria. Poco dopo grazie a questo blog ho conosciuto Benjamin. Domenica ci sposiamo. L'ultimo mese è stato davvero difficile: tutto quello che non è accaduto in 5 anni, è accaduto ora. Non parlo di ansietà di preparativi, quelle non mi appartengono, ma cose gravi e impreviste riguardanti la salute dei nostri cari. Ogni settimana succedeva qualcosa. All'inizio mi sono un po' scoraggiata e ho pianto. E se non potevo piangere scrivevo qui, come avete visto. Poi man mano ho preso forza. Ed eccoci qua. Più grandi, forse. Ieri in bicicletta sul lungomare ho percepito una sensazione di felicità come poche altre volte in vita mia. Ho provato a ricordare le altre volte. La prima volta che mi sono sentita così felice ( parlando di un'età adulta perchè da piccoli è più facile…) è stata a Taormina nel 2002 al Festival del Cinema: lì stavo benissimo, non mi mancava niente. La natura e i film e mi innamorai del cinema e iniziai un nuovo viaggio. Pochi altri episodi sono stati così assolutamente e puramente belli. E ieri ho percepito ancora quel senso di assoluto. Questa però è la mia dark room, e continuerà ad esserlo. La camera oscura dove i sentimenti e le emozioni emergono prima ancora di prendere forma. Grazie di avermi sostenuto anche nei momenti così difficili:))) Anche se non vi conosco e non vi guardo negli occhi, vi "sento" e questo basta.


 

 

Rapido viaggio nella blogsfera, e qualche pensiero rumoroso.

Ho fatto un rapido giro nella blogsfera. Ammetto che effettivamente nell’ultimo anno sono stata poco presente: essere andata via di casa mi ha dato altri "spazi" miei e quindi ho forse sentito meno l’esigenza di rifugiarmi nella stanza buia quasi cinematografica del mio blog. A casa mi son sempre sentita stretta, e negli ultimi anni il blog, e la scrittura prima, erano una sorta di dolcissime evasioni, la difesa di un privato che non si confondesse col resto della numerosa famiglia. Si è intensificata anche la mia vita: la convivenza certo, ma anche delle relazioni più solide e costanti, così come altre passioni si sono aggiunte alle parole. Parole a volte un po’ vuote e sorde, che fan fatica a uscire. In questo mio giro di blog ho visto molti blog chiusi, altri non aggiornati da mesi, e altri privatizzati. Mi è venuta un po’ di tristezza perchè i contatti del blog son sempre stati per me un bell’equilibrio rispetto ad altre esperienze del mondo internet. E poi mi dispiace, perchè so di aver trascurato alcune letture. Nel frattempo qualcuno ha cambiato paese, stato civile, professione, casa e via dicendo, come è normale che sia. E in un montaggio molto bello relativo a un matrimonio ho trovato una frase di I.Allende tratta dal romanzo a cui si ispira il mio nickname: "Forse la fortuna fece sì che ci trovassimo fra le mani un amore eccezionale e io non avessi più bisogno di inventarlo, ma solo di vestirlo a festa perché durasse nella memoria, secondo il principio che è possibile costruire la realtà a misura dei nostri desideri." In principio di ciò, e visto l’amore che sto vivendo spesso ho pensato di chiudere tutto, e lasciare del blog un bel ricordo nei miei annali. Ma non resisto. Sono un’inguaribile dipendente dalla scrittura. Da quando ho imparato a scrivere. Scrivo per divertirmi per raccontarmi per non dimenticare per sognare per immaginare per capire per passione per gioco e altre volte ho scritto per conquistare per sedurre per fare male e via dicendo…E farlo su una pagina nera un po’ condivisa mi fa sentire meno narcisista, e mi arricchisce molto di più che la solipsistica moleskina ( che comunque permane!). Ho dentro una grande energia, una creatività che spesso mi salva dal mio autoterrorismo e la sprigiono certo in foto disegni e parole, ma alcune volte vorrei davvero tanto cercare UNA SOLA strada in cui indirizzarla, a volte ho paura di farlo, a volte sono impaziente,a  volte non so come si fa…Ma non demordo, e mi prendo l’intensità degli attimi così come arrivano: come un dono. E intanto? Intanto grazie a tutti quelli che passano di qui, che leggono, che scrivono, che scambiano…Erano pensieri rumorosi, lo avevo detto, ma in fin dei conti appassionati.Compresi quelli che son passati, son scesi dal treno verso altri viaggi: a tutti loro un abbraccio in più, perch+ in qualche modo ciascuno/a ha fatto parte dei miei piccoli grandi giorni.

Foto from Dorado

Analisi sui massimi sistemi di comunicazione web.

All’inizio era Internet, oppure solo il net. Agli albori della civiltà in rete erano prima di tutto le chat, caratterizzate da un nick name più o meno consono alla propria personalità ( che si aveva o che si avrebbe voluto avere). Vedovo girare invitanti "sottilette filanti" che poi, nella vita fuori dallo schermo, erano seriose e impeccabili proff di matematica, pure un po’ freddine. Il dentro e fuori la chat, come rappresentazione del dentro e fuori lo schermo, ha creato linghi dibattiti su un nonluogo di mezzo quasi border line in certi casi, sui luoghi virtuali. In chat principalmente si andava per il fascino insostenibile di indossare un altro nome, e in qualche modo un’altra vita, pronti ( più o meno) a incontrare il mistero e l’ignoto un po’ giocando a mosca cieca, e altrettanti misteriosi nick, incontri a suon di tastiera, che poi prendevano voce via telefono, immagini in pixel e fisicità in incontri  talvolta deludenti, talvolta appaganti. Poi c’è stato l’avvento dei forum prima e dei blog successivamente: quasi un passo da privatizzazione dello spazio, inteso come "mettere dei confini" non tanto su quello che si dice, ma su come si dice. I blog, seppur nella maggior parte dei casi liberissimi diari personali, hanno dato sfogo, come del resto i forum, a vene di scrittura che aspettavano di esplodere e al contempo, nei confronti del ricevente della comunicazione hanno indotto una definita cernita: si frequenta un blog se l’argomento o il modo di scrivere ci interessa, oppure se conosciamo la persona. Nel blog si sceglie maggiormente, E poi arriva face book, passando per Second life. Sto prendendo confidenza con questo sistema di comunicazione via web che credo sia venuto alla ribalta in questo ultimo mese grazie soprattutto all’Onda studentesca. In realtà seppure apparentemente è un altro luogo in cui dire al mondo che ci siamo, se osservato come tipi di moto, è il contrario della chat: in chat si andava vestiti di un nick in cerca di sconosciuti, in facebook si va in genere con nome e cognome e tanto di foto alla ricerca del passato, frugando tra amici persi di vista e compagni di scuola da ritnracciare. I movimenti sono contrari: in facebook si va verso il passato per vedere come è coniugato oggi, si va più schiettamente con alcuni dati "reali" per essere rintracciati, si va sul sicuro perchè si cerca ciò che si conosce e l’allargamento dei confini è una scelta ponderata, forse, in qualche modo difende maggiormente ma si costituiscono dei gruppi di interesse, ed è questo il lato che mi ha colpito positivamente, si perseguono delle cause quasi come in second life, ma più reali forse…In chat si gioca a essere più teatranti, si cerca ciò che non si conosce, si hanno soprese, nel bene e nel male, forse si osa di più, ma  si sparano anche più grosse, tuttavia in qualche modo è uno sguardo al futuro che supera le paure dell’altro…Al di là dello scherzoso titolo, il mio intervento non ha nessuna pretesa, se non quella di dare sfogo alla mia creativa curiosità: perchè mi interessa molto l’evoluzione dei luoghi di internet…per me sono un po’ le città invisibili calviniane del nuovo millennio.

Le città invisibili disegnate da Colleen Corradi Brannigan

Note al margine: Vi invito tutti a confrontare i seguenti siti: http://www.pubblica.distruzione.org/ e http://www.pubblica.istruzione.it/.

Emozioni.

Ho visto.
Una mostra sul cinema e lo spazio del cinema, e quindi tanti vecchi palazzi delle “mie” numerose città, come erano all’inizio del secolo, ma anche quando ero bambina. E i multisala di adesso, con i loro spazio pensati, perché alla fine la sala cinematografica per me è un po’ un’alcova: certo ci sono visioni collettive che non posso dimenticare, ci vado volentieri in compagnia, ma poi tutto sfuma e mi sento io, e lo schermo.
Ho visto.
La mia spiaggia cambiare e svuotarsi, ma al tempo stesso prendermi gli ultimi raggi estivi, e sentirmi solare dentro.
Ho visto.
Il disperato inizio scolastico dei bambini più piccoli, e nei loro occhi paura, battiti accelerati, incomprensione, ricerca di un sostegno, e mi sono emozionata, come se non riuscissi ad abituarmi a tutto ciò, forse non mi abituerò mai e mi piace così, e me li stringo forte, per sentirli calmarsi e poi, improvvisamente, ridere.
Ho visto.
Blu notte.
Per due volte mi ha appassionato, indignato, coinvolta. Sia su S. Anna, perché sono i miei “monti”, sia sul G8, perché mi ha indirettamente mi ha segnato.
Ho visto.
Il tramonto su Monterosso come non lo avevo mai visto, nella parte alta del paese, e anche Levanto, così vicino e sconosciuto, e farmi rapire sempre dalla Liguria. Pensare che due anni insieme non son tanti né pochi, ma che sono il tempo giusto per viversi appieno.
Ho visto.
Quanto sia bella la quotidianità, fatta di piccoli gesti, di attese, di incontri, di uno stare insieme che è conviversi.
Ho visto.
Fiori, bulbi, colori a Murabilia, qualcosa di spettacolo, dall’odore di cannella e limone, alle variegature cromatiche delle piante, e tavolate di mele, fichi e altre tonalità l’autunno. Perché l’autunno a me piace tantissimo, è una promessa che poi torna il sole, e la primavera e tutto ricomincia. E mi piacciono i suoi colori, il tempo variabile, anche le sfumature di questa stagione un po’ mi somigliano. Mi piace con la sua emozione e la sua malinconia, come il suono del violino.

Note al margine: i referr mi affascinano sempre molto, fra quelli di questo mese trovo molto poetico " correre a piedi nudi fra i tuoni"; mi esalta "blog al di là di ogni schermo"; mi rende incredula "ho una sensazione di benessere che mi vibra dentro fino a brillarmi"; mi incoraggi "racconti brevi di erikaluna"….

Con gli occhi chiusi

A volte spengo gli occhi dentro per non vedere. Le piccole nostalgie che bruciano nelle distanze, le emozioni e le paure stritolate per non straripare lungo i miei biglietti chilometrici di congedi e costanti ritrovarsi, in un luogo non proprio.  Il sangue impazzirebbe a fermarsi su questo tempo indecentemente così denso e bello, così strangolato dalle lancette ben affilate. Io, solare e accomodante, tenace e forte, io che non mollo perchè ci credo, scatto foto per riempire spazi, per raccontarmi l’attesa, io, che impaurita congelo passioni e pongo il mio essere debole sotto il silenziatore, a volte ha bisogno di dare parola alla solitudine, a questo vivere a metà che è per buona parte della settimana, non come se mi mancasse qualcuno, ma come se proprio fosse una mia mano o un mio piede a mancarmi, un parte di me. Come a volte non ho bisogno di parole, ma di abbracci.  Io a volte  proverei a starci in questa sensazione di piccolo dolore, e passarlo meglio questo tempo, in qualche modo dandogli voce, spazio, autenticità riconoscendo la fragilità naturale in certe circostanze.  E so benissimo che tutto questo io non è altro che un noi. Ma tutto ciò sarebbe un tocco di libertà. Ci vuole molto coraggio a dirsi quanto teniamo alle proprie storie, ai propri sentimenti. Io allora potrei permettermi di più, come ad esempio spingermi sull’altalena senza frenare con la punta dei piedi. In ogni modo. Permettermi di lasciarmi andare.
Note al margine: Io non ho bisogno di denaro. Ho bisogno di sentimenti, di parole, di parole scelte sapientemente, di fiori detti pensieri, di rose dette presenze, di sogni che abitino gli alberi, di canzoni che facciano danzare le statue, di stelle che mormorino all’orecchio degli amanti…. Ho bisogno di poesia, questa magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi. ( A.Merini)