In pochi centimetri

Erano infondo due anime così, un po’ vagabonde e ribelli, ma appassionate e scrupolose. Avevano viaggiato tanto, in chilometri e persone, per poi perdersi in pochi centimetri tra le labbra e gli occhi. Quando finalmente si incontrarono, il sussulto prese il sopravvento, discretamente: lei iniziò a strofinarsi le mani, come a volerle scaldare in quella terrazza sul mare di metà Novembre. Lui iniziò a parlare, senza molte pause, con voce ferma, calda, accogliente. C’era molta aspettativa, paura e entusiasmo in quell’incontro, entrambi lo sapevano ma non se lo dissero. Lui iniziò a disquisire del progetto alla radio per la promozione dei libri, ma lei decise di starsene ancora qualche minuto tra le nuvole, sospesa tra l’odore di pioggia della terra e quello dolcissimo del cielo sognante. Lui era lì, materializzato dinanzi  a lei, dopo anni di trasmissioni radiofoniche, non era solo una voce, non più. Era lì, con la sua camicia bianca lievemente sgualcita, i suoi gesti misurati e sinceri, sorrideva poco, ma negli occhi c’era la luce di chi non molla mai. Lei invece sorrideva, infondo era la sua firma: la gente la ricordava per il suo sorriso, costante, frequente, solare, anche quando dentro urlava di dolore. Le parole le arrivavano come suoni indistinti perchè era già persa nella sinuosità delle labbra, pronunciate, ben disegnate capaci di accendere fantasie sopite. Sentiva addosso i suoi sguardi profondi raccontare viaggi, sensazioni mentre le sue fantasie cavalcavano impudiche e inattese ardendo in quegli occhi capace di leggere il suo stesso viso, la sua pelle, li sentiva addosso come mani discrete eppure delicate e determinate scavarle i pensieri, le emozioni, fino a sporgliarla. In silenzio ascoltava e si faceva avvolgere, ogni tanto si scostava i capelli dalla fronte per tornare alla realtà. Quelle labbra da bacio immaginato, un po’ audace e un po’ romantico, sembravano aspettarla sul punto invisibile dove gli equilibri si rompono con un tremulo tormento. Chissà se lui si era accorto dell’innocenza rossa sulle gote con cui lei vibrava intimamente e se lei aveva intuito quanta tenerezza c’era in fondo a quel cuore, non era forse questa la felicità? Si incamminarono verso il parcheggio, senza aggiungere molto, si salutarono. Lo vide allontanarsi nella prima nebbia della sera, avrebbe voluto chiamarlo perchè già i suoi pensieri cercavano nel groviglio dei batticuori quando il suo sguardo  da casualità divenne necessità: bastarono pochi istanti per imparare a sillabare la parola “mancanza” col silenzio e vestirla col suo nome. Ormai era distante, dileguato nel buio. Era possibile che tutto stava accadendo così rapidamente, o forse era già successo dentro di loro senza accorgersene? Che cos’è l’amaro sapore che resta quando sei lontano e non so più immaginare il sorriso dei profondi sguardi tuoi? Si sussurrò lei, come una cantilena, specchiandosi sui bordi di una pozzanghera. Allora corse senza pensare, col cuore in gola, le gambe tremanti, lui era lì, appoggiato alla macchina, sembrava aspettarla. Si guardarono ma non abbastanza. Finirono in un bacio da togliersi il respiro, lei sorrise, come se fosse il centro dell’umanità, lui la guardò appassionato come chi da tempo si appartiene, perchè capirono che per sognare non occorre chiudere gli occhi e credere alle favole, a volte basta  aprirli e specchiarsi in chi si ha davanti per viversi. Dicono che quelle due anime raccontino l’amore senza parole, a vedere dai loro occhi credo che sia veramente possibile.

Anno numero 1.

A memoria del primo nostra anno insieme ho raccolto quanto segue:

Nell’atteasa- i colori con cui abbiamo dipinto animali sulle pareti perchè ti facessero più lieve la notte

-le foto dei bucati con cui lavavo l’attesa di te. I libri di Rodari con cui ti leggevo ad alta voce, i suoni delle cascate.

Di quella notte ho tenuto quanto segue, per ricordarmi di come sia una partita a scacchi la morte e la vita: il tuo bracciale con l’ora per ricordarmi quanto ci siamo messi in gioco, io e te, e  il nome tuo scritto con 3 lettere sbagliate per ricordare quanto poco attenti agli altri siano le persone e la mia camicia da notte. Non quella del parto, ma quella del mattino dopo, con cui ti ho potuto finalmente stringere a me. E parlare.

Dei primi tre mesi insieme ho raccolto qui il tuo carillon con la pecora, che hai ritrovato da dentro a fuori la pancia, la bandana con cui ti abbiamo portato al mare ( avevi circa 10 giorni) perchè tu mi fai stare bene come il mare  il costumino del tuo primo bagno in piscina ( avevi 2 mesi) a ricordarmi di non avere mai paura di andare a fondo.

Dei successivi tre il tuo ciuccio, il tuo lettino perchè, dormendo con noi, è rimasto vuoto 7 mesi, il tuo peluche preferito: rammentarsi che coccolarsi non è mai reato e le candele del mio compleanno, perchè mi hai chiamato mamma, anche se lo sono diventata molto prima. Dal primo momento che ho sentito che c’eri.

Ancora del tuo primo anno la coperta rossa dove dormivi col gatto, la mia borsa di scuola ( per ricordarmi quanto mi mancavi al lavoro), il cappello da puffo per carnevale,  l’altalena perchè ti faceva sorridere, la bicicletta dei nostri solitari viaggi il cucchiaino della tua prima pappa, il biglietto aereo della nostra prima vacanza, la candela del primo compleanno. Perchè in ogni cosa ci tenevamo per mano e quella che cresceva davvero, in fondo, ero e sono io.

 

E abbiamo vissuto ballando

Non abbiamo mai ballato molto io e te. Ma lo abbiamo desiderato tantissimo. Per questo ci scalpita la musica ancora dentro. Dopo anni.  La prima volta ballammo in un bosco, sull’Appennino. Prima dell’autunno. La musica era il fruscio e il cinguettio di creature mitologiche, quasi poetiche. Le parole erano appese agli occhi. E i vestiti agli alberi. Abbiamo ballato poi, mentre ci sfidavamo per conquistarci. Balli di vino e coriandoli vicino al porto. E in mezzo alla folla, io mi sentivo libera e felice. Perchè stavo ballando solo per i tuoi occhi. E la primavera con i suoi balli lenti, al buio, quelli dove non si parla , e le fronti si stanno attaccate. Il tempo della musica lo battono i baci che portano via, tutto, anche le paure ma lasciano una forza di sognare ineguagliabile. A volte ho l’impressione che quel ballo lento non lo abbiamo mai interrotto. E i balli di gruppo, nei vechi pub dell’Irlanda del Sud. Lievi e ubriachi, come è l’amore. Poi il ballo in vestiti eleganti, ed io ero una principessa candida. Pieno di gioia. Bianco come un foglio di promesse da scrivere. E la salsa, odorosa di cocktail e di abissi corallini in un mare a sette blu. Abbiamo ballato noi due, anche a spasso per il mondo. Abbiamo ballato blues e rock, abbiamo superato a passo di danza le peggiori tempeste, le migliori vittorie, la più straordinaria quotidianità. Abbiamo ballato coi nostri animali. Nel giardino della nostra casa, e coi nostri amici. E poi, abbiamo ballato in tre. Anche girotondi. Solo per vederlo sorridere. C’è ancora tanta musica lì che aspetta di essere vissuta. Io non mi spavento. Io ci credo. Che noi balleremo ancora.

Di queste ipotetiche vite che non sono state, e che forse non saranno

(Libri immagini luci. Non riesco a seguire niente stasera. Un pensiero. Uno solo. Mi distrae. E’ costante, intrigante, indispensabile.)
Verrei, con te in libreria solo per il gusto di scorrere insieme i titoli dei libri e constatare che tu li hai letti quasi tutti.
Oppure, in una grande profumeria. Giorovagare e cercare il tuo profumo, inspirando. Tra mille odori. E tenermelo un po’ sulle mani.
Potrei aver fatto altri mille mestieri nella mia vita. La sceneggiatrice, per avere sempre la risposta giusta nei dialoghi difficili.
Oppure la regista, perchè io non mi fido quasi mai degli altri, e preferisco sempre assumermi più responsabilità, e proteggere.
Avrei indubbiamente adorato fare la pasticcera, per creare con le mani e col gusto qualcosa che sa di proibito e scatenare così vizi.
E se avessi avuto i piedi più piantonati in terra l’architetto per dare forma ai sogni, o l’avvocato se fossi stata più audace.
Nonostante certe negazioni la violinista, perchè la musica è l’unica degna di misurare il tempo.
La scrittrice non vale: ne faccio un uso e consumo troppo personale per farne una professione. Magari l’agente di viaggi, per far fuggire.
Soprattutto: la venditrice di spezie. Colorarmi le mani con i sapori :rimedi odorosi nell’alchemiche composizioni che sfuggono ai 5 sensi.
Di una cosa sono certa in tutte queste ipotetiche vite che non sono state, e che forse non saranno.
In ognuna ci sarebbe sempre stata una porta, di colori diversi, liberissimo accesso alla mia vita. E saresti passato, e ti avrei incontrato
Qualsiasi fosse il destino di partenza, nell’ovunque. Una cosa è certa. A un certo punto saresti arrivato. Esattamente. Tu. Ecco.

Il tuo abbraccio, la mia casa.

Invece io vorrei che il tuo abbraccio divenisse la mia casa.

E per le finestre vanno benissimo i tuoi occhi…ci guarderei il mondo, e mi sembrerebbe migliore.

L’odore dei ritorni sono spezie e i profumi di noi che si miscolano davanti al fuoco impazzito degli sguardi.

Nella nostra casa sono le labbra che battono il tempo in parole, baci, e sorrisi.

Ruotano sui soffitti dei nostri pensieri i mondi scritti, e quelli non scritti. Quelli che ci raccontiamo, senza parole.

Non occorrono grandi planimetrie, seguo le linee sui tuoi palmi , mi perdo in qualche ruga, ma mi ritrovo sempre. Sul profilo del tuo viso.

Nella nostra casa i desideri si cullano in calici trasparenti di vino rosso, dove ribolle il sangue, e la pelle si confessa

Nella nostra casa, come sai, ci sono certe stanze segrete e per mura l’anima. Stanze intime, che proteggono e vanno difese. Mie e tue, soltanto. Nostre.

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Note al margine:”Quando c’è un legame non si può solo osservare… bisogna mettersi in gioco…io non sono abituato alla felicità… (Bianca)

La tua mano

Stamani ti guardavo nel letto, mi stringevi le dita, appoggiando la tua gota alla mia mano mentre

dormivi…
Non crescere troppo in fretta.
Ho pensato che lentamente il bambino che sei se ne andrà per farsi grande e divenire un giorno

uomo.
Ma ti prego…non perderti mai…un po’ di quel bambino lascialo da parte, nel posto migliore che

hai dentro di te: la tua tenerezza, il tuo amore per gli altri, la tua gioia, il tuo entusiasmo,

il tuo volerestare pelle a pelle trattienili, non dimenticarli e in certi momenti…tirali fuori.

Quella che oggi sembra fragilità, saranno domani la tua forza.

Benj e l'Atlante

Stamani abbiamo iniziato il corso in piscina…
L'ostetrica ha studiato in Russia, e ha quindi metodi molto, molto sovietici.
nel senso che i bimbi "volano" nell'acqua e si immergono. Lo dovevo lanciare e mi è venuto in mente l'atlante…anche se il mio cuore in quel momento molto emozionante e preoccupante alla titanic, e Benjaminpadre sul bordo della piscina con la telecmera pareva nanni moretti tra il dentro e il fuori di palombella rossa…

In sintesi: il corso di acquaticità è utilissimo ai bimbi, ma ancora più alle mamme…momenti da cardipalma ma che fortificano e creano una meravigliosa complicità con il cucciolo…e siamo onesti…rotto il ghiaccio col primo tuffo e immersione…ci siam divertiti un sacco!!!!Ps senza contare l'effetto catartico calmante per il bamboro :-P 

Benjamin!

Alle 2,56 del 12 Luglio 2011 è arrivato Benjamin…la meraviglia delle meraviglie…dopo 12 ore di travaglio in cui abbiamo provato tutte le tecniche del benedetto protocollo!
Sentito il suo pianto l'angoscia e la rabbia di quelle ore sono svanite :)) Benjamin ( pronuncia alla francese, nome caldeggiato da papà…) come origine bisogna proprio frugare qui su splinder ;))

 

Lista delle cose che ho imparato nel terzo trimestre di gravidanza

 

  • Ho imparato che nelle code al supermercato e alla posto è più facile che sia un uomo a dare la precedenza a una donna col pancione e che spesso le donne, anche nelle casse e negli sportelli con precedenza, hanno sempre da ridire…

  • Quando non ero incinta molti mi chiedevano se erano in cinta, dopo che lo ero, e nel terzo trimestre si notava bene, qualcuno non se ne è accorto…

  • Se una donna continua a lavorare fino all'ottavo mese significa che può lavorare certo, ma se la gravidanza non è una malattia, tra l'essere incinta e il non esserlo a livello fisico e ormonale ( e quindi umorale) c'è una notevole differenza.

  • Pensare che ci sia maggiore comprensione per una donna incinta sui luoghi di lavoro è errato: spesso un pancione al lavoro rappresenta un problema in più, e ci si accanisce per questo verso questi “soggetti”. Mi fa pensare che tanta gente si riempie la bocca di tutela dell'infanzia e poi il non rispetto dell'infanzia stessa inizia proprio nel pancione, quando non si tutela un ambiente sereno e collaborativo per la madre ma anzi la si esaspera.

  • Un medico che ti accoglie col sorriso ha già fatto la metà di un ottimo lavoro.
     
  • Ho imparato a chiedere aiuto, nonostante il mio orgoglio e a fare i conti con la mia indipendenza nei mesi via via più limitata.

  • Non comprenderò mai l'impazienza delle comparse intorno che non si davano pace sul fatto che il sesso del nascituro non fosse chiaro e che non sia nato esattamente il 30 giugno, data presunta del parto…infondo se eravamo tranquilli non quale era il problema?

  • La natura è più forte dei nostri calcoli.
     

     

Lista delle cose che ho imparato nel 2 trimestre di gravidanza

 

  • La cosa più importante per la maggioranza della gente è sapere il sesso del nascituro e il nome scelto.

  • La maggioranza delle donne indubbiamente preferisce che il proprio figlio sia femmina. Tuttavia esiste ancora un certo retaggio, per fortuna abbastanza raro e datato, per cui fare un maschio è molto più “prestigioso”

 

  • Se prima era rivoluzionario sentirsi dire “Speriamo che sia femmina”, ora mi pare il contrario giacchè la maggioranza delle mie conoscenze che si definiscono femministe, abusando del termine, hanno sperato fino all'ultimo che il ns bimbo fosse una femmina…perchè le femmine sono meglio…forse è una sfida troppo grande educare un maschio?

  • Per molti medici e per il personale sanitario un'esame o un'ecografia che per te sono momenti unici, per loro sono “solo” un elemento invariabile di una routine, e per questo capaci, grazie al loro essere molto “diretti”, di toglierti un po' della magia che certi istanti assumono.

  • L'ansia da prestazione delle mamme inizi già durante l'attesa: nei vari corsi che ho fatto ho visto delle donne preoccuparsi di non essere una buona madre per il timore di avere i fianchi troppo stretti o perchè incapaci di terminare le vasche in piscina suggerite dall'ostetrica del corso.

  • La gravidanza in Italia è troppo ospedalizzata.

  • A volte, in alcuni casi, persino troppa consapevole, dimenticandosi così la naturalità di certi eventi…