Giorno della memoria: un film per i più piccoli e non solo.

“La stella di Andra e Tati” è un medio metraggio prodotto, tra gli altri da Miur e Rai. Il film animato propone la vicenda delle sorelle Andra e Tatiana Bucci, deportate ad Auschwitz-Birkenau durante la Seconda guerra mondiale all’età rispettivamente di 4 e 6 anni insieme a parte della loro famiglia. E’ il primo cartone animato sulla Shoa che ci porta dentro ai campi di concentramento ed è uscito nel settembre 2018 nella ricorrenza della promulgazione delle leggi razziali. La storia delle due sorelle, sopravvissute e tuttora impegnate in incontri e testimonianze importanti per tenere viva la memoria, si intreccia nella narrazione filmica con quella di un gruppo di studenti che visitano col treno della memoria i campi di concentramento. La narrazione è coerente e fedele alla storia reale, ha il dono di riuscire a trasmettere la crudeltà della Shoa partendo dal vissuto dei più piccoli, in primis le relazioni familiari. Molto interessante e particolarmente curato è l’intarsio con gli adolescenti di oggi: particolare attenzione è stata data al linguaggio da cui si evincono luoghi comuni e pensieri distorti che vanno al di là della questione generazionale. La narrazione è lineare, non traumatica e adatta a un pubblico dalla terza elementare in poi, a mio avviso. Dal punto di vista grafico ottima l’idea di riferirsi al graphic novel come stile di riferimento: questa scelta permette un’aderenza maggiore alla realtà e al tempo stesso di filtrare col linguaggio delle immagini anche gli aspetti più terribili della shoa.

Disponibile su rai play al link

https://www.raiplay.it/social/video/2018/08/FILM-La-stella-di-Andra-e-Tati-b384236c-2e8c-4e7d-b5bc-ab2eafce4c87.html

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La memoria, qualche giorno dopo.

Per motivi professionali e personali, ripenso sempre agli orrori e al coraggio di quel momento indelebile che è stata la seconda guerra mondiale e la Resistenza. Spesso penso che le immagini di film e cartoni abbiano filtrato in maniera saggia, pungente e empatica l’essenza di quei momenti. Credo sia per questo che conservo sequenze di film legati a quel contesto storico, come fossero le etichette personalizzate di conoscenze e considerazioni. E in qualche modo le immagini, come i libri, sono cresciuti con me. Forse il primo contattato con questa Storia è stata proprio lei, Anna Frank, che ho letto in terza elementare su consiglio della maestra. Il suo diario è un punto cardine di tante mie passioni, il viaggio che ho intrapreso da grande per visitare il suo appartamento anche. E poi ci sono gli eroici partigiani de “La notte di San Lorenzo” sull’eccidio di S. Miniato, visto sempre intorno ai 9 anni, una sera d’estate, in tv, al mare, coi miei nonni che intrecciavano memorie personali insostituibili con i dialoghi del film dei Taviani. Ci sarebbero voluti altri anni, altre storie, altri armadi vergognosi da aprire per conoscere più a fondo altri terribili eccidi. I film della scuola media e superiore, come i libri, sono degli evergreen, quasi tutti capolavori indiscussi come “Momenti di gloria” e “L’amico ritrovato”, la lettura del libro “Olocausto” e “Se questo è un uomo” e, ovviamente, “Shindler’slist”. Ci fu un anno, quello dell’anno integrativo, in cui contemporaneamente trionfò “la vita è bella” a Hollywood, ma anche il coraggio di un insegnante che ci fece vedere punti di vista differenti come “Porzus”. Successivamente, esclusa la parentesi universitaria con cui mi persi nelle pellicole più crudeli quali “Portiere di notte” e  “La caduta degli dei”, iniziai a scegliere da sola, a costruirmi con libri e immagini, la mia personale mappatura visiva e letteraria, dove dietro a titoli, ispirati a fatti reali o di fantasia, intessevo tutto il gioco della memoria. Erano gli anni del tenero e drammatico “La finestra di fronte”, gli anni contraddittori e sognanti di “Tren de la vie”, quelli catartici di “bastardi senza gloria” e più recentemente la lettura de “Le assaggiatrici”. Non sono solo colonne sonore e storie: sono il puzzle dietro il quale si è costruito il puzzle delle idee, delle conoscenze, delle testimonianze. L’altro giorno ia scuola, raccontando la storia di Otto per i bambini, ho chiesto cosa fosse per loro la memoria e una bambina mi ha detto che è “raccontare perché non tutti  c’erano, ma raccontando possiamo far sì che in tanti sappiano cosa è accaduto e fare in modo che non succeda di nuovo”.

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“Rudolf alla ricerca della felicità” [Recensione film]

“Rudolf alla ricerca della felicità” ( Kunihiko YuyamaMotonori Sakakibara, 2017)

 

54679Rudolf è un gattino nero che abita in una cittadina della provincia giapponese. Affettuoso e curioso, decide di lasciare la sua casa e la sua giovane padroncina per esplorare il mondo. Attraverso rocambolesche vicissitudini arriva a Tokyo dove conosce Tigre, un grande gatto saggio e apparentemente scontroso, che gli insegna la vita dei gatti randagi ma soprattutto a leggere e a scrivere come strumenti necessari per crescere e vivere con coscienza e dignità. Grazie alle numerose esperienze maturate con Tigre, Rudolf diventa grande, imparando ad apprezzare i valori che veramente contano quali l’amicizia, la lealtà, l’integrazione e la solidarietà.

La storia, tratta da un best seller per bambini, è molto ricca di spunti di riflessione adatta anche a una visione scolastica e familiare. L’importanza della cultura e dei legami profondi sono al centro della storia, capace di empatizzare con i sentimenti più profondi del pubblico giovanissimo. Il film animato ha un ottimo ritmo, momenti di grandi emozioni e conferma la grandezza del Giappone nella produzione animata. Le inquadrature, le colonne sonore, la fotografia sono eccellenti, come la fusione di disegni e scenari reali. Le inquadrature sono sempre ad altezza gatto, proprio per sottolineare come questa favola, dalla chiara impronta pedagogica, racconti i valori umani dal punto di vista dolce e comico di un gatto.

Un’ottima fiaba dal punto di vista narrativo e estetico adatta a spettatori di ogni età.

 

Ralph spacca internet (recensione film)

Ralph spacca internet (Johnstone-Moore, Usa, 2018)

Cartone animato, in uscita il primo gennaio, il film ripropone i due protagonisti Ralph e Vanellope, già incontrati nel precedente “Ralph spacca tutto”. I due personaggi dei videogame lasciano la sala giochi per avventurarsi insieme nel mondo di internet. Così inizia il loro viaggio da dentro la rete, modalità ricorrente in molti film d’animazione degli ultimi anni da “Inside out” in poi. Le avventure di Ralph e Vanellope sono finalizzate a raccontare in modo diretto opportunità e rischi della rete: internet è una grande metropoli dove spiccano i social, le chat, i giochi on line, lo spam, le informazioni, i virus, i video, le enciclopedie on line, il dark web. Lo spettatore navigatore si divertirà a riconoscere brand, siti, meccanismi noti a chi usa quotidianamente la rete.

L’idea di rappresentazione delle rete in questo modo la trovo molto adatta in senso educativo e divulgativo nei confronti dei bambini, anche se questo spirito talvolta si afferma a discapito della trama. Dal punto di vista estetico prevalgono i colori forti e accesi, come già sperimentato in “Inside out”, mentre i personaggi di cartoni e videogiochi vengono riproposti in una veste digitalizzata. Interessante è ciò che della rete riesce a emergere: le numerose possibilità a livello di conoscenze, lavoro, profitti, comunicazione includono anche dibattiti e questioni irrisolte, come ad esempio la scrittura e la lettura dei commenti on line in cui  prevarica spesso la cattiveria, la difesa della privacy, la distrazione che la molteplicità di stimoli può portare, la differenza tra giochi passivi e attivi.

Accanto ai temi legati alla rete e alla sua fruizione, non mancano focus caldi su altri argomenti come la solidarietà, il valore dell’amicizia, l’affermazione dei propri sogni.

I realizzatori del film, lo stesso team di Zootropolis, sono riusciti a narrare il difficile tema di amicizia e libertà rendendolo accessibile al pubblico dei piu’ piccoli e, insieme alla spiegazione di internet, resta a mio avviso il punto di forza del film.

Particolarmente riuscita è la sequenza delle principesse disneyane in cui, con pungente autoironia e autocritica, Biancaneve e compagne conducono coralmente a una riflessione su possibilità e affermazioni oltre gli stereotipi di genere.

Un film adatto a spiegare il funzionamento della rete e l’impatto del cambiamento digitale nelle relazioni, puntando sul valore di queste ultime, perché nessuno sia “solo la sequenza di 0 e 1 di un codice sospeso nell’aria”.

Ciao, maestro Bertolucci

Oggi una mia carissima amica di Venezia, che da anni conosco e con cui ho condiviso molta della mia passione del cinema, mi ha scritto “Quando ho saputo di Bertolucci, sei stata la prima persona a cui ho pensato”. Questo messaggio mi ha fatto riflettere. Bertolucci non è mai stato il mio regista preferito, gli ho sempre riconosciuto un indubbio spessore artistico e un contributo generazionale indiscutibile. Effettivamente, però, la mia amica mi consoce bene. Bertolucci è uno di quei “temi” che caratterizzano i miei anni in varie fasi. Da piccola sentivo i grandi intorno a me parlare di lui, e, in particolare, del controverso “Ultimo tango a Parigi” come qualcosa di trasgressivo, quasi un tabù. La visione di un suo film è comunque molto precoce: nel 1987 con il faraonico e epico “L’ultimo imperatore”, vincitore di 9 premi Oscar, arrivò nella mia vita, per quell’educazione cinematografica che, fortunatamente, mia madre coltivava nei miei riguardi. Seguirono gli anni in cui imparai a ballare da sola.

Poi arrivarono i tempi dell’università e della facoltà di cinema. Fu lì che ho scoperto “Novecento” e la grandezza di Bertolucci regista, narratore impegnato (e impegnativo), film del cuore, tanto da finire in un mio account mail. Quando ero al secondo anni, uscì “The dreamers” che per me resta il suo film più amato. Forse eccessivo virtuosismo di citazioni cinematorgafiche condite da nostalgie sessantottine? Per me resta un capolavoro e un punto fermo nella mia storia personale. La Cinemateque valse un viaggio a Parigi.

Fa sempre impressione quando una personalità che ha attraversato i tuoi anni se ne va, ma in fondo chi ha seminato Bellezza non se ne va mai via del tutto.

Noi continueremo a sognare, rivoluzionare e praticare la bellezza. Ciao, maestro.

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“Tutti lo sanno” (recensione film)

Tutti lo sanno (Faharadi, 2018)

“Ti fidi ciecamente?”

 

locandinaLaura torna in Spagna insieme ai due figli per il matrimonio della sorella minore. Il paese di origine della protagonista è in un’area rurale molto luminosa che basa la propria economia sulle vigne e la produzione vinicola. Nel paese, oltre alla numerosa famiglia di Laura, abita anche Paco, sua vecchia fiamma e con cui la naturale empatia resiste al tempo. Sui vicoli e sulla piazza del paese, nochè sulle labirintiche relazioni dei suoi abitanti, domina un sinistro campanile, elemento evocativo di atmosfere alla Hitchcock. La vita del paese, il matrimonio e la festa di nozze vengono spesso riprese dall’alto grazie al drone impiegato per le riprese dell’evento. Durante la festa accade un fatto tragico e sconvolgente che vede Laura e Paco rimettere in discussione il presente alla luce del passato.

Il film di Farhadi ha una struttura ben congeniata, capace di inquadrare la storia tra il dramma e la souspance del thriller. La maestria del regista i sta proprio nel saper gestire una numerosa carovana di personaggi senza far perdere il filo del discorso, ma giocando col lettore nella dinamica di indizi e sospettati. I temi cari al regista quali i sensi di colpa, il sospetto, la fragilità dei legami familiari, vengono riproposti in una cornice nuova e funzionante. Lo spettatore è continuamente chiamato a un ruolo attivo della visione: i dialoghi, le riprese in cui si favoriscono inquadrature dall’alto e soggettive, la visione delle riprese video all’interno del film, creano un gioco di specchi in cui intuizioni e elementi svianti dialogano in modo convincente tra loro a beneficio dello spettatore. Il film è curato in ogni dettaglio: dalla scelta dei costumi, ai rumori di scena, alla manipolazione della luce: la solarità che domina tutto il film è di grande effetto e contrasto con l’angosciante escalation dei fatti e della verità prorompente. Ogni personaggio riveste un ruolo fondamentale perchè è attraverso i personaggi stessi che emerge la complessità ma anche la meschinità dei rapporti sia nel nucleo familiare che fra gli abitanti della piccola realtà. Gli attori principali (Penelope Cruz-Laura e Javier Bardem-Paco) danno un’ulteriore prova interpretativa, anche se quest’ultimo, avendo a disposizione una maggiore gamma di stati emotivi e cambiamenti da rappresentare, delinea un personaggio capace di convincere completamente il pubblico su ogni piano interpretativo. L’ultima inquadratura in cui è ritratto in una serena consapevolezza forse racchiude anche il senso del film: se la giustiza latita fino alla fine, è nelle scelte individuali che il senso dell’etica può trovare il suo spazio.

 

Non solo stelle cadenti

Ciao Vittorio e grazie per tutte le meraviglie con cui hai fatto sognare e pensare. Grazie da quella studentessa affamata di film e da quella bambina che in un’estate al mare comprese che la notte di San Lorenzo non erano solo stelle cadenti ma anche partigiani come combattenti greci e che per scacciare la paura a volte basta il suono di una ninna nanna toscana cantanta insieme.

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Napoli velata

Napoli velata ( F. Ozpetek, 2017)

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Ozpetek propone in “Napoli velata” un mistery che ruota intorno alla figura di Adriana,  patologa interpretata da Giovanna Mezzogiorno, e alla notte di passione che trascorre col giovane e affascinante Andrea (A. Borghi). Il delitto che avvia la trama ci conduce così nelle profondità più intime della protagonista, in conflitto tra le ombre di un’infanzia traumatica e quelle di un presente sfuggente, inafferrabile, caratterizzato da solitudine e fame d’amore. Ruotano intorno ai due personaggi principali, un cast preparato e convincente dove spiccano le inquietanti L. Sastri e I. Ferrari, insieme a L. Ranieri e B. Barra. Protagonista assoluta è Napoli, di cui il regista ci offre sguardi e prospettive inedite rispetto alle esperienze filmiche che hanno avuto questa città come location. Lontano dai rumori di Gomorra, la Napoli di Ozpetek è ancestrale, materna, accogliente, misteriosa, dove il realismo, talvolta carnale e sanguigno, si intreccia armonicamente con gli aspetti esoterici e soprannaturali della città. Talvolta per la ridondanza dei salotti alto borghesi che le sequenze propongono, si percepisce il lontano influsso de “La grande bellezza”. Tuttavia, accanto a queste ambientazioni, si alternano riti antichi e popolari, come la tombola e la figliata, che scostano il velo su una Napoli inconsueta e poco presente nella filmografia classica. La città sovrasta la trama: l’indagine poliziesca, seppure presente con la centralità del poliziotto, lascia spazio all’introspezione psicologica sul labile confine tra normalità e patologia. L’opera è di certo imponente per la bravura degli attori e lo sforzo notevole nella costruzione di un prodotto filmico innovativo e coinvolgente che si propone anche come esperienza estetica per i continui rimandi al bello e all’arte che sono palpabili, ben oltre la semplice funzione di sfondo. Il ritmo del thriller è spezzato dagli intarsi che l’autore propone sulla città e sui pensieri spesso sfuggenti dei personaggi. La recitazione, volutamente distaccata degli attori, risulta vincente e ben si amalgama con l’accoglienza magmatica di Napoli che trasuda in ogni inquadratura. L’eros ad esempio ha un ruolo centrale e, sebbene a mio avviso presente in modo eccessivo rispetto all’economia della narrazione, ha il grande pregio di protare sullo schermo una sessualità femminile inedita e audace, al di là degli stereotipi comuni. In questo elemento il regista ha saputo cogliere tutta la passione femminile delle donne quando iniziano a divenire consapevoli del proprio fascino e del proprio erotismo. Numerosi i riferimenti alla storia del cinema che unito a un linguaggio filmico cristallino confermano il sapiente uso che Ozpetek sa fare del linguaggio filmico: la prima inquadratura della tromba elittica della scala rimanda al classico “la donna che visse due volte”, suggestione che ritroviamo anche nella presenza del gemello Luca. Ancora una volta il regista ci propone riflessioni e stimoli sulla perdita e la sua elaborazione, nonchè sul valore della memoria: la scena delle serata del passato nel lussuoso salotto dove si sentono solo le voci è quasi un’autocitazione de “La finestra di fronte”. Gli emblemi della visione stessa sono continuamente presenti nelle inquadrature: giochi ottici, specchi, cecità e occhi vuoti costellano la narrazione. Come sempre grande cura è stata data alla colonna sonora che esplode in una stupenda interpretazione di “Vasame”. Un’opera complessa che racchiude lo sforzo del regista in cerca di nuovi territori da esplorare, raccontare e condividere anche se il ritmo talvolta spezzato della storia e il finale senza scioglimento del “sortilegio” lasciano di certo lo spettatore smarrito nel ricostruire i pezzi della storia. Tuttavia è innegabile quanto questo possa ricalcare la realtà: tutti i personaggi hanno a loro modo delle differenze che li porta splendidamente “fuori” dai canoni così come non tutta la realtà e le cose che capitano sono razionalmente comprensibili  nel profondo.

 

La corazzata Potemkin: visioni e revisioni

Cinema, musica e teatro. Il primo esame di storia e critica del cinema comprendeva la visione di 7 vhs da 240 min. l’ una, più la visione integrale di una ventina di pellicole, tra cui la corazzata Potëmkin. Allora lavoravo fuori provincia, ero anche una studentessa fuori sede, ero una pendolare a 360 gradi nel lavoro, nello studio, nelle relazioni amorose. Pertanto i film per gli esami li guardavo la notte (quindi se c’è qualcuno che ha subito la corazzata è mia sorella che divideva la camera con me;). Quel film mi ha insegnato a guardare il cinema: lì è nato il montaggio alternato, l’estetica e la tecnica al servizio di un messaggio contingente e universale sulla ribellione sociale, la fratellanza, la solidarietà. La sequenza del massacro di Odessa ne è un esempio e sugli occhiali spaccati nel primissimo piano femminile come emblema della visione il mio prof. Cuccu fu straordinario. Erano primi piani di un’umanitá senza tempo. Poi mentre lo guardavo per la prima volta ci fu un effetto proustiano: la scena della carrozzina l’avevo già vista, 15 anni prima, in un altro film quando iniziarono a diffondersi le videoteche e i miei ci facevano vedere un paio di film la settimana come “Gli intoccabili”. Per me adolescente era un film strabiliante, di un certo Brian de Palma, con un tale K.Costner con cui avrei tappezzato mesi dopo la mia camera. In questo ricordo durante la visione della Corazzata ebbi la conferma che il cinema era davvero un’avventura senza fine, un mondo che somigliava al mio modo di sentire. Questa è un’altra storia. Per la corazzata, Bologna e Villaggio invece è utile leggere qui.

http://www.wumingfoundation.com/giap/2017/07/potemkin/

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“Fortunata” (film)

Fortunata, S. Castellitto, 2017

“Il problema non è quando non ricordo, ma quando ricordo”

“Fortunata” è la storia scritta da M. Mazzantini e S. Castellitto su Fortunata, una trentenne romana che nella sua borgata di Torpingattara lotta ogni giorno per stare in equilibrio tra mancanza di soldi, sogni da realizzare, una figlia Barbara di otto anni da crescere, un ex marito violento che crede di avere dei diritti su di lei, l’amico tatuatore Chicano che vive con la madre, ex famosa attrice di teatro affetta da Alzheimer. Fortunata fa la parrucchiera a domicilio e l’equilibrio fragile che cerca ogni giorno di difendere coi denti combattendo eroicamente la quotidianità spicciola, entra in crisi quando lo psichiatra della ASL Patrizio prende in carica i disturbi comportamentali della piccola Barbara. È il momento in cui ogni relazione si definisce, dove le dinamiche si fanno estreme affinchè tutto affiori e riaffiori in una sorta di consapevole conquista della felicitià. Il film, impegnato su molti fronti, regala una storia accessibile e coinvolgente. L’ambientazione multietnica, l’affresco vivace di una comunità affamata di vita, la scelta dei colori nei costumi e della luce nella fotografia sono tutti elementi linguistici che nel registro cinematografico sostengono la credibilità dei personaggi e delle situazioni: la storia di Fortunata, degli “ultimi”, di un’umanità che fa fatica a vivere e arrivare a fine mese nelle piccole grandi lotte quotidiane animata da una fame animalesca di vita che si riflette in ogni rapporto relazionale. Una fotografia che valica i confini della periferia per rendersi paradigma universale dalle borgate alla vita di provincia. La protagonista interpretata da J. Trinca è immensa: se dalla camminata incerta all’impulsività passionale con cui vive ogni dettaglio della propria esistenza nella consapevolezza della propria umana imperfezione ci ricorda l’amatissima Italia di P. Cruz in “non ti muovere”, Fortunata è in qualche modo un’evoluzione di questo personaggio con una solarità e una luce nuova. Anche S. Accorsi dà una bella prova di sè: un personaggio complesso, controverso, splendidamente umano, dilaniato tra senso istituzionale e istinto, nella cura dei gesti minimi e nella misura delle recitazione sa rendere ogni sfaccettatura di Patrizio. I dialoghi tra i due insieme al marito sono resi memorabili grazie a un intenso gioco di sguardi in cui la storia si narra senza parole così come la scelta delle inquadrature dall’alto. Attraverso la storia di Fortunata e Barbara molti temi scorrono sotto gli occhi: la maternità come relazione complessa in ruoli sempre più difficili da gestire, l’uso del corpo femminile nelle relazioni come affermazione della propria individualità. E se tutti gli uomini in qualche modo “usano” il corpo di Fortunata, resta l’emblematica domanda di Barbara che chiede alla madre dinanzia a una ragazza musulmana dallo sguardo intenso “Mamma tu lo porteresti il burka?”. “Fortunata” è anche un grande omaggio amorevole al cinema, da quello di Pasolini e alla sue donne piene di vita e dolore a quello di Ozpetek per i colori, la luce della fotografia e la variegata umanità che rappresenta. Formidabile il dettaglio del foulard dell’anziana attrice, simbolo e presagio di quella Antigone che tra sentimento e senso civile lotta per l’affermazione dei propri diritti e dei propri sentimenti. A lei è data anche la bella frase sul ricordo “Il problema non è quando non ricordo, ma quando ricordo” che con gli echi tarantiniani ci riportano a un’altra donna guerriera, U. Thurman, che ha premiato il personaggio di Fortunata nella sezione “Certain regard”.  Infine l’elemento dell’acqua, capace di ristabilire il senso della propria storia e che idealmente si ricollega come la presenza dello psicologo al debutto di J. Trinca in “La stanza del figlio”: questa volta la vita nell’acqua ha la meglio sulla morte perchè è l’elemento in cui Fortuntata immergendosi riesce a riconciliarsi con la bambina che era, imparando ad amarla oltre il giudizio e i sensi di colpa, per poi tornare immergersi in una maternità, quella con sua figlia Barbara, più consapevole, adulta e serena. Una meraviglia di film, da non perdere.

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