Beata ignoranza

La gente mi chiede “Te lo linko?” e non più “come stai?” e io sto malissimo.

“Beata ignoranza” è un film attualmente nelle sale interpretato magistralmente da Giallini e Gassmann. I due protagonisti della commedia diretta da Bruno, docenti agli antipodi per materie e metodologie, si rincontrano nell’epoca della buona scuola e della digitalizzazione della didattica. Infatti,  attraverso una narrazione insolita e divertente che poi capiremo, essere funzionale alla trama scopriamo che i due prof che sono amici dall’infanzia, cresciuti insieme, innamorati insieme della stessa donna conosciuta a un corso di teatro. La loro diatriba fra innovazione e tradizione nei banchi di scuola finisce su Youtube e ispira  Nina, figlia di uno dei due docenti, a girare un documentario basato sull’uso dei social da parte di chi è restio a ogni cambiamento (Giallini nei panni di Ernesto) e la disintossicazione da parte di chi ne fa un uso spropositato (Filippo interpretrato da Gassmann). La trama procede seguendo quindi lo sviluppo del documentario in cui si intersecano le vicende personali e si svelano misteri che stanno alla base del rapporto tra i due personaggi.

«Chi oggi non si aggiorna su quello che accade in rete è un ignorante, va bene?»; «Allora se è così, caro Filippo, beata ignoranza!».

Il film si muove con leggerezza intelligente, ironia e un occhio squisitamente critico su quelli che sono i risvolti dell’era digitale nella nostra quotidianità, sottolinenandone vizi e virtù: la possibilià di reperire informazioni in tempo reale, lo strano effetto di essere maggiormente se stessi chattando da uno smartphone, il tempo sottratto alla lettura di libri e alle passeggiare perchè troppo impegnati a curare la dimensione social delle nostre esitenze. Come afferma la dottoressa che ha in cura un gruppo di social dipendendi da disintossicare “Non è il mezzo che crea la patologia, ma l’uso che se ne fa”. Ottimo il punto di vista che il film offre: attraverso la quotidianità dei personaggi è in grado di offrirci le potenzialità della comunicazione di massa offerta dai new media, investigando con profondità motivi e sintomi di un uso che talvolta diventa abuso varcando le regole del rispetto per gli altri o lo smarrimento del contatto con se stessi.

locandina-ver“Beata ignoranza” è pellicola intelligente che a vedere la sala ieri sera coinvolge più generazioni, una storia che conduce i vari protagonisti a una maggiore consapevolezza di sè e degli altri oltre che del nostro tempo. Colpisce la capacità di fotografare certi ambiti come quello scolastico e familiare con coerenza e in modo realistico. Un bel cast di attori anima la storia anche nei ruoli secondari. Su tutti la bellissima debuttante Nina (Teresa Romagnoli) dà una prova di ottimo talento.  I due protagonisti sono l’asse portante del film: le interpretazioni sono sublimi, azzeccatissime, la coppia Gassmann-Giallini funziona molto bene per empatia e ritmo che conferiscono al film, sono una perfetta equazione che dà per risultato alla lettera B di bravissimi (semicitazione del film).

Beata ignoranza, 2017, durata 102 min, regia M. Bruno, cast: A. Gassmann, M. Giallini, C. Crescentini, T. Romagnoli.

Trailer https://youtu.be/JY1yqmESFKU

Alice in Wonderland

Lode a tutti i conigli bianchi che ci deviano dai percorsi stabiliti. @erykaluna

c086yo7wgaavccxHo scritto questo breve tweet durante la visione di “Alice in Wonderland” (T. Burton, 2010) trasmesso in tv l’altra sera. Il tweet ha avuto più di 40 retweet e 70 mi piace. I numeri su un social forse da soli non sono importanti se non contestualizzati e letti insieme alle parole. In quel pensiero scritto d’impulso a visione appena iniziata credo sia racchiusa la chiave principale del film. Tim Burtun con i suoi geniali strumenti legati a effetti, dialoghi surreali, cast con attori dalla recitazione sopra le righe e scenografie e costumi dal grande impatto cromatico, offre una rilettura moderna e importante del capolavoro L. Carrol. Partendo dai fatti contenuti nel classico inglese, rivisita il viaggio di Alice restando fedele all’idea di fondo del romanzo ma rimodellando significati moderni in significanti conformi alla storia originale. La storia di Alice è così una storia legata al viaggio come ricerca del senso di sè, attraverso la parte istintiva e quindi a volte assurda di noi.

E’ impossibile solo se pensi che lo sia (Alice in wonderland)

E’ un viaggio improntato all’emancipazione e all’autenticità che necessariamente devono superare le barriere dettate da conformismo e regole sociali. Si attinge allo spazio del desiderio e dei sogni per realizzare il proprio percorso, alla parte irrazionale come punto di contatto con sè. Alice così scopre parti del suo carattere come il coraggio che aveva dimenticato o che non trovavano più spazio nella sua quotidianità. Il finale, privo di un sentimentale “vissero felici e contenti”, riserva l’inizio di un altro viaggio colmo di avventure e realizzazione di sè.

La scelta è solo tua. Non si vive per accontentare gli altri. (Alice in wonderland)

Fra seduzioni illegittime e “moltezze” da riscoprire intimamente che si aprono solo dopo la discesa nel tunnel, la storia con un ritmo serrato e una gamma di toni diversi rende la visione amabile e preziosa perchè il vero paese delle meraviglie è dentro di noi.c09gnb1weaerxy5

“Come posso essere l’ Alice sbagliata se questo è il mio sogno?”

La pazza gioia, calligrafia e profondità

Il film di Virzì è di grande impatto per complessità e leggerezza. Con questi due attributi fondamentali il regista livornese firma un capolavoro del nostro cinema. Centrando la trama sul viaggio di due “matte”, così definite in base a delle perizie, sulla loro amicizia e solidarietà, il regista offre uno sguardo femminile ben architettato sulla condizione delle malattie mentali cliniche a seguito del decreto sul superamento degli ospedali pischiatrici del 2015 ma anche una lente profonda sul disagio sociale dei nostri tempi. Le due protagoniste complementari per caratteristiche dei personaggi e recitazione, conducono con estrema forza e poesia il ritmo del film. Il racconto procede con una scoperta progressiva delle rispettive storie, la vicenda pullula di personaggi grotteschi che accentuano lo sfumatissimo confine tra normalità e diversità. E’ un punto di vista da escluse su una società incapace a livello sociale e istituzionale di dare accoglienza e supporto al disagio psichico. Ne emerge, tra l’altro, un quadro di una genitorialità intragenerazionale diffusa in cui i genitori non solo non hanno gli strumenti per adempiere al loro ruolo ma spesso risultano incapaci di gestire la propria vita a prescindere dalla situazione familiare. Il tema clinico è proposto con accuratezza e rispetto ma senza sentimentalismo grazie all’uso della macchina da presa: i momenti salienti di ricoveri e crisi sono proposti attraverso inquadrature parziali di arti o frammenti dei pazienti, come a rendere evidente attraverso questo la frammentazione dell’io suscitando nello spettatore emozioni molto forti. Nessuno sconto sul personale medico e giudiziario: un quadro molto fedele di tanti nostri settori pubblici in cui accanto a una burocrazia paralizzante si affiancano specialisti molto motivati ad altri rassegnati o corrotti che si fa drammatico nel caso della presa in carico dei minori. Fa impressione come la follia ad esempio di Beatrice possa essere lucida, armata di un’intelligenza e conoscenza notevoli. Eccellenti le scene del film nel film, che tendono a confondere e a rendere quindi in modo ancora più efficace la percezione ambigua del reale e della follia. Numerosi le citazioni nel film: il paesaggio stesso proposto nella casa di cura echeggiano le libere donne di Magliano di Tobino, e se palese è il riferimento al road movie “Thelma e Luise” sottili invece sono altri contatti con l’ambientazione  e la vertigine de “Il sorpasso”, ad esempio. Altrettanto discreta e incisiva è la colonna sonora “Senza fine” di Gino Paoli, non solo come legame alla Versilia anni 60, ambientazione di numerose e fondamentali scene, ma un richiamo volutamente stridente agli anni 60 e ai film dal sapore di mare così distanti in termini di benessere e leggerezza dalla realtà che Virzì porta in scena. Una Versilia diversa non più la Capannina degli anni 60 e delle bravate, ma la complessità del Seven Apple, due locali come simbolo di epoche differenti. V. Tedeschi è immensa, trova una sua strada in modo egregio pur ricordando per questa sua forza travolgente la grande M. Vitti. Il piccolo Elia è la luce del film: si muove con naturalezza in delle scene molto forti dal punto di vista relazionale. Egregia la riproposta della scena madre-figlio nell’acqua, come se il vissuto necessitasse di revistazione per essere finalmente compreso e forse espiato in un tuffo amniotico. Viareggio, infine, è una protagonista eccellente della pellicola che viene resa dal regista in tutti i suoi contrasti: ne mette in luce la vitalità estiva, lo stridore del Carnevale con la sua allegria ostentata che sottende malinconia. Un film capace di conquistare pubblici di target diverso e di scavare nell’intimità di chiunque sia consapevole della labilità del “Normale” ma non per questo rinuncia alla felicità.

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Perfetti sconosciuti

P. Genovese, 2016

Tre uomini, tre donne, sei smartphone, una cena e tutte le coordinate che saltano in una sorta di teatro nel teatro sull’ipocrisia dei rapporti che soggiace nelle relazioni. Lo smartphone come contenitore di vite e mondi paralleli, di sè nascosti e forse codardi incapaci di venire fuori e vivere autenticamente ciò che sentono. Possibile che l’esistenza di oggi, così compressa e stretta in problematiche concrete e responsabilità, necessiti per forza di un altrove segreto, impenetrabili, per far sentire vivi? Poco importa se ciò che si nasconde in un cellulare è lo scambio di foto ammiccanti con qualcuno di più giovane, una storia virtuale, o i messaggi hot con qualcuno che in carne e ossa fa parte della nostra vita e rappresenta “l’altro” nei termini di una coppia. E’la necessità di avere uno spazio privato, segreto, fuori dall’ordinario ciò che accomuna tutte le storie che esplodono intorno al tavolo, simbolo perfetto di un convivium alla deriva. Noia della routine, incapacità di inventarsi, solitudine: scuse e motivi perchè forse una realtà non basta.

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Piccoli principi e giovani guerriere

Ho visto “Il piccolo Principe” al cinema su richiesta di mio figlio e onestamente sono rimasta affascinata da questo film perchè alla fine la storia di Saint Exupery è solo un pretesto per ribaltare la stessa storia del nostro aviatore e calarsi nella relazione genitori e figli dei nostri tempi. La storia di Saint Exupery fa da sfondo ed è raccontata con la tecnica dello stop motion per collegarsi direttamente ai disegni originali e staccarsi dalla storia principale: si aprono così, attraverso il magico gioco della narrazione cinematografica, scenari e storie nuove. Al centro del  percorso c’è la piccola protagonista che nella dinamica relazionale che innesca con la madre e l’aviatore, si incammina nel viaggio di crescita come emancipazione dai ruoli. Alcune forzature sulla storia originale ritengo che si sarebbero potute evitare perchè in fondo non aggiungono molto alla storia. I percorsi  di consapevolezza della protagonista e della madre sono molto significativi, moderni, capaci di mettere in discussione stereotipi familiari  e in genere sui valori del nostro tempo. Inevitabile perdersi nella poesia di questo film che propone letture molteplici a target diversificati. Inevitabile, soprattutto per il pubblico femminile,  anche mettersi in gioco non tanto come madri o figlie, ma fare i conti con la propria “madre interiore” intransigente e impegnata troppo spesso a programmare la propria vita al meglio con scadenze rigide, making list e spuntate di “fatto” realizzate. Purtroppo ancora oggi per l’affermazione nella carriera  in molti lavori e sul piano della realizzazione personale richiedono per le donne molti sacrifici: un’investimento costante nella propria formazione, una grande capacità di competizione soprattutto nei posti di comando ancora oggi spesso animati da un mondo maschile e talvolta maschilista producendo un’eccessiva severità e intransigenza verso se stessi che soffocano la creatività e l’istinto di “donne selvagge” rendendo l’approccio verso la complessità della vita molto più difficoltoso. Mi piace pensare  a questo film come un’occasione in cui i Piccoli Principi riescono a uscire dal loro mondo eccessivamente autoreferenziale e le giovani guerrirere riscoprono la propria intima autenticità femminile per incontrarsi e provare a creare insieme qualcosa di meglio.

Mia madre

Mia madre, N. Moretti, 2015

“Dovresti provare a rompere gli schemi, essere più leggera”

Ho atteso il film di Nanni Moretti con grande aspettative: è uno dei miei registi preferiti, praticamente da sempre ed ero incuriosita da molte “etichette” con cui stava arrivando nelle sale tipo “Il miglior film del regista”. L’ho visto ieri sera e non credo che sia il miglior film di Moretti, ma penso che sia veramente un film molto intenso e ben fatto. Al centro della narrazione c’è “l’evento”: il declino di una madre malata verso la morte, lo sconvolgimento che comporta nella vita dei figli, il distacco graduale, tra rabbia e dolore, che accompagna questa fase. E’ un film forte e intimo, in questo aspetto che è di fatto l’elemento centrifugo, la cartina di tornasole in cui altri temi prendono il volo e in maniera molto convincente. “Mia madre” è soprattutto un film sul cinema in senso ampio del termine: dalle maestranze, ai ricordi di altre epoche cinematografiche, alla vita sul set fino a scavare nell’intimià dell’attore e del regista in quel terreno fertile e labirintico in cui professione e persona si trovano a confrontarsi. Perchè in tutte le scuole di recitazione ti insegnano effettivamente che quando reciti “deve esserci il personaggio, ma anche te”: è la messa in discussione di idee e valori nel chiedersi fino a che punto ci si crede davvero. E’ un film sul modo di fare cinema oggi, sulle disillusioni di un cinema capace di raccontare la realtà ( la sequenza sulle comparse è esemplificativa). E poi c’è il film nel film: il lungometraggio che Margherita sta girando sui lavoratori della fabbirica, così attuale, si propone come ricerca di un modo di  narrare che sappia essere vicino alle persone ma senza retorica, partendo per esempio degli slogan. Il valore delle parole (in conferenza stampa, nel girato del film interno “Siamo qui”) ritorna come tema privilegiato insieme a quello della famiglia nella filmografia di Moretti. Se alcune sequenze surreali lasciano qualche incertezza nello spettatore, la nipotina Livia e Turturro rappresentano due punti di estrema forza come sguardo sulla storia e recitazione, semplicemente travolgenti. Per chi ama Moretti, nello scorrere del film, vedrà la mamma de “La messa è finita”, lui che gioca con Pietro in “Aprile” o che aspetta niente sulla panchina di “Caos Calmo”: allora sì, è un grande film perchè in tutti questi anni il regista non ha raccontato solo il Paese  e una generazione, ma l’intimità sottile e profonda in cui è facile rispecchiarsi. Margherita incarna l’autoreferenzialità e quello stare dentro la realtà senza mai afferrarla del tutto, il senso di inadeguatezza che attraversano i nostri giorni e ci viene trasmesso attraverso la recitazione della Buy e del suo personaggio ma soprattutto dagli sguardi degli altri su di lei.  Il film si conclude con una parola che sa di speranza per l’inquadratura in cui viene pronunciata: “Domani”. Un film da vedere e lasciar decantare dentro.


Qualcosa di personale
1) essere adolescenti e venire a conoscenza di una brutta notizia indirettamente nel letto.
2) pensare come insegnante che qualcosa resterà oltre ai partitivi e ai complementi oggetti.
3) qualcuno che ti mette dinanzi alla tua autoreferenzialitá mentre tutti gli altri pensano che sei stronzo e ti lasciano fare quel che ti pare.

Burro, maionese e sfumature di disonestà

Ebbene andare al cinema a vedere “50 sfumature” in Toscana è un’esperienza decisamente kantiana. Piccole premesse. Sono di quelle che ha letto la trilogia, non mi vergogno a dirlo, tra l’altro poco dopo essere diventata mamma. Sono passata così dalla quella di Larsson, con cui ho aspettato, a quella di E.L.James con cui ho svezzato. Tutti ne parlavano: amiche entusiaste e anche i detrattori a prescindere era facile vederli in spiaggia con il libro nascosto sotto il Venerdì di Repubblica. L’ho letto perchè sono curiosa delle persone e “dovevo” capire cosa ci trovassero le mie coetanee in un libro illeggibile. Sono cresciuta con i libri di Erica Jong, Anais Nin, Isabel Allende, oltre ovviamente a tanti altri e siccome ho studiato cinema anche con “Ultimo tango”, ma se su libro possiamo dibattere perchè simbolo dell’integralismo morale americano adatto a soddisfare casalinghe disperate, sul film non c’è da dibattere, è il niente assoluto. Siamo andati al cinema: pubblico preminenete, under 20 e coppie dai 35 ai 45. C’è da dire che la proiezione è stata anticipata da poco fair play col trailer di “nessuno si salva da solo”: due minuti con Scamarcio e J.Trinca senza veli che solo a livello estetico valgono molto di più di tutte le 50 sfumature all’ennesima potenza.In sala per tutta la durata del film a Viareggio, dove l’ho visto, il pubblico non ha fatto che ridere e talvolta doppiare in vernacolo le scene sul momento, perchè le sequenze erano parodia già di per sè, non c’era da aggiungere molto. Mi è stato detto che la stessa cosa è accaduta in Germania, dove il pubblico va a vederlo per ridere. Dissacranti Toscani certo, e io non da meno. La sera prima eravamo stati a un corso per la disostruzione pedriatica e nella scena col cubetto di ghiaccio sulle labbra mentre lei è legata, mi è scappato detto ad alta voce ” Se le va attraverso c’ha da fare la manovra ed è pure legata”. Ecco il clima era questo al cinema: goliardico e dissacrante, il che mi fa ben sperare. Certo ci sono elementi che non hanno aiutato a favorire altro atteggiamento: la doppiatrice italiana aveva i toni della figlia del conte Mascetti in “Amici miei 2”. Poi la questione cronometro. Coi 20 minuti di sesso si appresta a essere il film più erotico degli ultimi 10 anni, ma non fatevi ingannare: molti dettagli macro e per quanto riguarda il sesso una lista banale e povera ( nessuna fallatio, un episodio di sesso anale ma dubbioso, una di sesso orale, 6 frustate, 20 mt di corda, bendaggio, piuma e ghiaccio). Vorrei anche tranquillizzare i miei amici medici, paramedici e infermieri che su facebook esprimono le proprie preoccupazioni sulle conseguenze della visione: il pronto soccorso non sarà intasato da persone con oggetti da estrarre per ogni dove, quello è nel secondo volume. Lui poi non è molto credibile come “dominatore”: nel film i ruoli sono ancora più deboli, perchè la trama a differenza del testo, è molto lenta e l’intreccio della storia e il sesso  non si amalgamano. Senza contare la banalità dei destini preconfezionati: il signor Grey è sadico compulsivo e ossessivo perchè adottato, figlio di una prostituta, maltrattato da piccolo. Purtroppo poi è arrivata la scena madre che ha atterrito anche questo spirito scherzoso e sociale della visione collettiva: nella presentazione del contratto, in una sequenza che doveva essere tesa e d’impatto, lei chiede “cosa sono i dilatatori anali?” Gli under 20 non di certo, ma tutti noi abbiamo pensato al burro di Marlon Brando nel film di Bertolucci: criticato, pietra di scandalo a suo tempo, rivisto, demonizzato negli ultimi anni, ma assolutamente tutta altra cosa. E allora qui mi si apre l’indecenza di questo Paese che, a cavallo tra San Valentino e San Remo, non smette essere intellettualmente disonesto. “Ultimo tango” fu censurato ai 18 anni per immoralità ( e con lui “Salò e le 120 giornate di Sodoma” di Pasolini e molte altre vittime illustri). Erano altri anni, certo, ancora non c’era stata la tv libera coi drive in e le nudità via cavo a tutte le ore. Ma cosa è la moralità? “Ultimo tango” sostanzialmente nel 1972 provocò scandalo per le scene di sesso considerato perverso esplicitate nella pellicola. Invece consentire a un quattordicenne di visionare esplicitamente un rapporto sado maso dove il piacere è collegato unicamente al dolore, alla sottomissione, all’oltraggio del corpo altrui è morale. Certo lei è consenziente e se entrambi sono d’accordo…i gusti son gusti. Personalmente certe cose io le chiamo “abusi”. Ma  un Paese che trasmette la famiglia con i figli innumerevoli alle 20, 30 durante San Remo e la transgender che canta dopo mezzanotte per motivi di “censura”, mi pare davvero ridicolo e disonesto. Le persone sono uscite dal cinema deluse. Quelli più anziani ripensavano di certo al burro di Brando e alla maionese di M. Rourke, rimpiangendole e forse le donne a R. Gere che era ricco e faceva firmare contratti a Pretty Woman, ma con un altro disincanto. La tristezza è che di questo film non rimarrà niente, nemmeno l’immagine meravigliosa che ad esempio film come “La chiave” ci hanno lasciato di una Sandrelli bellissima e coraggiosa, nemmeno una scena di sesso da ripensare come in un film non capovolavoro quale “Caos calmo”, molto più intensa nei suoi tre minuti per altro senza retorica e ostentazione. Resterà il ridicolo di questi tempi, dove anche per far vedere il sesso e raccontarlo c’è discrepanza e tristezza.

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Il maestro #Rosi e la sfida alla verità

Un lessico sostenibile per una realtà insostenibile #Rosi

Dei miei incontri con Rosi

Rosi. La terza vhs di 7 cassette da 180 minuti: raccoglievano frammenti di storia del cinema per il primo esame universitario durante il quale il candidato doveva riconoscere il film, citarne l’autore, citare l’anno di uscita. Con Rosi era facile: si riconoscevano subito le sue inquadrature, le carrellate de “le mani sulla città”, un gioco da ragazzi distinguere il suo linguaggio e scoprirne il valore incommensurabile nella storia del cinema, il coraggio di portare il politico sul grande schermo come una sfida alla verità. “Con i miei film sono felice di aver trasmesso lucidità. Non risposte, ma lucidità.” Sosteneva così, e pensare agli eventi di questi giorni effettivamente si sente un gran bisogno di lucidità più che di verità. “Il caso Mattei” e nel viso di Volontè l’idea stessa di cinema politico che si fa volto, per arrivare poi a “Uomini contro”, riscoperto questa primavera in occasione della riscrittura su Twitter di “Un anno sull’altipiano”, una riscrittura filmica che non è solo ispirazione ma un’ulteriore forza al testo di Lussu. Rivisto a Firenze durante il Festival delle Generazioni: nell’antica e suggestiva biblioteca delle Oblate, “Basta con questa guerra di morti di fame! ” lo splendido grido di Volontè, Dove è il nemico? Ecco, quello splendido grido che ci resti dentro, che non sia mai soffocato ma che sia la sentinella di guardia per la lucidità nei nostri giorni.

Pinocchio: dai 140 caratteri ai 35 mm

In occasione della riscrittura in 140 caratteri di Pinocchio su twitter, il progetto a cura di @twLetteratura aperto anche alle scuole (#twPinocchio), ho rivisto alcune delle pellicole più significative tratte dal romanzo di Collodi insieme ai miei alunni di terza elementare e anche in famiglia. La spefica sulla visione collettiva è importante, perchè mi ha permesso un osservatorio di reazione e interessi verso le visioni proposte. Tutti quanti i registi che abbiamo analizzato hanno in qualche modo “deviato” dal racconto originale, suscitando nei bambini perplessità, in quanto la differenza col testo letto viene percepita alla loro età come un “tradimento”. Tuttosommato questo elemento di “infedeltà” è stata un’occasione per consolidare il concetto di riscrittura: partire da un testo, dopo averlo letto attentamente,  per riscriverlo a proprio modo, divenendo lettori-autori. Abbiamo iniziato guardando gli episodi de “le avventure di Pinocchio” trasmesse dalla RAI negli anni 70  e che hanno l’immenso valore di aver portato il racconto attraverso le immagini nelle case degli italiani. La regia di Comenicini, tipicamente “sceneggiato” in voga in quegli anni supportato dalla magistrale scrittura di S. Cecchi D’Amico, è un grande esempio di narrazione televisiva classica, supportata da attori con  spessore, musiche accattivanti, ricostruzione di ambienti e effetti ottenuti con mezzi artigianali. Il tema centrale della povertà e del nuovo che cerca una strada rispetto al vecchio sembrano sintetizzare il clima dell’Italia post bellica che si stava  affacciando a un’altra epoca. Essendo uno sceneggiato pensato per la tv, ha dei ritmi molto lenti che i bimbi di oggi seguono con maggior fatica. Il secondo lungometraggio che abbiamo visto è stato “Pinocchio” di E. D’Alò (2012): seppur un cartone animato è risultato di certo l’opera più complessa per la visione dei ragazzi. La trama proposta e leggermente reinventata rispetto all’originale è spesso ambigua: “Pinocchio” è di per sè un testo ambiguo (vd. Manganelli) e lascia molte possibilità di reinventare e ipotizzare laddove l’autore ha omesso o glissato, in questi interstizi D’Alò crea il suo Pinocchio, con un antefatto differente che offre una lettura fuori dalle righe. La grandezza di questa pellicola è in due elementi: la rappresentazione del paesaggio toscano è sublime, la scelta dei colori e delle forme crea una perfetta sintonia col testo. L’autore ha ripreso colori e luci della scuola toscana dei macchiaoli mediandoli con l’effetto fiabesco da un lato e con l’architettura dei borghi toscani con le loro colline sinuose dall’altro, ottenendo un effetto sorprendente dove forme e tonalità non sono solo sfondo ma anche parte attiva del linguaggio narrativo. Altro punto di forza è la caratterizzazione di Pinocchio: un bambino sveglio, super attivo, spavaldo, con la risposta pronta e quasi impertinente. D’Alò ha sottolineato molto questa necessità di “movimento” del burattino e i bambini si sono facilmente identificati, mentre sono rimasti abbastanza impressionati dalle sequenze più cruente (morte della fata, impiccagione etc), molto di più con questo cartone che nelle sequenze dei film, a dimostrazione che ormai tra film e cartone il senso di “fiction” è labile. La caratterizzazione della Fata Turchina nelle vesti di una giovane artista un po’ pop e “alternativa” convince molto, ed è la pellicola dove il rapporto edipico del protagonista è più palese. Il Pinocchio della Walt Disney, troppo noto ai bambini e troppo lontano dall’originale, non ha destato interesse: edulcorato fino alla stucchevolezza, questo Pinocchio in ambientazione alpina con tanto di cappello dalla tipica penna (1940) è una sorta di riscatto nei confronti di un testo che in America, insieme a Biancaneve, è stato considerato, nel buonismo di certe classifiche statunitensi, fra le due favole più crudeli per l’infanzia. L’ultimo Pinocchio visto è quello di Benigni (2002). Ricordo che non aveva riscosso un buon favore di pubblico e critica e guardandolo per la prima volta mi pare che ci siano elementi da rivalutare. Personalmente non ho gradito molto la scenografia scelta per la rappresentazione del film: troppo farsesca, anche se attenta ( la scena del teatro con le dominanti cromatiche di Bianco come il vestito di Pinocchio e di rosso come l’evocazione di Mangiafuoco ne è un esempio). La trama, pur offrendo anche essa momenti di chiaro discostamento dal testo di Collodi, scorre coerente e in modo comprensibile per il pubblico di giovanissimi, le inqudrature proposte da Benigni ripercorrono fedelmente il modello dei più noti illustratori della storia, le musiche di Piovani, eccelse a prescindere, costituiscono di per sè un secondo piano narrativo in note. I dialoghi, così fedeli all’originale, sono la dimostrazione ulteriore che per riscrivere bisogna esser dentro al testo. I bambini sono rimasti entusiasti della visione e, nonostante qualche dubbio comprensibile da parte della critica, penso che la sua forza al di là della riscrittura filmica, sia in Benigni che è veramente Pinocchio: il racconto è nel suo corpo, nelle sue espressioni, nella sua recitazione.

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