Ciudad Minima

Nella giornata “ProGrammatica”, riscrivendo Palermo/Buenos Aires di Borges, una sinfonia alla città in punteggiatura.  ( considerando gli hashtag #Programmatica #CMIII/01 #scritturebrevi)

La città si racconta:punteggiature di sorprese reali e intrighi fantasiosi.
La città con i suoi puntini di sospensione … gli sguardi delle persone che si intrecciavano coi miei pensieri.
I vicoli erano virgole in cui sdrucciolavano gli attimi per coniugarsi in tempi e quindi ricordi.
Ho visto le piazze come abbracci stringersi,momenti tra parentesi mentre brillava la Croce del Sud.
Nella mia cartografia delle cose tra “virgolette”: i luoghi sfumati tra sogno, ricordo e realtà.
Il punto fermo mi attendeva a ogni crocevia dove si biforcavano i destini desiderati e possibili.
Ho sognato in due punti che mi fissavano negli occhi: spiegavano senza parole, solo guardandomi.

In realtà c’era un suono di chitarre, un intermezzo di punti e virgole tra i coltelli.
/ E quella barra come una lancia a rinchiudere spazi inaccessibili, trampolino dell’immaginazione.
Tra marciapiedi e lussuriosi giardini, i grattacieli sono esclamazioni verso le nuvole.
E al tramonto sulla mia Palermo, una curva interrogativa di dolcezza incalzante nei miei labirinti.

Bologna al finire dell’estate

Mi manca Via delle Pescherie, nelle sere di inizio Settembre,

Quell’aria pulita e leggera piena di voglia di ricominciare che si spande prima dell’autunno.

Mi piaceva guardare già scendendo dai treni i volti delle persone e immaginare le loro possibili storie.

Mi piaceva l’aggregato di speranza novità piccoli timori delle sere di Bologna. Il confondersi dei dialetti e l’odore di jazz misto a quello di ragù.

E quella lieve malinconia salmastrosa che portava fino a Cesenatico. Non Rimini, Riccione. Cesenatico.

Passeggiare in mezzo ai locali e poi in strade secondarie, più adatte a ballare segretamente vicini.

Finire in piazza Grande con le mani in tasca, un libro da leggere, la voglia di perdersi tra le colline a tremare di brezza. Non avere paura del nuovo.

Oppure al mattino camminare per i portici di Via Saragozza e procedere senza meta, alla scoperta di nuovi angoli da fotografare.

Mi manca Bologna, in genere quell’aspettativa da fine estate che rendeva dolcemente palpitante il caffè del mattino.

Note: un giorno eroico…il primo passo sulla Terra.

Irlanda, e poi venne la musica

 

E poi venne la musica.


C’era Galway con i suoi cigni, gli artisti sempre per strada, i colori della notte, una strada dove sembra sempre giorno, dove si parlano 237 lingue e ci si capisce.

C’erano quattro perscussionisti vestiti di bianco, che suonavano l’anima di chi li ascoltava, facendo divenire il metronomo del tempo musica pura e il corpo assoluta voglia di ballare.

C’era una ragazza, proveniva da uno sperduto paesino dell’appennino bolognese, giocava con il fuoco, tutti gli occhi addosso: sembrava davvero una vestale celtica. E un chitarrista che chiudendo lo sguardo mi ha solleticato il cuore sulle note di “I wish you were here”.

C’era un terreno tra i campi verdi e il mare grigio, sembrava il suolo lunare, invece era il Burren, un nome morbido per pietre incastonate e spigolose.

C’era una scogliera per cui varrebbe la pena non tornare più: si chiama come sapete Cliff of Moher, a parlare di Carnevale con dei ragazzi Veneziani, a perdersi negli occhi di una giovane fotografa bionda vestita di nero, a smarrire sull’altitudine e fra le onde briciole di cuore.

C’erano le isola Aran, e Inis Mor è stata la mia tredicesima isola, perchè sono la mia dimensione perfetta. Fra cimiteri abbandonati, ciclisti, chiese a cielo aperto, case dal tetto in paglia e leoni marini, signore placide che tessono la lana, c’è una salita che porta a una serie di cerchi concentrici. Dove per davvero sentire il respiro d’Irlanda tutti si sdraiano sulla scogliera a testa in giù per vedere quanto è profondo il mare. E poi improvvisamente un pub, dove alle quattro del pomeriggio son tutti già ubriachi, ma si canta, si suona e tutto il resto non ha importanza. Semplicemente si sta BENE, anche se il cielo è grigio, il sole una parvenza, la musica vince la malinconia, in ogni angolo di Irlanda, ed è voglia di vivere.

C’erano le piogge e l’autunno anticipato del Connemara, lingue di terra che fendono ilmare, erica selvaggia ostinata verso il mare. Forse c’era anche un fiordo, dove tutti i paesini si somigliano ( barbiere, alimentari, pub, edicola in colori diversi e medesima sequenza) ma a Clifden, poco dopo le 13 , il pub del paese era pieno di gente, di bambini vestiti a festa per un battesimo, sembrava di essere in un saloon e ci abbiamo brindato con loro.

C’era dentro a un supermercato di Limerick “With or without you” e credetemi che camminare in Irlanda e sentire gli U2 è qualcosa di spirituale.

E poi venne il mare. Del sud.

In Irlanda/1

C’era il tempo di Dublino che scorreva di una lentezza doppia rispetto a tutto il resto, malgrado i prati del Trinity affollati di studenti come in Piazza dei Miracoli.

C’era il Temple Bar, più che un luogo un modo di essere e subito si impara quanta storia ci sia dietro un bicchiere di birra, ma anche dietro a un cheese cake.

C’era appunto un parco giochi per grandi, ma era lo Storehouse della Guiness.

C’erano mitici e geometrici scogli esagonali sulla Giants Couseway, un anziano si arrampicava sulla scogliera aiutato dal suo bastone, con un vigore negli occhi come chi sa di compiere una delle ultime desiderate imprese, come lo sguardo di chi guarda il mare senza sapere se lo rivedrà.

C’era un ponte di corda a Carrick a Rede e sotto la scogliera sospesi a mezz’aria come accade spesso alle anime un po’ dannate, oltre 30 mt sull’Oceano.

Poco prima ci aveva sorpreso uno scroscio incredibile, bagnandoci totalmente, aveva il gusto dello stupore come quando da piccoli si salta nelle pozzanghere.

C’era una frase a Belfast che girava per le strade messe a nuovo “ She was alright when she left here”, e si riferisce al Titanic.

C’era nel cuore di Belfast lappena ristrutturato con acciaio e vetro, forse perchè fosse un cuore trasparente e forte, una ragazza che cantava per strada, aveva una voce meravigliosa e potente, da far tremare i vetri sparsi sui pavimenti dell’anima.

C’era un tassista nel suo veicolo stupendamento black che raccontava a dei turisti baschi ogni murales di Belfast: io quei murales me li son cuciti sul cuore.

C’era un muro a Belfast, come a Gerusalemme, a Berlino, a Gorizia, solo che a Belfast c’è ancora,polimaterico, è alto più di 6 metri, ogni tanto aprono le porte per transitare. A differenza di altri muri confina con le mura domestiche delle case, il fatto è che si importa la democrazia quando in casa non ce l’abbiamo, nel nostro colto e avanzato occidente.

Dublino, Guinees Strehouse

Belfast Est, Murales

Giants Couseway

Porto Venere

Ci sono luoghi dove ogni volta che arrivo sento la sensazione del ritorno a casa. Porto Venere è tra questi, incastonato tra il mare e le colline col suo abbraccio blu odoroso di ficus e salmastro. E oltre la grotta di Byron finestre disincantate e aperte sul mare, dove si schiude ogni (im)possibile orizzonte.

Bocca di rosa

Di De Andrè si è parlato e visto molto in questa settimana. Per quanto mi riguarda non ho particolari ricordi personali legati a questo cantautore, eccetto due, anzi 3. La audiocassetta sony da 60 che mio padre quando ero piccola teneva in auto e su cui aveva inciso le canzoni di De Andrè che più gli piacevano,  la mia prof di musica delle medie che alla festa di fine anno ci fece cantare tra l’altro " La guerra di Piero", un libriccino rosa con gl accordi de " la canzone di Marinella" che girava fra i chitarristi del mio gruppo di amici a 14 anni. I versi di De Andrè li ho poi ritrovati sparsi dalle musiche trasmesse alle radio, a qualche spezzone dopo mezzanotte dato in Tv, o ancora più incisivamente fra le pagine di antologie poetiche contemporanee, perchè effettivamente è musica, ma anche poesia. Di De Andrè amo molto il fatto che le sue canzoni siano storie comuni di persone.  E la Genova che scorre nelle parole anche senza essere nominata, e una rabbia dolce che fa altrettanto, pur talvolta graffiando per sopravvivere. Di tutte le sue canzoni quella che sento di più è Bocca di Rose. Non c’è un motivo di preciso. Forse perchè ha il grande valore di essere una storia di tutti e di nessuno, forse perchè Bocca di Rosa lo siamo stati un po’ tutti quando ci siamo sentiti scacciati o semplicemente incompresi. Forse perchè c’è amore anche laddove gli altri ci ricamano solo discorsi velenosi. Più personalmente perchè "metteva l’amore sopra ogni cosa" e questo a volte ha un caro prezzo.

 

Invito al viaggio

Invito al viaggio, Luglio 2008, Erika

Note al margine: Ti porterò laddove il vento scolpisce gli spigoli fino a far cantare anche la più tagliente della roccia, là dove il mare brilla di turchesi e bollicine sulfuree, nei segreti antri della mia incoscienza, dove il chiarore del sole è assoluto ma morbido. Nude le parole, ferme le lancette, un incanto di tempo e spazio capace di guarire nel sale ogni ferita. E il fuoco che arde nei tendini dell’anima, che sfiora e afferra ancora voglia di vivere.

Esilio

Femminile distesa nudamente in un sangue assolutamente blu ma proletario.
Fiera, vestigia di imperatore nelle migliorie, ma nessuna tassa di troppo.
Variegata e assoluta, ma anche assolata. Vestita di agavi fichi selvatici eppure nei punti più alti di altissime foreste e talvolta di neve.
Tante lingue quanti sono gli agglomerati di case. Le tracce di sangue e sudore delle miniere, i sogni dei pescatori, gli odori semplici e genuini delle cucine.
Quattro colori di spiagge, nove comuni, infinite calette che solo in barca a volte si possono raggiungere. Alte mura per difendersi e segrete fessure di antiche leggende.
Nomi che fanno innamorare, e degli innamorati indossano le ferite e i baci: la spiaggia dell’innamorata, la costa dei gabbiani, e il nome che ciascun viaggiatore dà alla propria storia.
I cieli senza nuvole, i fari ciascuno a suo modo dislocati nei vari punti.
Una donna che non teme la luce e nemmeno le profondità, né gli stranieri né i nuovi orizzonti e come le donne è fatta di luoghi diversissimi tra di loro. I piedi hanno sentito il vento, il sale del mare, la sabbia umida che nei granelli raccontava il ballo delle onde. Il mio viso ha sentito e accolto il giallo del sole, stampato sulle gote rosse, e gli occhi perduti tra insenature pericolose come anche, quella sensazione di assoluto e precario al contempo che meravigliosamente solo le isole sanno far vibrare nella parte selvaggia di ciascuno. Quella parte che a volte sonnecchia, ma che sempre salva, col suo istinto con la sua temerarietà. La mia lingua ha assaporato il gusto forte e caldo di un vino apparentemente nascosto tra i filari e gli ulivi, e in quel sapere il gusto antico del sole che taglia la terra per far sgorgare sangue dolcissimo.
Segreta, orgogliosa, accogliente, discreta, misteriosa, passionale, selvaggia, sorprendente, mutevole, memore, scintillante, solare, lievemente malinconica, ebbra di voglia di vivere. Un po’ come me.
Isola d’Elba, Maggio 2008
Note al margine: …e qualsiasi cosa accada, avere sempre la mia isola dentro a cui tornare…http://www.erikaluna.net/blow/elba/index.html

Sottopelle

Sottopelle, esule da ogni mappatura e logico movimento dove le emozioni non sono cauterizzate e si schiudono libere, senza attese. Sia la forma del bacio impresso mordace, il sapore steso sulle labbra che non proferiscono parole ma segnali, come un mimo stirato nei due archi. Sia lo sfogliare delicato tra gli strati invisibili che si contano in sussulti o l’uragano che annoda graffi sonori codificati sulla schiena in un personalissimo alfabeto a due. Sia la vita che straborda dai confini di un’inqudratura, la sostanza dei giorni sciolta sul palato e il silenzioso fuoco degli amanti che imprevisto divampa . Siano ricordi bagnati e sogni intessuti di lacrime. Siano gli occhi chiusi a perdersi sul finire dell’anca per cercare vuoti a perdere nelle mani, sigillati a caldo sui bordi dell’anima, incendi per nuove primavere senza mai più ceneri.

Foto from Kuba

Note al margine: Oggi è un giorno che non eesiste, o meglio, che esiste ogni 4 anni…ha un che di magico, di sospeso, di assoluto, di straordinario nella sua quotidianità. Un libro che amo, “visto” da lei che stimo…

Io e Amsterdam

Ora che fa freddo e le giornate si allungano, mi manca tantissimo Amsterdam. Mi manca come qualcosa che era parte di me, come un modo per poter essere e non dove essere. Ho voglia dei suoi canali che danno come un senso di libertà e leggerezza nella geometria precisa della città. Ho voglia della sua razionalità, audace moderna eppure sempre percorsa da un brivido di follia, come i palazzi leggermente inclinati. Mi mancano le scale strettissime per arrampicarsi sugli ultimi piani e vedere il sole tramontare verso le 10 sera. Mi manca il suo tempo magicamente ossessivamente volubile, quella possibilità di vivere in un attimo tutto il ciclo delle quattro stagioni, stupirsene e ricominciare come se fosse la musica più naturale del mondo. Mi mancano i ponti che si guardano a vicenda. Mi mancano le pozzanghere, le nuvole che sembrano appese al cielo, la forza del sogno, il battito del momento, le biciclette parcheggiate in ogni dove, il rumore del vento spostato dai ciclisti. Ho voglia delle passeggiate immersa non solo in una discreta architettura, ma in un marasma di gente multietnico, dove le statue di Rembrandt sembrano sorridere nella più moderna delle musiche. Ho voglia della sua birra, dei suoi sapori, delle sue infinite mele aromatizzate alla cannella, perché lì in quella confusione di ristoranti dalle mille cucine etniche, potevo ritrovare il baricentro dei miei affetti, vicini e lontani, nel tempo e nello spazio, un viaggio nel viaggio, incondizionato. Mi manca il vento che sconvolge le labbra ed i capelli, i colori impazziti dei suoi musei, la tenerezza e la profonda verità del diario di A.Frank, in assoluto il primo libro che a 9 anni mi trasmise la voglia di scrivere, per ricordare. Mi mancano i notturni affollati, i pub marroni scuri, l’odore dei pancakes, il multicolor del mercato dei fiori in una eterna primavera, la pietra lunare di un piccolo negozietto sulla sponda del quartiere a luci rosse, le bancarelle di mercatini sparsi nelle strade dove la vita è ancora a portata di mano, la precisione degli autobus, la soffice schiuma dei cappuccini, la rapidita cottura del wok. Mi piace la libertà che ad Amsterdam non si respira, ma si vive, pelle su pelle, dove ogni parte di me si prende il diritto di esistere senza dover guerreggiare. Imprevedibile vibrante germogliante di diversità armoniche viva solare, anche nel freddo e nella notte, una città a forma di me.

Testo e foto di Erika

Note al margine: Gallery