Cielogrigio

Interno giorno, primo mattino di fine estate. Il silenzio di un mattino di pioggia accarezza di fresco le spalle: un attimo intenso e solitario che scivola in istanti come l’odore della pioggia misto a quello del primo caffè. Finestre e porte aperte perchè l’ARIA possa entrare portando ossigeno alle cose, un respiro più profondo. Mi affaccio sulla soglia in cerca di spicchi di cielo grigie carichi di pioggia. Un temporale che sta per arrivare, qualcosa di nuovo, una pagina che si volta, una stagione che muta fuori ma dentro ancora ancora estate, l’anima che si spoglia per bagnarsi e sentire tutti i brividi. Si sveglia la strada, piccole note che librano nell’aria, brevi scatti e sorrisi. Infondo il cielo grigio non è che una pagina monocramtica per scriverci con tutti i colori. Più da vicino le carezze delle gocce, lucenti e trasparenti come lacrime di piacere, salate come quelle di dolore, gocce che lavano e portano via.

Note al margine: foto di Erika. E colonne sonore che bruciano negli occhi, mi è tornata in mente quella di quest’estate sotto il sole delle Eolie in attesa di un mare calmo e cicatrici a cauterizzare, con i Negramaro de " La finestra", e i "miei" film che ci ho disegnato sopra."Cade la pioggia e tutto lava cancella le mie stesse ossa tutto casca e scivolo sull’acqua sporca .Cade la pioggia e questa pace è solo acqua sporca e brace c’è aria fredda intorno a noi abbracciami se vuoi questa mia stessa pioggia sporca .E dimmi a che serve sperare se piove e non senti dolore come questa mia pelle che muore che cambia colore. La mia pelle è carta bianca per il tuo racconto … nuvole che passano e scaricano pioggia come sassi e ad ogni passo noi dimentichiamo i nostri passi la strada che noi abbiamo fatto insieme gettando sulla pietra il nostro seme, amore mio questa passione passata come fame ad un leone dopo che ha divorato la sua preda ha abbandonato le ossa agli avvoltoi tu non ricordi ma eravamo noi noi due abbracciati fermi nella pioggia mentre tutti correvano al riparo e il nostro amore è polvere da sparo il tuono è solo un battito di cuore e il lampo illumina senza rumore". ( da:cade la pioggia)

Una pugnalata in un soffio

Nel teatro acceso di emozioni e forse bizzarro per le sue pareti bianche assolute, così dannose alle luci di scena, così di contrasto col buio sacrale della sala. Gli occhi si perdono prima ancora del cuore nei gesti ripetuti sul palco, nelle voci alterate. Ed i pensieri si staccano come una seconda pelle che prende il volo fino a costruire una storia a sé, distante eppure vera, un perdersi e intrecciarsi che smarrisce e in fondo guarisce. Essere seduti col corpo ed avere nella testa altri ritmi, altri odori che ballano, sensazioni forti nell’immobilità del luogo.
Poi d’improvviso alla schiena è una coltellata, precisa acuta e profonda, un brivido che corre lungo la carne e più a fondo fra i tendini. Un suono che riconoscerei tra mille, arriva scavando con la sua punta di diamante nella mia anima, morbido eppure acuto, limpido eppure soffuso, il sassofono di un tango dove si intrecciano le emozioni prima ancora che le gambe. Dal fondo procede lento e sottovoce, ne distinguo i passi a ritmo delle note e dei silenzi, ma non mi volto: riconoscerei il calore delle tue note ad occhi chiusi e forse anche ad orecchi tappati. Sono note che conosco, di quelle che toccano prima l’epidermide, facendo vacillare i sensi, poi passano in rassegna la mente e il cuore, ammaliandoli. Solo dopo risuonano nell’ascolto, e nello sguardo. Inatteso, improbabile, un passaggio che avvolge, che si attacca alle membra come una malattia, come una febbre impazzita, una passione in cui si vince solo lasciandosi andare. I miei occhi restano vigili, sguardo dritto, non volto nemmeno di un centimetro la testa: seguo i ballerini di tango sul palco terminare la rappresentazione. Ora il tuo sassofono sovrasta l’intera sala, spacca il buio, è quasi un grido, un pianto, un orgasmo. Mi passi accanto, parallelo alla mia fila, e non mi muovo, quasi trattengo il fiato per non far rumore. Tutto dentro si scuote. Quando sei davanti, io, già ubriaca di ricordi e confusioni, sono di spalle al presente, sulla schiena ancora il tuo respiro divenuto musica, fin dentro la strada scivolosa e umida di una notte di primavera troppo fredda per essere vera ma abbastanza crudele da farci perdere ancora.

Note al margine: Amo molto il tango, è qualcosa di più di un pensiero triste che si balla: è l’identità di un popolo, è passione e poesia. La musica sarebbe quella di A.Piazzolla, Libertango, che cercavo con un sax più accentuato come l’ho sentito dal vivo l’altra sera. Tra i tanghi che amo di più c’è questo e Roxane, ballato come in Moulin Rouge.

L'orizzonte attraverso.

Nei giorni feriali il sole sembra più bello. Quel pomeriggio la macchina sgommava rapida sul litorale selvaggio di una primavera sonnolente. L’aria era salata, ma erano le sue labbra che mi consumavano di sete. Rosse come il più sfacciato dei soli, calde e morbide, troppo accoglienti per non pensarci. Curva dopo curva saliva come una febbre impazzita, come una musica ossessiva che entra nel sangue e instancabile balla dentro muovendo ogni grumo. Il vento le onde la schiuma i fianchi che si muovono l’odore della pelle la piega del collo. Quanto di lei era fame, quanto desiderio, quanto sogno, ad oggi non so più distinguere. So che all’inizio fu la sua voce calda e solare, penetrante come l’acqua nel deserto. Poi furono gli occhi, terribili e neri, incandescenti e possessivi come una malanno senza rimedio, poi il profumo della sua voglia confusa con la mia, l’unisono battito di sgombrate paure, energia che fluisce e danza scevra di paure. E un viaggio. Veloce. Da un aeroporto all’altro, solo andata, solo un pomeriggio. Poi finalmente l’ombra di un pino marittimo e orgoglioso, ai confini con una base militare silenziosa e inquietante. Nessun minuto di troppo, nessun chilometro abbondante. Tempi stretti strimizziti per istanti troppo gonfi. Non c’è tempo per spogliarsi, per avvinghiarsi, per stendersi, per amarsi, per sentirsi e anche per aversi. Tutto è immagine, tutto si sintetizza in fugaci carezze e profondissimi baci, tutto è solo un frammento di ciò che si vorrebbe, uno sbiadito riflesso che non paga. Sulla spiaggia semivuota brevi urli di gabbiani, dietro le macchine passano spettatori in movimento, orme abbandonate e una lunga rete a separarci dal mare. Ma io frugo fra gli incroci perfetti fino a inchiodare con gli occhi in un buco irregolare discreto sufficiente per guardarci il sole l’orizzonte e la marea tutta quanta. Allora frugo tra le gambe sento quasi il sangue scorre sotto i polpastrelli emanarsi in calore, imprimere sulla pelle le tue forme ad occhi chiusi, cercare nei vellutati collant una breccia un’entrata e lentamente nel vortice allargare la maglia espandersi arrivare alla pelle quasi di contrabbando e sentire adesso il tuo sole il tuo orizzonte e la tua marea tutta quanta. Salgo come un pensiero folle come le temperature in estate come il vento che soffia in alto, come un palloncino fuggito e libero salgo e brucio. Poi ancora distanze ancora aerei ancora atterraggi e partenze, tra le mani l’odore di te, un talismano che mi porto addosso per scaldarmi, per vibrare, per sorridere di qualche istante che mi ha fatto sentire vivo, fino alla mia ultima fibra. Anche dopo giorni e notti lunghissime, mi prende come irrinunciabile sensazione e il pensiero regolare e perfetto smagliato nella rete, oltre la quale. L’orizzonte, la marea ed il sole tutto quanto, ero pienamente io.

Tramonto, Novembre 2007