Giovanni Falcone: 25 anni

23 maggio. 25 anni fa. Io che preparavo un esame per cambiare scuola e che ripetevo geografia a mia nonna in cortile sotto un sole audace e caldo. Poi la notizia, il boato, la strage. 25 anni. Di altre stragi che sarebbero divampate qualche mese dopo, qualche anno dopo nel cuore dello Stato e in quello di ognuno di noi. 25 anni di noi che lo abbiamo vissuto in un tempo giovane e abbiamo capito di diventare grandi. Qualcosa che sarebbe rimasto addosso nelle scelte personali, nelle professioni, nel modo di essere. 25 anni, un articolo ritagliato e tenuto nei suoi libri, dove spiegava cosa era cosa nostra. 25 anni di una memoria fertile, in cui continuamente ai più piccoli, ai più giovani si ricorda… che cambiare si può. 25 anni contro l’indifferenza e contro la mafia come sistema e come modo di essere nei microcosmi di ogni giorno.

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Lettera sull’8 marzo

c6i8tmwu8aikn0dQuesto 8 marzo comincia con il libro “storie della buonanotte per bambine ribelli, 100 vite di donne straordinarie”, comincia pensando che la straordinarietà è qualcosa che necessita di essere affermato ogni giorno, nelle piccole grandi case. E prosegue pensando che se è necessario educare le bambine a ribellarsi qualora la legislazione o lo status quo non permetta loro il pieno sviluppo delle proprie capacità o aspirazioni, penso anche sia altrettanto necessario educare i bambini a questa ribellione: la consapevolezza, la presa d’atto, l’affermazione e anche la sovversione delle regole è qualcosa che trascende il genere e r

iguarda tutti, maschi e femmine, piccoli e grandi. Penso anche che l’8 marzo 2017 sia davvero scandaloso il fatto che  le donne debbano girare tanti ospedali prima di affermare un proprio diritto tutelato dalla legge 194 messa a repentaglio da medici obiettori, be

n pensanti e altri orrori. Credo che ci siamo molto da fare se una donna assunta in gravidanza faccia notizia e abbia della “miracolata”, perchè di fatto nella nostra società gravidanza e maternità non sono abbastanza protette e favorite. Anzi. Ci sono ancora molti pregiudizi culturali sull’accesso femminile a studi e professionalità scientifiche (altrimenti il mese delle Stem non lo faremmo durare 12 mesi l’anno nelle scuole), ci sono ancora tanti vuoti finanziari e legislativi per permettere alle donne do avere le s

tesse opportunità degli uomini senza rinunciare a famiglia, affetti, stabilità varie. Eppure le donne lottano ancora: per studiare, per affermarsi sul lavoro, lottano ogni giorno per far valere anni di studio in professionalità e competenza alternando i salti mortali comuni per far da mangiare, stirare, ascoltare i figli e continuare a essere figlie, madri, compagne, amanti, amiche, colleghe. In tutto ciò tutto si muove rapidamente. E se prima tutto questo era una prerogativa della donna, oggi si diffonde anche in campo maschile: i social sono pieni di selfie paterni che danno il biberon mentre lavorano, che si occupano dei figli in modo eroico quando se lo fanno le mamme è semplicemente ordinario. Ecco, è sempre una questione di spazi da tutelare, da guardare, è sempre una cosiderazione che non la finiremo mai di dover dimostrare al mondo di essere forti con le nostre fragilità, anzi che proprio queste sono i nostri punti di forza. Forse figlio mio in questa velocità e complessità dei tempi che ti hanno accolto a questo dobbiamo badare: di non dimenticare ciò che ci rende unici.

Post Referendum

“La verità vi prego sul referendum” Io ho votato “NO” e l’ho fatto in modo consapevole, responsabile e sereno, informandomi, valutando e scegliendo liberamente. L’ho fatto perchè non ho trovato soddisfacente la riforma costituzionale proposta e in fondo nemmeno il metodo. La costituzione è una cosa seria, forse sarebbe servita una nuova assemblea costituente più che un referendum per mettervi mano. Il mio non è stato un voto su questo governo, anche se poi chi ha perso fin dall’inizio l’ha posto in questi termini.Ho già detto nei giorni scorsi che i toni e i contenuti di questa campagna sono stati orripilanti. Quanto a me, come tutti quelli che hanno votato no, per quanti giorni ancora ci diranno “sono cavoli nostri?”. Il leader del PD (che si è rivestito anche del ruolo del leader del Sì puntando a mio avviso su un eccessivo personalismo della questione) ha ammesso la sconfitta in modo saggio, il suo discorso resta notevole. Credo che a questo punto occorra da parte di tutti una seria riflessione, anche da quelli che hanno votato “Sì”: bisogna chiedersi come mai su un tema così importante un intero paese si è mobilitato in termini di affluenza (quanto meno rispetto ai nostri standard), come mai i giovani e gli anziani abbiano fatto delle scelte così nette. Credo che il quesito maggiore tocchi al PD che dovrà fare autocritica e chiedersi come mai il Paese ha votato così e soprattutto interrogarsi su se stesso. E’ innegabile la crisi interna di quello che resta il più grande partito del centro sinistra. Anche a questo dovrebbero/dovremmo pensare. Ho sempre votato a sinistra, da 20 anni faccio parte della FLC CGIL in modo attivo (altro organo che dovrebbe interrogarsi sul suo stato dell’arte), e non nego di essere felice di questo risultato. Non è superficialità, è consapevolezza di aver fatto la scelta giusta. Chi adesso ha votato “Sì” non continui a rinfacciare: si chiama democrazia e Renzi lo ha spiegato benissimo. Niente si fa a cuor leggero, appartengo a una generazione ormai adulta convinta che in cabina elettorale qualcosa si possa ancora cambiare. In tutto ciò non mi vergogno a dire che c’è anche delusione: averci creduto al cambiamento, averlo in parte apprezzato, aver incassato la perdita di un’opportunità grande e non per l’esito del referendum. E’ stato un autogol averlo impostato in questo modo, averne fatto una crociata nei termini e nei modi in cui si è sviluppata. Quindi sì sono felice perchè il referendum, è stata una grande prova di democrazia per il nostro Paese. Spero che della Costituzione il Paese e ogni cittadino che ne ha così animatamente discusso se ne continui a ricordare, ogni giorno. Ogni nuovo inizio fa paura, ma a me fa meno paura sapendo di aver contribuito a tutelare alcuni aspetti della democrazia che la riforma non avrebbe garantito. E adesso non resta che rimboccarsi le maniche, e andare avanti. Il sole è sorto lo stesso, per dirla all’ Obama.

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Non una di meno

25 novembre giornata contro la violenza sulle donne. #Nonunadimeno non è un giorno l’ anno. È la quotidianità fatta di ascolto, attenzione, sensibilità, empatia, consapevolezza. È il contrario di paura, ignoranza, indifferenza. È un fatto educativo nel senso più intimo, profondo e ampio del termine, dall’abbattimento degli stereotipi di genere all’educazione permanente degli adulti, in contesti formali e non. È qualcosa che riguarda uomini e donne, un fatto di umanità in cui siamo tutti coinvolti.

Le parole della mia settimana

(le mie definizioni, le mie giornate)

Vicinanza: quella complicità emotiva che a volte si traduce in corporea fondata su empatia, solidarietà, compassione fra due persone o tra un individuo e una comunità, determina un sistema di sostegno vicendevole. Esempio: amici che si ritrovano soli, compagni di avventure che condividono progetti etc.

Umanità: saper salvare il lato umano delle cose, saperlo far emergere e difenderlo oltre i sistemi e i fatti, le categorie di giudizio e le narrazioni. Es: la narrazione di un giornalista, la sensibilità in cui un evento drammatico di un singolo viene compartecipato dalla comunità, la sintonia di sentimenti e sensazioni.

Etica: la trasparenza di pensieri e azioni che rispettano valori condivisi e per cui gli atti compiuti non danneggiano altri, spesso accompagna la parola “responsabilità” con particolare riguardo alla sfera lavorativa e relazionale. Es: saper riportare le notizie verificando le fonti evitando di provocare danni di immagine e di reputazione a terzi.

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Quelle estati di treni ed esplosioni

Quelle estati di treni ed esplosioni io me le ricordo molto bene. Fu una stagione lunga dal 1980 al 1985 circa. Era la bella stagione in cui da Firenze ogni tanto prendevo il treno coi miei familiari per raggiungere la nostra località di mare, vicino Livorno. Erano stagioni diverse: all’inizio ero ancora piccola e non sapevo leggere, ma le foto dei giornali e i telegiornali me li ricordo bene, poi negli anni imparai a leggere da sola per cercare di capire. Le domande per cercare di capire invece non ho mai smesso di farle. I miei occhi non comprendevano il motivo di tali carneficine, non comprendevano ovviamente perchè alcune persone distruggevano la vita di altre che non c’entravano niente. Ho sempre cercato altre risposte negli anni successivi, nei libri di storia, nelle inchieste. Ricordo che per un bel po’ non viaggiavo volentieri in treno e non sostavo volentieri nelle stazioni: avevo paura che scoppiasse qualcosa da un momento all’altro. Poi l’infanzia passa e le paure se ne vanno lasciando solo domande. Nel corso dei tanti anni che sono trascorsi da allora ho coltivato in me la speranza forse illusoria che non capitasse più, non ai bambini, di avere paura di andare in treno o di trovarsi per caso in una piazza durante un attentato terroristico. So benissimo che nel resto del mondo trovarsi sotto le bombe è una quotidianità che avviene da decenni. Eppure quando ho visto il mio bambino impaurirsi per un camion impazzito sul lungomare o per una sparatoria in un fast food ho pensato che davvero allora il tempo è immobile se le tragedie si ripropongono spettrali e fedeli a se stesse, ho visto lui e la me che ero con la stessa paura. Occorre davvero credere ancora e fare nella nostra piccola ordinaria quotidianità di tutto perchè la paura generata dalla lucida follia di certi estremismi non offenda più la sicurezza dei bambini, in ogni angolo di terra.

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Io e Shakespeare, senza età. #Shakespeare400

Io e Shakespeare ci siamo sempre trovati un po’ per caso ma sempre al momento giusto. In quinta elementare qualcuno per regalo mi donò un’edizione per ragazzi di Shekespeare con disegni bellissimi e alcune sue opere raccontate per un pubblico giovanissimo, questo volume è tuttoggi nello scaffale più alto nella libreria dei miei. Mi piacevano i disegni dei personaggi con i loro nomi lungo le sagome scritte in corsivo. Mi piacevano le storie intrigate certo, d’amore e di spada, per me romantica schermista grande ammiratrice già allora degli amori difficili. Tuttavia una parte di me, andava oltre Giulietta ed Ofelia, perchè era semplicemente affascinata da Viola, l’intraprendente viaggiatrice che sogna e vive nella dodicesima notte. Il secondo incontro era il 1990, in terza media, una mia zia mi regalò l’Amleto che lessi in estate con l’avidità di chi legge un classico e lo divorai. Alle superiori una delle mie migliori amiche aveva un libricciono in carta riciclata, stampato da un editore underground, mi piacevano tantissimo quei sonetti! Certo qualcuno finì finemente decorato nella mia smemoranda di allora, altri finirono nella mia memoria, a forza di rileggerli. Poi qualche anno dopo, nel 1999, mi comprai l’edizione integrale dei sonetti e sono rimasti lì, tra i miei libri in cui ogni tanto mi immergo per ritrovarmi. Poi è arrivata l’università, nella fattispecie teatro, e per cui Shakespeare è divenuto di più: addentrarsi, rivisitare, capire, innamorandomi di Macbeth e scoprendo come a teatro tutto il teatro di Shakespeare sia stato rivisitato riproposto rivissuto in milioni di modi. A un certo punto ho anche letto molto di lui in un corso di teatro e soprattutto ho letto il 75mo sonetto durante il mio matrimonio civile: al posto delle promesse, le parole del Bardo. E poi è tornato. E’ tornato quest’anno, nei suoi 400 anni. E’ tornato con #Hamletw e un po’ per gioco l’ho proposto i miei alunni. Ero davvero preoccupata che fosse un testo, anche se in edizione per ragazzi, troppo “forte”. Invece mi hanno stupito, bimbi e bardo: si sono fatti attraversare dal testo, per entrare nell’anima dello scrittore, ed io mi sono appassionata, stupita, arrabbiata, desolata, commossa con loro e Amleto, come se il cerchio fosse infinito, in fondo avevo la loro età la prima volta che incontrai Will. Credo che ci incontreremo ancora e a lungo, riconoscendoci e ogni volta come se fosse una prima volta.

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