Le estati

Le estati per i bambini sono i momenti di stacco, dove il tempo si sospende in modo apparente per poi procedere ancora più veloce sciogliendosi di sole e ghiaccioli. E’ il momento in cui si ritrovano gli amici, anno dopo anno, al mare, quello stesso mare che li vede  crescere. L’avventura predomina sulla routine, la scoperta e l’inatteso hanno la meglio sulle cose programmate, l’esplorazione degli occhi e dell’anima scandiscono gli istanti che in tempo reale si fanno già ricordo. In fondo è così anche per noi grandi che ci concediamo il lusso dell’ozio, della scottature sulle spalle, dei pensieri leggeri, della voglia di smarrirsi in un blu che sia sguardo e onda, di una spuma bionda che anche da lontano fa pensare a qualcuno di speciale annullando ogni distanza.

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Fragole e parole 17 anni dopo

In un momento molto particolare e impegnativo dal punto di vista personale risalente a un paio di settimane fa circa, sono stata contattata da un gruppo su Facebook. Il gruppo era costituito da persone frequentanti nel 2000-2001 la chat e i forum di Kataweb. Allora era molto giovane ed a oggi resta la mia prima esperienza di ingresso nei mondi “virtuali”. Ero giovane, preparavo il concorso magistrale, curiosa e affamata di stimoli in un momento di incertezza dal punto di vista delle prospettive lavorative e formative. Ho vissuto quell’esperienza con grande coinvolgimento, la possibilità di confrontarsi con persone di età, provenienze e esperienze diverse per me che stavo in provincia e in un periodo un po’ desolato la trovavo stupenda. L’ho anche vissuta (come ogni cosa che mi piace) in modo profondo e attivo, contribuendo alla gestione/animazione operativa degli strumenti comunicativi (chat, forum tematici sulla letteratura) e partecipando ad alcuni raduni per cui uscire dallo schermo era una cosa nuova. Ho creato legami importanti, ho imparato, bene o male, molto sulle community on line, ho imparato in poche parole un modo interessante su come si sta in rete, sulla comunicazione, la relazionalità etc. Ho scoperto un mezzo per comunicare bello. Poi con il nuovo lavoro e altri cambiamenti della mia vita tutto ciò si è chiuso così il mondo fragoloso di Kataweb. Devo dire che da quel momento la mia vita e i miei interessi si sono sempre intersecati col mondo digitale, sia per questioni personali che professionali. Ho iniziato gestire in prima persona forum di cinema, costruire siti, curare un blog diario. L’esperienza del blog resta nel suo complesso quella più completa, forse perchè per fisionomia favoriva uno scambio più profondo e meno approssimativo fra gli utenti. Poi sono arrivati i social, facebook e twitter in primis, e ho arricchito la mia esperienza in alcuni settori riguardanti soprattutto la didattica, la lettura condivisa, il social reading. Il mio sguardo sui libri è uscito dai miei luoghi virtuali per approdare in alcune testate tematiche e non. Nel frattempo il piano nazionale scuola digitale mi ha permesso di spendere anche nel lavoro esperienze e competenze digitali. Un lungo percorrere il tempo, scandito da cambiamenti per pensare che 17 anni sono davvero tanti ma passano in un soffio, portando con sè piccole grandi rivoluzioni. Nel 2000 quando Kataweb spopolava su internet inviare una foto a uno sconosciuto era molto più complicato dal punto di vista strumentale, i rapporti in rete erano agli albori, oggi con gli smartphone è tutto più semplice, rapido, scontato. In 17 anni succedono tante cose, nel mio caso si trova lavoro, ci si laurea, si cambia casa due volte, si diventa mamma, si aprono orizzonti (dal teatro alla fotografia all’organizzazione di eventi). Mi ha fatto davvero “strano” ritrovare persone di chiacchierate spensierate tanti anni dopo. Tutti più grandi, tutti diversi. I legami forti, quelli non li avevo smarriti, ma l’effetto comunità svanisce ovviamente col chiudersi delle esperienze. E allora, per citare il titolo di un libro che amo, “cosa resta di noi”, di queste esperienze comunitarie on line? Credo da quanto ho visto in questi lunghi anni che restino una serie di competenze, allargamento degli orizzonti (qualora uno si sia messo in gioco davvero) che sono utili sul mondo virtuale ma anche su quello reale (dato che comunque i confini sono sempre più labili). Resta di certo il fattore umano: le relazioni, i legami, i contatti sono ciò che rimane, che spingono la frontiera delle possibilità umane, culturali e lavorative più in là. E’ quello che il tempo non cancella a suon di byte, e credo fermamente che siano ancora tuttoggi quello che piò rendere certe esperienze di valore.

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Giovanni Falcone: 25 anni

23 maggio. 25 anni fa. Io che preparavo un esame per cambiare scuola e che ripetevo geografia a mia nonna in cortile sotto un sole audace e caldo. Poi la notizia, il boato, la strage. 25 anni. Di altre stragi che sarebbero divampate qualche mese dopo, qualche anno dopo nel cuore dello Stato e in quello di ognuno di noi. 25 anni di noi che lo abbiamo vissuto in un tempo giovane e abbiamo capito di diventare grandi. Qualcosa che sarebbe rimasto addosso nelle scelte personali, nelle professioni, nel modo di essere. 25 anni, un articolo ritagliato e tenuto nei suoi libri, dove spiegava cosa era cosa nostra. 25 anni di una memoria fertile, in cui continuamente ai più piccoli, ai più giovani si ricorda… che cambiare si può. 25 anni contro l’indifferenza e contro la mafia come sistema e come modo di essere nei microcosmi di ogni giorno.

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Lettera sull’8 marzo

c6i8tmwu8aikn0dQuesto 8 marzo comincia con il libro “storie della buonanotte per bambine ribelli, 100 vite di donne straordinarie”, comincia pensando che la straordinarietà è qualcosa che necessita di essere affermato ogni giorno, nelle piccole grandi case. E prosegue pensando che se è necessario educare le bambine a ribellarsi qualora la legislazione o lo status quo non permetta loro il pieno sviluppo delle proprie capacità o aspirazioni, penso anche sia altrettanto necessario educare i bambini a questa ribellione: la consapevolezza, la presa d’atto, l’affermazione e anche la sovversione delle regole è qualcosa che trascende il genere e r

iguarda tutti, maschi e femmine, piccoli e grandi. Penso anche che l’8 marzo 2017 sia davvero scandaloso il fatto che  le donne debbano girare tanti ospedali prima di affermare un proprio diritto tutelato dalla legge 194 messa a repentaglio da medici obiettori, be

n pensanti e altri orrori. Credo che ci siamo molto da fare se una donna assunta in gravidanza faccia notizia e abbia della “miracolata”, perchè di fatto nella nostra società gravidanza e maternità non sono abbastanza protette e favorite. Anzi. Ci sono ancora molti pregiudizi culturali sull’accesso femminile a studi e professionalità scientifiche (altrimenti il mese delle Stem non lo faremmo durare 12 mesi l’anno nelle scuole), ci sono ancora tanti vuoti finanziari e legislativi per permettere alle donne do avere le s

tesse opportunità degli uomini senza rinunciare a famiglia, affetti, stabilità varie. Eppure le donne lottano ancora: per studiare, per affermarsi sul lavoro, lottano ogni giorno per far valere anni di studio in professionalità e competenza alternando i salti mortali comuni per far da mangiare, stirare, ascoltare i figli e continuare a essere figlie, madri, compagne, amanti, amiche, colleghe. In tutto ciò tutto si muove rapidamente. E se prima tutto questo era una prerogativa della donna, oggi si diffonde anche in campo maschile: i social sono pieni di selfie paterni che danno il biberon mentre lavorano, che si occupano dei figli in modo eroico quando se lo fanno le mamme è semplicemente ordinario. Ecco, è sempre una questione di spazi da tutelare, da guardare, è sempre una cosiderazione che non la finiremo mai di dover dimostrare al mondo di essere forti con le nostre fragilità, anzi che proprio queste sono i nostri punti di forza. Forse figlio mio in questa velocità e complessità dei tempi che ti hanno accolto a questo dobbiamo badare: di non dimenticare ciò che ci rende unici.

Post Referendum

“La verità vi prego sul referendum” Io ho votato “NO” e l’ho fatto in modo consapevole, responsabile e sereno, informandomi, valutando e scegliendo liberamente. L’ho fatto perchè non ho trovato soddisfacente la riforma costituzionale proposta e in fondo nemmeno il metodo. La costituzione è una cosa seria, forse sarebbe servita una nuova assemblea costituente più che un referendum per mettervi mano. Il mio non è stato un voto su questo governo, anche se poi chi ha perso fin dall’inizio l’ha posto in questi termini.Ho già detto nei giorni scorsi che i toni e i contenuti di questa campagna sono stati orripilanti. Quanto a me, come tutti quelli che hanno votato no, per quanti giorni ancora ci diranno “sono cavoli nostri?”. Il leader del PD (che si è rivestito anche del ruolo del leader del Sì puntando a mio avviso su un eccessivo personalismo della questione) ha ammesso la sconfitta in modo saggio, il suo discorso resta notevole. Credo che a questo punto occorra da parte di tutti una seria riflessione, anche da quelli che hanno votato “Sì”: bisogna chiedersi come mai su un tema così importante un intero paese si è mobilitato in termini di affluenza (quanto meno rispetto ai nostri standard), come mai i giovani e gli anziani abbiano fatto delle scelte così nette. Credo che il quesito maggiore tocchi al PD che dovrà fare autocritica e chiedersi come mai il Paese ha votato così e soprattutto interrogarsi su se stesso. E’ innegabile la crisi interna di quello che resta il più grande partito del centro sinistra. Anche a questo dovrebbero/dovremmo pensare. Ho sempre votato a sinistra, da 20 anni faccio parte della FLC CGIL in modo attivo (altro organo che dovrebbe interrogarsi sul suo stato dell’arte), e non nego di essere felice di questo risultato. Non è superficialità, è consapevolezza di aver fatto la scelta giusta. Chi adesso ha votato “Sì” non continui a rinfacciare: si chiama democrazia e Renzi lo ha spiegato benissimo. Niente si fa a cuor leggero, appartengo a una generazione ormai adulta convinta che in cabina elettorale qualcosa si possa ancora cambiare. In tutto ciò non mi vergogno a dire che c’è anche delusione: averci creduto al cambiamento, averlo in parte apprezzato, aver incassato la perdita di un’opportunità grande e non per l’esito del referendum. E’ stato un autogol averlo impostato in questo modo, averne fatto una crociata nei termini e nei modi in cui si è sviluppata. Quindi sì sono felice perchè il referendum, è stata una grande prova di democrazia per il nostro Paese. Spero che della Costituzione il Paese e ogni cittadino che ne ha così animatamente discusso se ne continui a ricordare, ogni giorno. Ogni nuovo inizio fa paura, ma a me fa meno paura sapendo di aver contribuito a tutelare alcuni aspetti della democrazia che la riforma non avrebbe garantito. E adesso non resta che rimboccarsi le maniche, e andare avanti. Il sole è sorto lo stesso, per dirla all’ Obama.

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Non una di meno

25 novembre giornata contro la violenza sulle donne. #Nonunadimeno non è un giorno l’ anno. È la quotidianità fatta di ascolto, attenzione, sensibilità, empatia, consapevolezza. È il contrario di paura, ignoranza, indifferenza. È un fatto educativo nel senso più intimo, profondo e ampio del termine, dall’abbattimento degli stereotipi di genere all’educazione permanente degli adulti, in contesti formali e non. È qualcosa che riguarda uomini e donne, un fatto di umanità in cui siamo tutti coinvolti.

Le parole della mia settimana

(le mie definizioni, le mie giornate)

Vicinanza: quella complicità emotiva che a volte si traduce in corporea fondata su empatia, solidarietà, compassione fra due persone o tra un individuo e una comunità, determina un sistema di sostegno vicendevole. Esempio: amici che si ritrovano soli, compagni di avventure che condividono progetti etc.

Umanità: saper salvare il lato umano delle cose, saperlo far emergere e difenderlo oltre i sistemi e i fatti, le categorie di giudizio e le narrazioni. Es: la narrazione di un giornalista, la sensibilità in cui un evento drammatico di un singolo viene compartecipato dalla comunità, la sintonia di sentimenti e sensazioni.

Etica: la trasparenza di pensieri e azioni che rispettano valori condivisi e per cui gli atti compiuti non danneggiano altri, spesso accompagna la parola “responsabilità” con particolare riguardo alla sfera lavorativa e relazionale. Es: saper riportare le notizie verificando le fonti evitando di provocare danni di immagine e di reputazione a terzi.

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Quelle estati di treni ed esplosioni

Quelle estati di treni ed esplosioni io me le ricordo molto bene. Fu una stagione lunga dal 1980 al 1985 circa. Era la bella stagione in cui da Firenze ogni tanto prendevo il treno coi miei familiari per raggiungere la nostra località di mare, vicino Livorno. Erano stagioni diverse: all’inizio ero ancora piccola e non sapevo leggere, ma le foto dei giornali e i telegiornali me li ricordo bene, poi negli anni imparai a leggere da sola per cercare di capire. Le domande per cercare di capire invece non ho mai smesso di farle. I miei occhi non comprendevano il motivo di tali carneficine, non comprendevano ovviamente perchè alcune persone distruggevano la vita di altre che non c’entravano niente. Ho sempre cercato altre risposte negli anni successivi, nei libri di storia, nelle inchieste. Ricordo che per un bel po’ non viaggiavo volentieri in treno e non sostavo volentieri nelle stazioni: avevo paura che scoppiasse qualcosa da un momento all’altro. Poi l’infanzia passa e le paure se ne vanno lasciando solo domande. Nel corso dei tanti anni che sono trascorsi da allora ho coltivato in me la speranza forse illusoria che non capitasse più, non ai bambini, di avere paura di andare in treno o di trovarsi per caso in una piazza durante un attentato terroristico. So benissimo che nel resto del mondo trovarsi sotto le bombe è una quotidianità che avviene da decenni. Eppure quando ho visto il mio bambino impaurirsi per un camion impazzito sul lungomare o per una sparatoria in un fast food ho pensato che davvero allora il tempo è immobile se le tragedie si ripropongono spettrali e fedeli a se stesse, ho visto lui e la me che ero con la stessa paura. Occorre davvero credere ancora e fare nella nostra piccola ordinaria quotidianità di tutto perchè la paura generata dalla lucida follia di certi estremismi non offenda più la sicurezza dei bambini, in ogni angolo di terra.

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