10 anni dal 29 giugno

Niente è stato e sarà più come prima. Dieci anni sono tanti, ma passano in un soffio.In 10 anni si è combattuta una battaglia durissima nelle strade e nei tribunali per qualcosa su Viareggio e oltre Viareggio. In 10 anni si può cambiare posto di lavoro, casa, sposarsi, diventare due volte mamma, fare tante altre cose vivendo.
C’è da ricordare quanto è accaduto quella notte, non dimenticare e continuare a raccontarlo. C’è da vivere con gratitudine ogni istante per i nostri 32 che non l’hanno potuto fare: in tutto ciò loro continuano a esistere, nella memoria, nell’apprezzamento di ogni attimo da vivere.

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Buon primo maggio a Utopia

Buona festa dei lavoratori a tutti i lavoratori e a chi il lavoro non ce l’ha. Ci vorrebbe un primo maggio dove si festeggia il lavoro, il lavoro che tuteli innanzitutto la sicurezza, i giovani, le donne e la maternità. Un lavoro che sia sinonimo di legalità senza lavoro nero e caporalato, con le stesse opportunità perché guarda alle competenze al di là del sesso e dell’etnia. Ci vorrebbe un lavoro dove un decreto non contrasti il precariato impedendo a chi costruisce competenze e anzianità di lavorare (ovviamente non vale nel mondo della scuola, dove il precariato a vita rimane). Un lavoro con politiche sociali dove i bikers non siano più invisibili, le aletrnanze scuola lavoro e gli stage davvero formativi e non tappabuchi come deterrente per le assunzioni. Ci vorrebbe da conferire nuovo prestigio sociale a certi lavori dai camerieri, agli operai ai docenti e salari per tutti adeguati al costo della vita, compresi i lavori culturali e che l’unità di misura sia l’euro e non la visibilità. Ci vorrebbero condizioni per fare bene il proprio lavoro e poter formarsi e crescere in modo continuo. Ci vorrebbero poi i lavoratori, maggiormente interessati ai propri diritti, forse una nuova lotta di classe e maggiore rischio d’impresa. Ci vorrebbe tra i lavoratori più rispetto, più collaborazione e umanità tra pari, senza lobby e privilegi derivati da rapporti malati con gli altri e con il concetto di professionalitá, quella solidarietà al posto di una competizione eccessiva e deleteria, quella solidarietà che rendeva andare al lavoro una bella cosa. Effettivamente un primo maggio così sembra Utopia.

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25 aprile e privato

Il 25 Aprile oggi non è una questione ideologica (anche perché di ideologico certe formazioni politiche hanno davvero poco, si basano su altro). Il 25 aprile, come ogni altro giorno, è anche una questione privata, in quanto è nei comportamenti minimi quotidiani che l’arroganza, la prepotenza, le lobby dei provilegi, i soprusi (spesso animati da una metaignoranza per cui impercettibili ai soggetti che li esercitano) fanno parte dell’ordinarietá, tanto da rendere, talvolta, l’onestà, la correttezza, la trasparenza, il rispetto, la responsabilità, la collaborazione dei disvalori. Io non voglio credere per me ma soprattutto per i miei figli e i nostri alunni, a un mondo del genere per questo c’è da resistere ogni giorno a chi, con violenza, maleducazione, superficialità, calpesta quel territorio “sacro” della vita comune. Anche per questo il 25 Aprile ci ricorda di non stancarci di adoperarsi per un mondo migliore possibile, fin dai gesti quotidiani.

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Il terremoto, le crepe e le macerie, le storie, l’incredulità, le dirette, le lancette spezzate, le famiglie distrutte, le vite finite. La vita, quanto vale? Quanto vale la vita di uno studente? I cani, le risate inopportune, le storie, il giornale in classe, gli occhi dei 9 anni su ciò che è accaduto, gli occhi di Tommy che cercava un posto nel mondo anche tra i banchi, che aveva fame di sapere e di vivere, sapore di lontananza, nostalgia e speranza, chissà dove sei. E poi la settimana di Passione, la via crucis del disastro il dramme e le colpe, la rabbia di un Paese che non tutela. Un anno dopo, c’era la neve, un viaggio in pulmann con tanti altri, c’erano le transenne, la zona rossa, il silenzio assordante, la vita fermata un anno prima nelle case, nei negozi, nelle vie, l’odore della polvere. E in mezzo? In mezzo c’era stata l’estate, tre matrimoni, l’Irlanda, 32 vittime di un altro disastro. Dieci anni dopo, non si può dimenticare.

Era la semplicità che rivoluzionava gli sguardi

Era la semplicità che rivoluzionava gli sguardi. Sì, ecco la semplicità. Semplice era il suo modo di guardarla, lieve addosso ma in profondità. Semplice era il suo sorriso, eppure così radioso da portare l’inverno a sciogliersi ogni volta. Semplice era la sua risata, ma per lei era una fragorosa musica, un’orchestra di allegria che le scatenava il cuore. Aveva la forza della tenacia, dell’entusiasmo, aveva qualcosa di buono addosso e negli occhi, questo le bastava per perdersi un istante, il tempo di un sogno ad occhi aperti, il tempo dell’innocenza, il tempo di un brivido.

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L’odore dei coccoli

L’odore dei ricordi a volte assume strani contorni, come quello dei “coccoli”, pezzetti di pasta fritta, oggi sarebbero inseriti senza dubbio nella categoria “street food”. L’odore dei coccoli è l’odore della seconda media e di quella voglia di sentirsi grandi. E’ l’odore nel cuore di Firenze, l’odore di intervallo tra la fine delle lezioni e l’inizio del corso di latino. Era un’ora d’aria in cui stavamo fuori a consumare un pasto rapido in attesa di rientrare e ci sembrava di fare chissà cosa: pochi compagni, chiacchiere e risate. Non ci importava del sole, della pioggia, ci importava di essere soli, davanti alla friggitoria dei coccoli, mangiarne qualcuno insieme e sentirsi parte del mondo, magari guardando con ammirazione e invidia i ragazzi più grandi che uscivano dai licei e dalle scuole superiori sull’angolo opposto. Senza saperlo si immaginava la vita, si invocava che la vita dei grandi arrivasse presto, in un lampo. Oggi quella friggitoria non c’è più, qualche anno fa ne ho scovata un’altra poco lontana e ogni volta che torno nella mia città natale, Firenze, ci passo per sentire l’odore e gustare il sapore dell’adolescenza. E’ un rito con cui per un attimo torno volentieri col pensiero in quella strada, in quei mesi dove si inizia a avere un passato e il futuro si invoca già impazientemente.

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La vigilia, ossia saper attendere

Dormo sempre poco, e non ho mai dormito la vigilia di Natale: da piccola per aspettare Babbo Natale e tutto sommato anche da grande perché, in fondo, sono di quelle che crede che Babbo Natale in qualche modo esista. È stata una giornata intensa l’attesa: tra le notizie drammatiche pervenute ieri e la bolla della meraviglia ritagliata a cass. I frenetici preparativi e umore alternato tra l’entusiasmo di cucinare con Benjamin e il ciclo continuo delle lavastoviglie da fare e disfare. I messaggi degli amici più cari, i pacchi giunti da molto lontano,le visite degli amici inframezzavano tutto ciò. I bambini super eccitati, giustamente, anche Kesia che il Natale lo vede per la prima volta adesso. Tra incombenze e preparativi c’è stato persino tempo di giocare con entrambi e averli visti tutti il giorno felici è il dono più grande Per fortuna il meteo è arrivato in soccorso: fievole sole… e allora via tutti fuori. Se c’è una cosa che mi piace da impazzire è passeggiare nella mia città il pomeriggio della vigilia e, in mezzo agli odori delle varie cibarie, rapire sguardi. Quelli sacrosanti dei commessi quasi al traguardo del tour de force Natalizio. Gli sguardi impazienti dei bambini, quelli rapidi degli adulti, quelli dolci degli anziani: nei miei, come in molte altre persone, la somma di queste declinazioni tra incanto e nostalgia, e un pensiero silente e profondo per chi non è più fisicamente con noi. È stato un pomeriggio molto generoso: abbiamo volontariamente o casualmente incontrato chi amiamo e persone che colorano la nostra vita. Abbiamo gustato cioccolata calda e latte (a seconda dell’età), chiacchierato con una commessa incantevole, catturato luci, profumi e futuri ricordi. Benjamin ha organizzato una serata perfetta, il suo spirito artistico e manageriale e soprattutto la sua amorevolezza hanno allestito un menù di pietanze, video, canzoni e suoi discorsi, intrisi con tale sentimento e sicurezza da scioglierci tutti, hanno sfiorato il mood da film tra commedia americana e sequenze alla Comencini. Ha avuto anche il tempo di correre da me, mentre mi impolveravo di zucchero a velo, per dirmi una cosa così preziosa da tenere nel mio cuore. Una cena meravigliosa coi propri cari è il regalo più bello che possa esserci specialmente se i legami sono genuini e consapevoli della propria unicità. Tra la cioccolata e la panna ho pensato a
quanti Natali ho trascorso aspettando Kesia e quanto, la sua assenza mi intristisse la festa: tutt’ora stringerla mi pare un grande miracolo. La Vigilia è un po’ il sabato del Villaggio del Natale e mi ha portato gioia e vicinanza: grazie a tutti, ma proprio tutti coloro che in
questa gioia e vicinanza sono stati con noi, al di là del tempo e dello spazio, compresa Annie, il pupazzo di neve. E massima solidarietà a Rudolph per la scorpacciata di carote che, come ogni anno, grazie alla smisurata fiducia dei bambini, si farà.

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Storia di Bill (o di Annie)

billPoche volte ho compiuto delle leggerezze (eufemismo) nella mia vita. Certo, le poche  leggerezze realizzate erano davvero leggerezze pesanti, consapevoli e necessarie. L’altro giorno, ad esempio, ho seguito un istinto compulsivo negli acquisti non finalizzato alla spesa ma alla magia che certi istanti riaccendono. Giorni fa avevo visto sulla vetrina del lungomare un pupazzo di neve fantastico, accanto a un albero di Natale. Era in peluche, molto alto e con il volto capace di incantare. Mi sono fermata con la mia bambina nel passeggino a guardarlo, lei dormiva e io sognavo davanti a quel viso sorridente, morbido, colorato da una carota. E ho sognato. Secondo me se quel pupazzo aveva un nome era Bill. Il giorno dopo sono tornata al negozio da sola, davanti alla vetrina, in un’ora senza folla, grigia e umida. Ho riguardato Bill con una sensazione che non avevo provato o, meglio, che non ricordavo: l’ho guardato con gli occhi di una bambina. Allora sono entrata, chiedendo se fosse in vendita. Mi hanno risposto che era l’ultimo. Ho agito d’istinto: non è una cosa necessaria, non è un regalo che i bambini che hanno richiesto, anche se gli piacerebbe molto. Cosa ha di speciale? Ha di speciale che a lasciarsi guardare fa sognare. Così ho deciso di prendere Bill. E mentre pagavo, da dietro una commessa ha commentato “No! Va via! Mi raccomando, fai il bravo… ci mancherai.” Io, sorpresa dalla sincera reazione della signora e inguaribile sentimentale, ho detto che mi dispiaceva portarlo via e le mi ha risposto che, dopo un mese che era lì, era uno di loro e di essere felice che sarebbe finito in una casa con dei bambini. Così ho preso Bill in collo e ho percorso un bel tratto di strada a piedi fino alla macchina: mi sentivo un po’ sciocca, po’ fiabesca a girare con un pupazzo di 1,30 mt in braccio tra gli sguardi dei passanti curiosi, indifferenti, stupiti, io ero davvero felice. Bill così è arrivato a casa: è poco più basso del mio primogenito che ha sette anni e molto più alto della mia secondogenita che ha sei mesi. Sono rimasti tutti sorpresi dal pupazzo morbido, grande e sorridente, grandi e piccoli felici, e io mi sono perdonata questa leggerezza. Perché ci sono anche cose apparentemente insignificanti capaci di darci allegria e farci sentire il mondo con la gioia pura dei bambini. Nel frattempo Bill è diventato Annie perché secondo mio figlio è una femmina, nello specifico la madre di un suo pupazzo più piccolo che lui ha. Ripassando dalla vetrina adesso c’è un vuoto accanto all’albero, ci sono tante altre cose intorno e chissà se magari ogni tanto qualche altro “grande” soffermandosi per caso, sogna così tra incanto, magia, felicità.

Ps in realtà c’è un precedente, di tanti anni fa, del 1984. Di una bambina dagli occhi grandi che, davanti a una vetrina in centro a Firenze, vicino a piazza del Duomo, sognava davanti a una bambola di quelle morbide nate sotto al cavolo e da adottare, come diceva il marchio di vendita (forse per quello le forme di maternità mi sono sembrate tutte possibili?). Ecco sì, erano quegli occhi che Bill/Annie ha fatto tornare a scintillare: quella bambola arrivò settimane dopo portata da Babbo Natale, protagonista di anni e anni di giochi, quando si sognava camminando per caso davanti a una vetrina reale e i mondi prendevano forma nel tempo di un istante.

 

 

 

Il rumore dei tuoi passi

«Non finiremo mai di esplorare
e dopo tanto esplorare saremo di nuovo
al punto di partenza». (T.S. Eliot)

Stamattina poco dopo l’alba, in quel momento di pochi minuti che sento solo mio e che, in compagnia del caffè, mi serve per mettere in ordine sogni, pensieri e progetti della giornata, mi è parso di sentire un rumore proveniente dalle camere. Aspettavo così il rumore dei tuoi passi, quei passi in punta di piedi, rapidi, distesi, delicati, determinati, in quel tragitto breve che porta in soggiorno. I tuoi passi non sono arrivati, mi sono ricordata che hai dormito dalla nonna. E mi sono mancati, anche se sono una consuetudine quotidiana e fin da piccolo siamo abituati, io e te, a qualche tua notte fuori casa. Ho pensato che tra qualche anno mi mancheranno ancora di più. Quando sarai grande e dormirai fuori, oppure sarai effettivamente lontano, in un altra città, in un altro luogo. Mi è presa quell’enorme nostalgia del futuro che, credo, sia comune a tutte le mamme. Non oso pensare alle risate, alle tue espressioni, al tuo sorriso, per una sorpresa che non ti aspetti o per una pietanza che non gradisci. Tutto mi mancherà. Per questo ogni attimo insieme è unico e va goduto. Quando eri piccolo ho fatto una fatica immensa a intrecciare il lavoro con la tua presenza, perché ogni impegno in più mi allontanava da te e io con te non avevo tempo da perdere: il mio tempo volevo fosse il nostro tempo. Poi sei cresciuto, e io con te, hai iniziato la scuola e quindi a avere la tua vita, i tuoi tempi, una dimensione altra rispetto a me. Allora tutto è stato più comprensibile. E so che domattina attenderò il rumore dei passi comunque, come la musica con cui comincio le mie giornate, e so che quando i tuoi piedi saranno più grandi dei miei, ci saranno altri modi per viversi senza perdersi, nemmeno per un attimo. E so anche che ogni volta che tornerai, varcando ogni porta, il rumore dei tuoi passi sarà sempre la musica della vita che ricomincia, in ogni istante.

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Fuori dalla comfort zone

Ogni tanto le incontri e osano laddove tu non lo faresti. Sono le persone che ti conoscono o, semplicemente, ti intuiscono e ti propongono nel lavoro, nelle passioni, di fare dei passi avanti, di testare esperienze nuove, esplorare territori che non hai mai battuto. In qualche modo ti metti alla prova, è come intraprendere un viaggio per una destinazione sconsociuta. Sono persone capaci di credere in te più di quanto tu creda in te stessa, ti fanno uscire da quella “comfort zone” in cui sostiamo sicuri con le nostre certezze. E al di là del risultato, è il viaggio che conta, importa uscirne dopo aver provato, senza arenarsi, nuove strade, nuove conoscenze di se stessi, e essere grati a chi ti ha invitato a fare un passo in più facendoti scoprire tutta quella forza che magari non credevi di avere.

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