La vigilia, ossia saper attendere

Dormo sempre poco, e non ho mai dormito la vigilia di Natale: da piccola per aspettare Babbo Natale e tutto sommato anche da grande perché, in fondo, sono di quelle che crede che Babbo Natale in qualche modo esista. È stata una giornata intensa l’attesa: tra le notizie drammatiche pervenute ieri e la bolla della meraviglia ritagliata a cass. I frenetici preparativi e umore alternato tra l’entusiasmo di cucinare con Benjamin e il ciclo continuo delle lavastoviglie da fare e disfare. I messaggi degli amici più cari, i pacchi giunti da molto lontano,le visite degli amici inframezzavano tutto ciò. I bambini super eccitati, giustamente, anche Kesia che il Natale lo vede per la prima volta adesso. Tra incombenze e preparativi c’è stato persino tempo di giocare con entrambi e averli visti tutti il giorno felici è il dono più grande Per fortuna il meteo è arrivato in soccorso: fievole sole… e allora via tutti fuori. Se c’è una cosa che mi piace da impazzire è passeggiare nella mia città il pomeriggio della vigilia e, in mezzo agli odori delle varie cibarie, rapire sguardi. Quelli sacrosanti dei commessi quasi al traguardo del tour de force Natalizio. Gli sguardi impazienti dei bambini, quelli rapidi degli adulti, quelli dolci degli anziani: nei miei, come in molte altre persone, la somma di queste declinazioni tra incanto e nostalgia, e un pensiero silente e profondo per chi non è più fisicamente con noi. È stato un pomeriggio molto generoso: abbiamo volontariamente o casualmente incontrato chi amiamo e persone che colorano la nostra vita. Abbiamo gustato cioccolata calda e latte (a seconda dell’età), chiacchierato con una commessa incantevole, catturato luci, profumi e futuri ricordi. Benjamin ha organizzato una serata perfetta, il suo spirito artistico e manageriale e soprattutto la sua amorevolezza hanno allestito un menù di pietanze, video, canzoni e suoi discorsi, intrisi con tale sentimento e sicurezza da scioglierci tutti, hanno sfiorato il mood da film tra commedia americana e sequenze alla Comencini. Ha avuto anche il tempo di correre da me, mentre mi impolveravo di zucchero a velo, per dirmi una cosa così preziosa da tenere nel mio cuore. Una cena meravigliosa coi propri cari è il regalo più bello che possa esserci specialmente se i legami sono genuini e consapevoli della propria unicità. Tra la cioccolata e la panna ho pensato a
quanti Natali ho trascorso aspettando Kesia e quanto, la sua assenza mi intristisse la festa: tutt’ora stringerla mi pare un grande miracolo. La Vigilia è un po’ il sabato del Villaggio del Natale e mi ha portato gioia e vicinanza: grazie a tutti, ma proprio tutti coloro che in
questa gioia e vicinanza sono stati con noi, al di là del tempo e dello spazio, compresa Annie, il pupazzo di neve. E massima solidarietà a Rudolph per la scorpacciata di carote che, come ogni anno, grazie alla smisurata fiducia dei bambini, si farà.

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Storia di Bill (o di Annie)

billPoche volte ho compiuto delle leggerezze (eufemismo) nella mia vita. Certo, le poche  leggerezze realizzate erano davvero leggerezze pesanti, consapevoli e necessarie. L’altro giorno, ad esempio, ho seguito un istinto compulsivo negli acquisti non finalizzato alla spesa ma alla magia che certi istanti riaccendono. Giorni fa avevo visto sulla vetrina del lungomare un pupazzo di neve fantastico, accanto a un albero di Natale. Era in peluche, molto alto e con il volto capace di incantare. Mi sono fermata con la mia bambina nel passeggino a guardarlo, lei dormiva e io sognavo davanti a quel viso sorridente, morbido, colorato da una carota. E ho sognato. Secondo me se quel pupazzo aveva un nome era Bill. Il giorno dopo sono tornata al negozio da sola, davanti alla vetrina, in un’ora senza folla, grigia e umida. Ho riguardato Bill con una sensazione che non avevo provato o, meglio, che non ricordavo: l’ho guardato con gli occhi di una bambina. Allora sono entrata, chiedendo se fosse in vendita. Mi hanno risposto che era l’ultimo. Ho agito d’istinto: non è una cosa necessaria, non è un regalo che i bambini che hanno richiesto, anche se gli piacerebbe molto. Cosa ha di speciale? Ha di speciale che a lasciarsi guardare fa sognare. Così ho deciso di prendere Bill. E mentre pagavo, da dietro una commessa ha commentato “No! Va via! Mi raccomando, fai il bravo… ci mancherai.” Io, sorpresa dalla sincera reazione della signora e inguaribile sentimentale, ho detto che mi dispiaceva portarlo via e le mi ha risposto che, dopo un mese che era lì, era uno di loro e di essere felice che sarebbe finito in una casa con dei bambini. Così ho preso Bill in collo e ho percorso un bel tratto di strada a piedi fino alla macchina: mi sentivo un po’ sciocca, po’ fiabesca a girare con un pupazzo di 1,30 mt in braccio tra gli sguardi dei passanti curiosi, indifferenti, stupiti, io ero davvero felice. Bill così è arrivato a casa: è poco più basso del mio primogenito che ha sette anni e molto più alto della mia secondogenita che ha sei mesi. Sono rimasti tutti sorpresi dal pupazzo morbido, grande e sorridente, grandi e piccoli felici, e io mi sono perdonata questa leggerezza. Perché ci sono anche cose apparentemente insignificanti capaci di darci allegria e farci sentire il mondo con la gioia pura dei bambini. Nel frattempo Bill è diventato Annie perché secondo mio figlio è una femmina, nello specifico la madre di un suo pupazzo più piccolo che lui ha. Ripassando dalla vetrina adesso c’è un vuoto accanto all’albero, ci sono tante altre cose intorno e chissà se magari ogni tanto qualche altro “grande” soffermandosi per caso, sogna così tra incanto, magia, felicità.

Ps in realtà c’è un precedente, di tanti anni fa, del 1984. Di una bambina dagli occhi grandi che, davanti a una vetrina in centro a Firenze, vicino a piazza del Duomo, sognava davanti a una bambola di quelle morbide nate sotto al cavolo e da adottare, come diceva il marchio di vendita (forse per quello le forme di maternità mi sono sembrate tutte possibili?). Ecco sì, erano quegli occhi che Bill/Annie ha fatto tornare a scintillare: quella bambola arrivò settimane dopo portata da Babbo Natale, protagonista di anni e anni di giochi, quando si sognava camminando per caso davanti a una vetrina reale e i mondi prendevano forma nel tempo di un istante.

 

 

 

Il rumore dei tuoi passi

«Non finiremo mai di esplorare
e dopo tanto esplorare saremo di nuovo
al punto di partenza». (T.S. Eliot)

Stamattina poco dopo l’alba, in quel momento di pochi minuti che sento solo mio e che, in compagnia del caffè, mi serve per mettere in ordine sogni, pensieri e progetti della giornata, mi è parso di sentire un rumore proveniente dalle camere. Aspettavo così il rumore dei tuoi passi, quei passi in punta di piedi, rapidi, distesi, delicati, determinati, in quel tragitto breve che porta in soggiorno. I tuoi passi non sono arrivati, mi sono ricordata che hai dormito dalla nonna. E mi sono mancati, anche se sono una consuetudine quotidiana e fin da piccolo siamo abituati, io e te, a qualche tua notte fuori casa. Ho pensato che tra qualche anno mi mancheranno ancora di più. Quando sarai grande e dormirai fuori, oppure sarai effettivamente lontano, in un altra città, in un altro luogo. Mi è presa quell’enorme nostalgia del futuro che, credo, sia comune a tutte le mamme. Non oso pensare alle risate, alle tue espressioni, al tuo sorriso, per una sorpresa che non ti aspetti o per una pietanza che non gradisci. Tutto mi mancherà. Per questo ogni attimo insieme è unico e va goduto. Quando eri piccolo ho fatto una fatica immensa a intrecciare il lavoro con la tua presenza, perché ogni impegno in più mi allontanava da te e io con te non avevo tempo da perdere: il mio tempo volevo fosse il nostro tempo. Poi sei cresciuto, e io con te, hai iniziato la scuola e quindi a avere la tua vita, i tuoi tempi, una dimensione altra rispetto a me. Allora tutto è stato più comprensibile. E so che domattina attenderò il rumore dei passi comunque, come la musica con cui comincio le mie giornate, e so che quando i tuoi piedi saranno più grandi dei miei, ci saranno altri modi per viversi senza perdersi, nemmeno per un attimo. E so anche che ogni volta che tornerai, varcando ogni porta, il rumore dei tuoi passi sarà sempre la musica della vita che ricomincia, in ogni istante.

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Fuori dalla comfort zone

Ogni tanto le incontri e osano laddove tu non lo faresti. Sono le persone che ti conoscono o, semplicemente, ti intuiscono e ti propongono nel lavoro, nelle passioni, di fare dei passi avanti, di testare esperienze nuove, esplorare territori che non hai mai battuto. In qualche modo ti metti alla prova, è come intraprendere un viaggio per una destinazione sconsociuta. Sono persone capaci di credere in te più di quanto tu creda in te stessa, ti fanno uscire da quella “comfort zone” in cui sostiamo sicuri con le nostre certezze. E al di là del risultato, è il viaggio che conta, importa uscirne dopo aver provato, senza arenarsi, nuove strade, nuove conoscenze di se stessi, e essere grati a chi ti ha invitato a fare un passo in più facendoti scoprire tutta quella forza che magari non credevi di avere.

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Piccola stella dagli occhi azzurri

Due occhi grandi e azzurri, in una cornice di capelli lunghissimi e corvini, una capacità di dialogo senza via di scampo per i tuoi tre anni di quando ti ho conosciuta. Sei stata la prima bambina con cui ho avuto a che fare e credo, per questo, di dovere a te il tentativo di aver provato a lavorare coi bambini, che è diventata la mia professione. Di bambini piccoli non avevo molta esperienza, io ero molto giovane e tu splendida, come la tua famiglia e la fiducia che mi hanno dato (il che non guasta mai). Con te ho imparato a dialogare con i più piccoli, a stare insieme. Siamo cresciute entrambe durante un’estate calda fatta di tragitti in macchina, di mare, di sonni profondi nel cuore afoso dell’estate, di bagni, di castelli di sabbia, di stoffe colorate e gelati. Piccola tra i grandi, eri curiosa e con una mentalità vivace, ogni cosa che accadeva intorno andava osservata. Ti incuriosivano i venditori ambulanti che giravano tra le sdraia, e oggi, quando seguo le tue scelte, il tuo impegno sociale, la tua partecipazione attiva in un momento così complesso, penso che quella bambina avesse già le idee chiare. Domani è il giorno della tua laurea. Anni volati via in un soffio, anni fatti di città, persone, eventi. Domani è un grande giorno. Importa ciò che sarà, importa è il momento che vivrai, perché è un bel traguardo. Le conclusioni della tua tesi mi sono piaciute, avrai riconoscimenti e si apriranno altre strade. Il momento della discussione sembrerà non arrivare mai, ma poi volerà in un soffio. E siamo più di un pezzo di carta, sudato e prezioso, di una lista di esami superati con orgoglio e sacrificio, siamo molto di più di quell’istante e non basta un libretto, un titolo per raccontarci, ma queste cose le sai. Domani infatti è anche un nuovo inizio: qualsiasi cosa farai ciò che hai fatto, ciò che sei stata sarà sempre con te, in ogni percorso. E noi saremo lì, a vederti brillare, e a ringraziarti di tutta la bellezza che negli anni hai portato e porterai dai tuoi occhi ai nostri.

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Caro amico fascista

Caro amico fascista, e già queste tre parole sembrano dissonanti fra loro, ma noi siamo di apertura mentale notevole, andiamo oltre i pregiudizi e le definizioni strette, no? Potrei sostituire “fascista” con “di destra”, ma dicono che sono saltati anche questi parametri. Potrei semplicemente, quindi, scriverti: caro amico. È la realtà che è complessa, caro amico, non noi due: noi alla fine, pur nella nostra rispettiva profondità siamo anche piuttosto semplici e lineari. Come sai non sono iscritta a un partito, faccio fatica a dare il voto per quella ala opposta alla tua e in cui mi riconosco ma non totalmente. È innegabile che da sempre, per educazione prima e per scelta consapevole poi, ho idee opposte alla tua, collocabili in quello spazio latitante che è “a sinistra”, pur mantenendo un vivace spirito critico che è insito nella mia personalità, così come tanta fame di curiosità. Amo le differenze, sono 18 anni che insegno e 18 anni che faccio la rsu e non perché il sindacato sia immacolato ma perché mi piace ricordare i diritti alle persone, oltre che i doveri, mi piace la consapevolezza, e, soprattutto, mi piace ascoltare la gente. Ho studiato una cosa profondamente inutile per la maggior parte delle persone, il cinema, e l’ho fatto perché ti insegna a guardare in molteplici punti di vista le cose, oltre a farti sognare con quella magia di racchiudere in un fotogramma tutte le arti. Amo leggere, ma questo lo ami anche tu. Ci sono cose che entrambi amiamo, seppure siamo così diversi: il mare, la poesia, l’onestà, l’essere diretti, i grandi viaggi ma anche l’impegno per il territorio e il bene comune, e molte altre cose, inaspettatamente. Sei sincero, trasparente, buono, comprensivo, rispettoso, sensibile, guardi negli occhi quando parli e questo rende molto difficile le cose. Sei tante cose che a volte non riscontro in coloro che mi sono più vicini e che potremmo definire, con impeto amarcordiano, “compagni”. Mi sei stato vicino, senza saperlo, in quel momento particolare per ogni donna che è la maternità, ancorandomi alla realtà, facendomi sentire parte del mondo. Non credevo potesse esistere empatia e complicità con qualcuno che la pensa diametralmente in modo opposto a te. Mi hai stupito, e inizio a avere un’età e tanti trascorsi per cui è un evento, lo stupore. Ho visto le foto della manifestazione di ieri: in genere si scende in piazza per contestare lo status quo, i provvedimenti che riteniamo ingiusti, verso una controparte antagonista che li ha emanati. Non ho strumenti storici e politici per analizzare tutto ciò, ma posso dire che scendere in piazza quando si è al governo a rinforzare il proprio ruolo, è pura propaganda (per questa volta non aggettiviamola, sappiamo entrambi cosa ci metterei). E allora mi sono posta tante domande. Perché poi alla fine ti voglio bene e ti stimo, per tutti quei motivi che ho scritto sopra e anche altri che non scrivo sennò ti monti la testa. Mi sono chiesta cosa ci facessi tu lì. Mi sono chiesta se davvero si può essere capaci nei rapporti stretti di andare oltre ciò che l’altro pensa. Probabilmente sbarcassero sulla spiaggia dei profughi, ad esempio, agiremmo in maniera molto diversa: quindi, alla fine, c’è un grande varco in mezzo a noi. Abbiamo sempre “curato” le nostre differenze, con ironia e tenerezza, tanto a volte da farne dei punti di forza per uscire dai propri confortevoli spazi mentali. Resta però la domanda principale: quanto veramente abbiamo da condividere, io e te?

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Post it ispirati

Le figlie delle amiche crescono, e ti stupiscono. Come quando ti scrivono per dirti che stanno leggendo un libro bellissimo e che ogni pagina bella la segnano con un post it. O quando ti inviano la foto di un paesaggio di cui sono molto soddisfatte. Le figlie delle amiche, nel discanto della loro età, ti fanno sperare in un domani migliore e ti fanno amare l’adolescente che eri perché ti ricordano che, in quell’età così difficile, ci sono stati anche entusiasmi e momenti meravigliosi.

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Passi avanti

Da un paio di settimane hai iniziato quella fase che è lo “svezzamento”, ossia il passaggio graduale dall’alimentazione materna a pappe, frutta e verdure da primi mesi dell’infanzia. Quel che sembra un percorso di sopravvivenza a tempi di cottura, frullati, cucchiaiate sparse ovunque, è molto di più. È il momento dell’indipendenza reciproca, animata da contrasti fra soddisfazione e nostalgia. Il legame simbiotico e biunivoco legato al latte, croce e delizia, si allenta, lasciando spazio al gusto, alla scoperta, all’apertura nei confronti di altri che possono ora somministrare il cibo. È bello vederti crescere, sperimentare, provare. È anche favoloso ritrovare lentamente la mia autonomia, riprendermi un po’ del tempo senza guardare orologio e impressioni legate alla poppata. È un momento in cui inizi a aprirti al mondo, io a riprendere un po’ di me stessa. È l’ennesimo passo per crescere insieme, consapevoli che i legami instaurati in questi primi mesi sono preziosi e unici. Chè poi l’amore vero ha sempre, in parte, quella contorta radice che consiste nel lasciare andare. Vai piccola mia, assapora la vita. Io ogni tanto tornerò a quei momenti solo nostri dove, nello scambio lattaginoso, abbiamo iniziato a riconoscerci, conoscerci, imparandorci, amarci finalmente strette l’una all’altra.

Ps pensi che sia stato scegliere il tuo primo cucchiaino per me che ho sempre guardato al modello principessa con grande sospetto? Per fortuna c’era lei, Belle, che ama leggere e guardare oltre le apparenze. Buona pappa, Kesia.

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#25novembresempre

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#25novembresempre

Quali riflessioni fare in un giorno quando viviamo in un paese dove ogni giorno una donna viene uccisa o dove 1 milione 173 mila di donne hanno subito un ricatto sessuale sul posto di lavoro?

Un giorno non basta per alzare la guardia e educare, supportare, rendere consapevoli, tutelare le donne, tuttavia è un giorno in cui l’attenzione è alta nei confronti di un tema che è divenuto un’emergenza sociale.

Pensando al #25novembresempre, si sono succedute diverse immagini in un cortometraggio emozionale.

Ho pensato alle donne della mia famiglia, molto matriarcale, e a quanto ciascuna ha dovuto combattere per emanciparsi e affermarsi in casa e fuori casa. Ho pensato che la prima volta che sono rimasta incinta, speravo che fosse una figlia femmina, proprio per questo: avrei avuto tante cose da insegnarle, l’avrei sostenuta in ogni percorso di autodeterminazione per farsi spazio in un mondo e un tempo ancora molto maschili e maschilisti. Quando ho saputo che probabilmente sarebbe nato un maschio sono rimasta un po’ male: un maschio, in una casa molto femminile (e femminista)? Cosa avrei potuto dare a un bimbo maschio? Mi sentivo inadeguata, ma è stata una delle tante rivoluzioni che Benjamin ha portato nella mia vita. Il legame con lui mi ha confermato quanto sia importante l’educazione al rispetto dell’altro, alla non violenza, come già a scuola avevo sperimentato coi miei alunni. Inoltre ho compreso quanto noi madri col nostro esempio, col nostro rapporto, con la nostra vita possiamo provare a crescere un uomo di domani migliore. Essere madre di un maschio, oggi è molto complicato e implica una grande responsabilità perché oggi e domani siano persone consapevoli, rispettose, sensibili, prima di ogni altra cosa. Poi è arrivata Kesia, tutti i buoni propositi del prima maternità sono stati rispolverati, con il valore aggiunto di aver capito, con i miei due figli, che l’educazione di genere, l’educazione ai sentimenti, alle relazioni, alle emozioni, e anche al saper chiedere aiuto, è qualcosa che trascende l’identità sessuale. Bisogna educare uomini e donne di domani al di là dei ruoli sociali, solamente in un’ osmosi possiamo pensare in un futuro migliore. D’altronde di donne maltrattate, abusate, violentate nel corpo e nell’anima, con la forza fisica e delle parole ce ne sono davvero tante, molte più di quanto si immagini, e spesso non finiscono in prima pagina. Sono le donne della nostra quotidianità, quelle che ho incontrato sul lavoro, in spiaggia, in autobus, al parco giochi, quelle che da troppo tempo mettono da parte se stesse perché spesso preda di manipolazioni e ricatti, quelle maltrattate a parole e in opere. Non sono lontane, sono proprio al nostro fianco. Ho anche visto tante donne riprendersi la vita in mano, avere il coraggio di uscire da situazioni pericolose. E credo che al mondo vedere una donna che rinasce resti uno degli spettacoli migliori che possa esserci. Se in questo possiamo fare qualcosa, facciamolo, adesso, oggi e sempre.

Di quando cadde il muro

Il muro di Berlino, che cadde ufficialmente l’ 11 novembre 1989, era stato oggetto di molti racconti da parte della mia maestra delle elementari. I suoi resoconti erano angoscianti e pieni di dolore, seppur storicamente ben ricostruiti. Tale fu l’impatto emotivo di questo suo approccio, che l’argomento alimentò negli anni la mia curiosità per cui, ogni tanto, tempestavo di domande i miei genitori. Poi crebbi, cambiai scuola, e quando il muro cadde io avevo 13 anni, un’annata che segnò un prima e un dopo nella mia storia personale, oltre che in quella mondiale. L’episodio del muro, sommato all’antecedente fatto di piazza Tienanmen in cui uno studente cercava di fermare i carri armati (questa è l’immagine impressa nella mia mente di allora) sono gli eventi che per la prima volta mi fecero sentire grande e parte dell’umanità. Cosa mi ricordo di quel giorno di Novembre? Mi ricordo che era un giorno piovigginoso e lento, l’ultimo autunno nella mia città natale, Firenze. Mi ricordo che in televisione i telegiornali erano pieni di gente che abbatteva il muro e si abbracciava. Mi ricordo l’aria di festa nelle immagini e di perplessità nei commenti (anche allora ero molto interessata all’informazione, sognavo anche di fare la giornalista). Mi ricordo la coscienza che la Storia, quella dei libri, quella che cambia percorsi e persone, si stava facendo sotto ai miei occhi, e io ero emozionata e felice per questo. Mi sembrava una fortuna esserci.

Mi ricordo anche che dopo i compiti trascorsi il pomeriggio con gli amici, per poi assaporare il primo bacio a fior di labbra con un ragazzino poco piu’ grande di me con cui “stavo insieme” (tipo “Il tempo delle mele”1) da qualche mese. Quel bacio aveva un sapore dolce amaro, era pieno di aspettative, curiosità, grandi futuri. Quel bacio durò un’istante e per sempre.

Quella sera, dinanzi alla fiumana di immagini reali sul muro e quelle mentali sul mio primo bacio, mi sentivo leggera, grande, in fibrillazione: tutto poteva accadere, nel mio piccolo “qui”, nell’altrove piu’ grande.

Pochi mesi dopo, per il mio quattordicesimo compleanno, mi fu regalato uno zaino Invicta ( a quei tempi andavano di moda quelli), color acquamarina. Nel giro di qualche giorno lo tempestai di disegni e scritte con i pennarelli Uniposca colorati: in quella fase scrivevo ovunque, affermavo di esserci, come ogni adolescente, lasciando traccia di me. Fra tutte le scritte con cui decorai il mio zaino c’era uno schizzo del muro stilizzato e la data 11/11/89 che per me rimase, per molti motivi, una data storica.

Ogni volta, l’11 novembre, racconto ai miei alunni del muro, in una modalità conforme all’età, ogni volta credo che sia importante. Oggi, in tempi di muri e confini eretti, dai tornelli alle stazioni ai muri fra gli stati, credo sia ancora piu’ importante. Ritornare a quell’11/11/1989 dal sapore dolce amaro, guardare i loro occhi curiosi e pieni di vita, e credere ancora che tutto, anche il meglio, possa ancora accadere.