Ti regalo

*Idee per scrivere: cosa regaleresti al nipote del nipote di tuo nipote e perchè*

Ho pensato a molte cose da regalarti, nipote che non vedrò mai per ovvi motivi di tempo. Mi sono passati dinanzi agli occhi e nel cuore numerosi oggetti per me significativi, e non riuscivo a decidermi. Poi mio figlio, l’altro giorno, mi ha mostrato una piccola pietra che ha preso dal giardino antistante la Villa di Puccini che ha visitato con la scuola “mamma questo me lo sono preso perchè voglio ricordarmi di questa gita”. E mentre me lo raccontava mi è venuta in mente una scatolina di cioccolatini trasparente che è da qualche parte in soffitta e che ha seguito la mia vita e tutti i traslochi che negli anni si sono avvicendati. In quella scatola c’è un pezzettino di mattonella rossa, cotto, avanzo di una vecchia mattonella rossa. È un pezzettino di una mattonella che era nell’ingresso della seconda casa che ho abitato. Era a Firenze, dal portone si vedeva il Duomo, era davanti alle Nuove Poste. Ci sono stata dal 1984 al 1990, gli anni delle elementari e delle medie. Poi decidemmo di cambiare casa, città, amici, vita e nel prendere le cose da portare via insieme ai libri, ai diari, ai giocattoli, alla musica, mi misi nello zaino quella piccola porzione di mattonella. Avrei voluto portarla sempre con me perchè in quella casa stavo davvero bene. Erano gli anni dei nonni, delle feste di compleanno, dello studio che si trasformava in scelte e preferenze, erano gli anni dei primi baci, dei telefoni col filo, dei quadri di mio zio, delle foto di mio padre, della cucina di mia nonna, delle coccole di mia madre. Ecco, vorrei regalarti quel piccolo pezzo di casa, di pavimento nella fattispecie che ne ha visti tanti di passi, di piedi, di camminate, di ritorni e addii, di arrivi e partenze, di feste e dolore, quel piccolo pezzo di pietra in cui possa rintracciare un passato popolare e mitico di una famiglia irregolare e amatissima.

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Nel magazzino

(Scrivi una scena i cui unici dialoghi sono UHUH, Uhm, URRR, MM-MMM)

Ore 14,00. Il magazzino di un piccolo supermercato di provincia che chiude nella pausa pranzo, presubilmente vuoto. Marco, addetto al taglio carni nel reparto macelleria, e Susanna, dipendente della cooperativa di pulizie, si danno il consueto appuntamento. L’appuntamento della pausa pranzo in mezzo a scatoloni e pancali delle migliori marche di merendine, dentifrici, assorbenti, mangimi per animali. Marco inizia a sbottonare la divisa di Susanna che su una scatola contenente confezioni di spaghetti numero 7 (ottimi per il pesce), inizia a gemere accogliendolo tra le sue braccia e tra le sue gambe. Da fuori si ode un insolito rumore, e gli imprechi di Tobias, l’addetto alla sicurezza sempre a caccia di rom che rubano polli, cotti e crudi. Tobias va avanti e indietro dietro la porta del magazzino, sospettoso dai rumori uditi. Susanna e Marco ne seguono inquieti l’ombra andare e venire dinanzi all’ora: la porta di sicurezza è una cortina di ferro per difendere la loro privacy, che poi è anche intimità, clandestinità, tradimento, aria, ossigeno e mille altre cose ancora. Non si può parlare, non ci si può muovere ma è necessario finire. Marco afferra Susanna per natiche la quale dice tutto in un debole “Uh Uh”,  sente Marco farla sua, entrarle dentro con vigore e silenzio e blaterando qualche “Umm” il paradiso del piacere si spalanca in ogni senso. Da fuori sentono un arrabbiatissimo “Urrrrr”e poi correre: Tobias si allontana all’inseguimento di chissà quale pregiudizio. Susanna sorride, si gira e con un semplice “Mm-mmm” sussurrato ad altezza fianchi prosegue la pausa pranzo, Marco accondiscende, con immenso piacere.Uncooked Italian spaghetti pasta

Un oggetto smarrito

Un oggetto smarrito

Era una sciarpa blu petrolio di seta con disegni damascati piccoli colore blu di prussia. Odorava di Faherenheit negli anni in cui tutti gli uomini lo indossavano e malgrado il tempo trascorso nascondeva ancora queste note di fondo per tornare all’improvviso e a tradimento nel presente per giocare con una memoria antica. Me l’aveva regalata un mio ex, il mio primo ragazzo. Più che un regalo era stato uno scambio di sciarpe. Era stata al nostro collo nei primi baci, nelle serate di abbracci rubati, nelle passeggiate colme d’amore e innocenza in mezzo alla sfrontata bellezza di Firenze. Negli anni che vennero cambiai città, scuola, amici, canzoni, passai dalle musicassette ai cd. Tenni sempre un diario per appuntare parole, eventi, poesie, schizzi. La sciarpa era sempre con me, anche se avevo cambiato ragazzo, oltre a tutto il resto. Mi piaceva tenerla con me come un amuleto, come un legame. La portai con me anche all’Università, a Pisa, nella facoltà di lingue dove meravigliosamente non ero nessuno e mi piaceva immergermi nelle teorie letterarie e linguistiche. Il ritmo era scandito da viaggi in treno, pagine da studiare, appelli da pianificare, e una sera di dicembre lasciai la sciarpa sotto al banco in una delle grandi aule. Il lunedì successivo non la trovai più. Ero delusa perchè credevo che fosse impossibile perderla. Non poteva accadere, non con lei. Probabilmente me l’avevano rubata. Probabilmente era tempo di cambiare pagina. L’odore che l’accompagnava invece mi è rimasto a fare da segnalibro nelle mie memorie.20131121151549-dscn3138

 

 

La giornata ideale di un astronauta

Mi sveglio che tanto è sempre notte, non ho bisogno di passare dalla sospensione del sogno a quella dell’immaginazione da svegli perchè la mia giornata è tutta sospesa. Mangio, bevo, scandisco coi riti del mattino quello che dovrebbe essere l’alba di un nuovo giorno e invece è l’alba di un intero universo. Sbircio fuori tra collestazioni e nebulose, poi torno alle carte satelitari. Do un’occhiata alla Terra, così lontana così piccola, per un attimo mi faccio prendere dalla nostalgia: mi manca quella morsa quotidiana da cui sempre somo sfuggita. Qua sono immersa in un non tempo e alla fine anche in un non spazio. Inizio il viaggio del giorno, atterro nei luoghi deputati, provvedo a ritirare i reperti che occorrono per le ricerche, poi li catalogo: questa operazione quotidiana è una specie di mantra, di rosario, una clessidra contro la paura dell’infinito. Ogni tanto mangio e verso sera provo a collegarmi con Skype. C’è sempre qualcuno pronto ad ascoltare i racconti dello spazio: giornalisti, familiari, amici. E’ un modo per sentirsi meno soli. La paura più grande che mi prende la sera non è quella di non tornare ma quella di non avere più la capacità di sognare ad occhi aperti. Qui c’è solo nero bucato di stelle. Ho paura di dimenticarmi i colori, gli odori, i suoni. La mia non è voglia di tornare, è voglia di sopravvivere.

(Sherazade, esercizio 2)

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Per tutto questo devi vivere

Esercizio 1

Cosa può accadere in un secondo

Guardarsi in modo inconsueto, sbattere le ciglia per un sì, avvicinare le labbra, deviare il pensiero, distrarsi, posare le mani in luoghi proibiti, percepire l’intensità di un odore, perdere la strada.

La pietanza natalizia peggiore che abbia mai mangiato

Le pesche dolci ripiene di crema e alcool, dal colore insopportabile e dal sapore eccessivo.

Una pianta d’appartamento sta morendo. Spiegale perchè invece deve vivere

Devi vivere perchè non puoi arrenderti all’inverno, devi vivere perchè hai promesso alla primavera che l’avresti incontrata e non puoi rinunciare al calore del sole prima ancora di averlo sentiti in carezze sulle tue foglie. Devi vivere perchè di questo appartamento solitario tu sei l’ossigeno. Per ogni goccia d’acqua con cui ci siamo curate l’una dell’altra, per ogni storia che ti ho raccontato con gli occhi o con i suoni, per ogni volta che guardandoti mi hai fatto credere che l’inverno fosse meno crudele di quanto lo sentissi, perchè lui ti ha donato credendo così alla forza della fragilità. Per tutto questo devi vivere.

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Decanto passati, immagino futuri, resto in ascolto di ogni possibilità.

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5 colpi

Non ho mai temuto la tua pistola anche se in certe sere l’ho ritenuta ingombrante e, per ossimoro, ingiusta. Di fianco a noi brillava nella notte con un fascino sinistro che ricordava i tuoi occhi. Era contro ogni mio ideale dormire al fianco di chi vicino al letto si portava un’arma da fuoco benchè per nobilissimi motivi eppure non avevo paura: ti stavo al fianco senza difese, delle tue sparizioni, dei tuoi viaggi non mi aspettavo spiegazione, mi bastava il tuo “ti amo”. La tua superiorità, il tuo controllo su di noi, era divenuta per me normalità così come la mia ubbidiente dedizione. Entravi ogni istante di più nei miei pensieri, ti facevi largo nei giochi col mio corpo, mi facevi credere all’indispensabilità reciproca. Tuttavia, seppure dentro a un vortice passionale intenso, ho sempre camminato sul filo della perdizione con coscienza. E poi un giorno non sei più tornato. 5 colpi. Uno per farmi fuori. Gli altri quattro per gioco. Forse non saprò mai il senso di tutto ciò, il motivo del tuo frastornarmi d’amore per poi dissolverti. So solo che i tuoi colpi erano netti: far innamorare, rendersi indispensabili, far impazzire, non spiegare, sparire. Facevo bene a non temere la tua pistola perchè sono stati i tuoi occhi, le tue mani, le tue parole a puntare dritto sul bersaglio del mio cuore. Tuttavia hai sottovaluto che per colpire al cuore un cuore bisogna averlo. E non è il mio caso, 5 colpi a vuoto sibiliano e poi spariscono senza lasciare traccia.

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L’orso e la piratessa

Sei arrivata con eleganza e euforia al mio tavolo in ufficio, mi hai guardato per un momento, non mi hai riconosciuto probabilmente e hai iniziato a farmi una serie di domande in rapida successione su un volo per New York. Io sì, io so chi sei. C’era solo musica e corpi che ballavano, l’euforia si rifletteva lungo il canale di fianco fra le barche ormeggiate. Il freddo di febbraio  era tremendo ma sostenibile: le note e qualche bicchiere di birra, i costumi in maschera e i piedi che ballavano, coriandoli fra le stelle. Erano così quelle serate in maschera, fra trucchi e colori, uno scacciapensieri allegro e brioso. Danzavo nel mio orso di peluche, ridendo con gli amici, scherzando e dimenticando tutto e tutti. Poi siete arrivate voi e ho iniziato a memorizzare ogni cosa: vestite da piratesse con gonne svolazzanti e autoreggenti, il rossetto di fuoco e occhi grandi e neri da restare ipnotizzati. Mi chiedo sempre come facciate voi donne a non patire il freddo soprattutto in certe zone lasciate scoperte per il piacere e la voluttà, come le spalle e all’altezza del seno. Sorridevi delicatamente con la bocca e pienamente con gli occhi. Ogni tanto mi guardavi e allora ti mordevi le labbra un po’ nervosa e un po’ maliziosa. Avevamo tutti ancora voglia di birra. Ti sei offerta di raggiungere il pub e fare scorta per tutti, ti ho seguito d’istinto per accompagnarti. Profumavi di mughetto e frittura di pesce e entrambi mi sembravano gustosi anche se in una strana alchemia, ho seguito il tuo ancheggiare di certo reso ancora più suadente dai miei occhi alterati dall’alcool. Eri bella ma senza saperlo e forse per questo ancora di più. Sei entrata col passo deciso degli stivali chiedendo 3 bionde e una scura al bancone con la determinazione dei timidi che nella bolgia trovano una forza sconosciuta: le hai impugnate come fossero pistole di altri tempi e sorridevi, anche se erano i tuoi occhi che miravano al mio cuore. Ti passavi la lingua sulle labbra rapida e desiderosa, nel ritorno ho infilato una mano nei tuoi capelli e hai piegato la testa indietro come fosse un abbandono. Allora c’erano le cabine telefoniche, provvidenziali aiuti. Uno sguardo e tutto il nostro precario equilibrio è crollato nella risoluzione di un bacio. Ti ho tirato verso di me stringendo le tue ciocche ribelli, mi hai risposto infilandomi la lingua dappertutto. Attrazione senza molte spiegazoi. Decisamente la pelle dell’orso non facilitava la voglia di noi due. Non ti avevo chiesto il nome, pensando che avremmo avuto ancora tempo. Intanto le mie mani procedevano più rapide e convinte dei miei pensieri: ho slacciato con dedizione il tuo corpetto per scoprire i tuoi seni eccitati e dolcissimi, non potevo non assaggiarli. I tuoi fianchi intanto mi premevano addosso e i tuoi respiri dettavano il mio ritmo. Sapevi di mare e di miele. Ti ho guidato, mi hai liberato dell’orso e mi hai fatto sentire il calore delle tue labbra giocare su di me. Eravamo adolescenti e senza nome l’uno per l’altra, convinti di avere tutto il tempo. La mattina mi svegliai all’alba, avevo dormito pochissimo, ero da solo su una panchina vicino al molo, accanto a me c’erano solo bottiglie vuote come mi sentivo io per un attimo soltanto, quello in cui pensandoti ti fissai nella memoria, fino ad oggi tornandomi davanti agli occhi parecchi anni dopo, mille vite in mezzo.

 

Lo scribacchino

Non ce l’avrebbe mai fatta a conquistare Roberto, era  rassegnata. Da anni ormai uscivano con la stessa compagnia,  perdutamente innamorata da subito: per i gesti gentili, la passione che metteva nelle cose e anche per gli occhi neri colore della notte così brillanti a cui si affiancava un fondoschiena niente male. Grazia sapeva di non avere speranze, nel suo piccolo mondo aveva tentato in ogni modo di sedurlo, ma lui era “troppo”. Era stato un piccolo genio della linguistica, girando mezza Europa per cattedre universitarie e incarichi prestigiosi, fino a tornare intorno ai 40 anni con stabilità nella sua città a insegnare semiotica. In tutti questi anni di viaggi, Grazia aveva vissuto un’attesa piena e strategica. Innanzitutto aveva cercato di capire la semiotica, con libri a suo avviso complicatissimi, cogliendone innocentemente anche la magia. Ogni passione di Roberto diveniva la sua.”Devo avere qualcosa di cui parlare con lui”. I risultati erano stati scadenti: ogni volta che uscivano tutti insieme, lei si sentiva sempre a disagio, forse perchè era l’unica del gruppo a non essere laureata e non scriveva, non insegnava, non faceva teatro, peccati gravissimi. In fin dei conti era solo una lavapiatti di un piccolo ristoro nell’area industriale. Non demordeva, era quasi una sfida quella di aprire un varco nei pensieri dell’impenetrabile Roberto. Aveva tentato anche altre strade oltre alla cultura, che restava il pane quotidiano del suo amato: cene esotiche di ogni tipo, viaggi insieme, scollature sempre più vistose, corsi di ballo latino americano dalla tristezza infinita. Il risultato era una gradevole amicizia. Era gentilissimo, sempre disponibile e accogliente, ma nessun segnale di interessamento. Per lei era una fissazione. Intanto stava arrivando Natale e l’anno nuovo e il ristorante avrebbe chiuso, la sua autocommiserazione avrebbe toccato gli apici annuali, affogando in latte, pandoro e nutella. Passeggiando lungo il fiume, sentiva nel suo cuore tutto il peso e l’utopia di questo innamoramento solitario. “Bisogna farla finita, non posso passare i miei anni così. Questo sarà l’ultimo tentativo”. Non sapeva quante volte la sera del 24 dicembre aveva chiesto a Babbo Natale il grande miracolo “Babbo Natale, chiunque tu sia, fai che Roberto si accorga di me”. Per poi smentirsi puntualmente qualche giorno dopo fra i botti di capodanno: “Anno nuovo, vita nuova portati via Roberto”. Probabilmente il cavaliere errante dei suoi pensieri aveva intuito l’innamoramento di Grazia, ma se ne stava distante nel suo Empireo. “Questa volta me ne libero davvero”. Non ne poteva più di vivere con l’idea dell’amore piuttosto che con l’amore, ormai Roberto era divenuto uno schermo tra lei e tutto il resto del mondo che le impediva di sentire veramente cosa stesse provando e di vedere chi c’era intorno a lei. Meditando su come tentare l’ultima disperata possibilità, s’imbatte in un annuncio sul giornale fra le occasioni di lavoro: “Scrivo lettere d’amore, tre euri a foglio. Se volete che pianga, fanno cinque.” Di fianco il numero di telefono. Ormai era stanca e priva di forze e sebbene non le sembrasse molto “etico” pagare una persona per scrivere le sue parole d’amore, compose il numero, ci voleva qualcuno che sapesse esprimere con parole giuste ciò che da troppo covava dentro. Rispose un ragazzo, nonostante l’imbarazzo della situazione inusuale, fissarono per il 20 Dicembre al caffè accanto al Comune per vedersi e discutere dei dettagli. Il tipo si chiamava Dario, aveva un tono molto professionale e efficiente. Nelle ore precedenti all’appuntamento Grazia non stava in sè “Che cazzo gli racconto a questo Dario? Che figura che faccio!” Presa da mille dubbi, si guardò allo specchio, vide i suoi 40 anni impellenti e delusi e pensò che ormai non aveva più niente da perdere e che questo Dario poteva salire sul carrozzone dei suoi giorni imperfetti. Fece un gran respiro, si infilò i jeans e via al caffè. Dario la stava aspettando: poco più giovane di lei, capelli neri, occhiali essenziali, sguardo sveglio, dita che nervosamente maneggiavano un sigaretta. Si salutarono e poi vennero subito al dunque: “Raccontami per chi è la lettera e cosa vuoi ottenere.” Grazia restò in silenzio a fissare lo sconosciuto. Poi iniziò a raccontare tutta la sua storia con Roberto, o meglio la storia del suo innamoramento. In 30 minuti gli fece un concitato riassunto della sua vita negli ultimi cinque anni e ovviamente una sintesi spietata e accurata di Roberto. “Quindi cosa vorresti?” puntualizzò Dario. “Che lui si innamorasse di me…” mormorò lei. “E’ un obbiettivo molto alto, ci proviamo. Facciamo così, domani portami una brutta copia di cosa vorresti scrivere, almeno da dì parto per scrivere. Ok?” “Ok.” disse lei in tono ubbidiente. Era rimasta sorpresa da questo ragazzo così freddo, deciso, preciso eppure distante a cui aveva raccontato in qualche modo tutta la sua più feroce intimità. Andò al lavoro e mentre era in cucina tra un bicchiere e l’altro tentò di buttare giù qualche riga. Si sentiva inadeguata, erano anni che non prendeva una penna in mano, non era mai stata bravissima a scrivere. “Caro Roberto, passo i miei anni a pensarti e a vivere amandoti. Non ce la faccio più. Ho bisogno di sapere se nel tuo cuore c’è almeno un minimo di posto per me. Ti amo in ogni cosa che fai, vorrei farti felice e stare con te, sempre. Perchè io mi consumo nel volerti bene, nel volerti abbracciare come ogni innamorata vorrebbe ma tu sei impenetrabile e il mio amore è un reso a vuoto.” Scrisse cinque righe in croce, il giorno dopo le consegnò a Dario con lo stesso timore con cui consegnava il compito quasi in bianco alle medie. Il suo scribacchino lesse con attenzione, sorrise “Beh è un po’ poco, ma il concetto è chiaro. Bisogna scriverla diversamente se lo vogliamo conquistare, mi metto al lavoro stasera così il 24 la puoi consegnare. Saranno 5 euro”. Grazia lo ringraziò ed era curiosa. “Come mai fai questo lavoro?” “Perchè non ho più il mio lavoro in redazione e mi arrangio con piccoli espedienti, come questo. Mi piace, mi permette di conoscere le persone e le loro storie e questo è sempre stupefacente.” Le sorrise e aggiunse:”Dai, magari è la volta buona che lo conquistiamo! A proposito, vuoi che pianga?” Grazia esitò: “Ma sì, un pochino.” Si rivedero il giorno dopo. Dario le lesse lettera che aveva composto per lei “caro Roberto è ora che tu sappia la verità nero su bianco. Ti sarai di certo accorto dei miei pressochè fallimentari tentativi di conquistarti, e probabilmente ti saranno venuti a noia. In effetti credo che sia ora di cambiare gioco delle parti e lasciare il ruolo di donnadisperatachetivienedietro ad altre” Mentre ascoltava, Grazia era inizialmente disturbata dal tono autoironico e determinato che Dario aveva conferito alla lettera. Poi la prese in mano e la rilesse. Via via che scorreva le righe si accorse che quella era proprio lei, oltre le righe che raccontava a se stessa. “Cosa c’è che non ti quadra?” Chiese Dario, perspicace. “E’ molto diversa dalla mia.” “Certo, mica mi paghi per fare la bella copia della tua. Ho raccolto quanto mi hai raccontato, il tuo modo di dirmelo e quello che senti, dobbiamo “darlo” al tuo cavaliere,  in modo da stupirlo, da prenderlo contropiede, deve accorgersi che Grazia è anche autorironica e consapevole, che si dà delle possibilità non solo degli aut aut, devi conquistarlo con ciò che non sa di te. La parte di te innamorata infelice la conosce troppo bene”. Era perplessa dalla schiettezza del giovane, ma riconosceva che aveva davvero ragione. Prese la lettera, saldò il conto, si salutarono, promettendosi di tenersi aggiornati. “Cinque euro è il valore di queste righe”pensava e sapeva che il prezzo era molto di più. Nelle parole di Dario si era vista in modo diverso, nuovo eppure coerente, ritrovando una forza insperata. Copiò la lettera in bella, in modo meccanico, con una certa distanza e la sera del 24 la allegò all’ennesima sciarpa che avrebbe regalato a Roberto. La mattina del 25 il destinatario le scrisse un messaggio, dicendole che era stupito dalla lettera, che non aveva mai compreso quanta passione e forza ci fosse in lei, che dovevano assolutamente vedersi perchè le sue righe lo avevano fatto sorridere e commuovere. Cinque euro spese bene, indubbiamente. Il 31 si rivide con Dario, come d’accordo, per verificare se occorresse un’altra lettera. Bologna era frenetica e ovattata al tempo stesso, si dettero appuntamento vicino alla Cineteca dove Dario stava editando dei cataloghi. “Allora, come è andata?” “Bene” rispose lei “la lettera ha funzionato” ” Sono contento! Sei felice?” si rese conto che erano anni che qualcuno non le domandasse se fosse felice. Con voce ferma rispose” Certo, sono felice. Non sono andata all’appuntamento”. Lui la guardò stupito. ” E perchè?” “Perchè hai capito più in cinque euro di righe che lui in tutti questi anni. Mi hai visto in maniera diversa, come nemmeno io ero capace di fare. Questo dovresti includerlo nel tuo tariffario e farti pagare meglio”. Dario era perplesso, ma sorrise. “E ora che farai?” “Intanto andrò al mercatino dei libri usati a vendere tutti i libri di semiotica, per il resto non so…” “E stasera, è festa, dove vai?” “Già, festa, mi sa che me ne sto chiusa col mio gatto in casa…non ho voglia di rivederlo con i nostri amici”. “Potresti venire da me…ho del lavoro arretrato” “Lavoro?” “oh sì, non hai idea di quanta voglia di scrivere prenda alla gente a capodanno. Lettere per padri che non si vedono da anni, lettere per figli che partono, lettere a una compagna di banco ritrovata dopo anni… e il tuo tono così squisitamente malinconico e pop mi aiuta sai ?” Si misero a ridere. Trascorsero la notte a leggere, scrivere, raccontarsi mentre un nuovo anno arrivava e con lui se non una nuova vita, un nuovo modo di vivere.. Restò per sempre uno dei  migliori capodanno insieme.

(NdR l’annuncio di lavoro sul giornale è spudoratamente tratto dalla bio di @paolobruschi)

Come si fa a ricominciare?

Ci ritrovammo nella mansarda di mia nonna dopo aver setacciato vecchi scatoloni in cerca di addobbi per l’albero strimizzito eroicamente sopravvissuto sul terrazzo di casa. Ci vuole sempre e comunque una parvenza di dignità e normalità anche quando il Natale è rosso più che mai per i conti che non tornano, ci vuole il calore della vicinanza anche quando il fianco è vuoto. Le palline di vetro color pastello un po’ vintage di mia nonna sono una bellezza fragile. Marco è venuto ad aiutarmi, sembriamo dei derelitti in questi giorni e ci facciamo compagnia. Impolverati ci siamo stesi sul pavimento a guardare dalla piccola finestra del tetto: le stelle sembrano milioni di punti di vista. Inizia a borbottare qualcosa.
“Come si fa Cri a ricominciare? Io e Marta 10 anni insieme, e ora non c’è più. Non riesco a inventarmela la vita di ogni giorno- L’antifona che da due settimane caratterizzava i suoi dialoghi è finalmente cambiata. L’insostituibile Marta che ora mi racconta non è più la “ bruttastronzapocodibuona che mi ha tradito”. Per tutti noi loro due erano il mito fatto coppia, la prova he almeno due di noi potevano avere una vita “ordinaria” secondo i canoni correnti, salvandosi dalla precarietà esistenziale della mia generazione. Eravamo rimasti sconvolti dalla loro separazione, incarnavano un ideale che tutti quanti apparentemente rincorrevamo senza troppa convinzione.
Non so come si faccia a ricominciare, non ho nemmeno voglia di pensarci.- L’idea che finite le feste non avrei avuto più da timbrare il mio cartellino ogni mattina alle 7,35 mi mancava già. Cassa integrazione per qualche mese e poi tutti a casa. Sono una splendida quasi quarantenne, l’idea di ricominciare a cercare lavoro, scrivere un curriculum come se avessi 20 anni ma con buona parte della vita alle spalle e non davanti, mi fa stringere lo stomaco, senza contare il piccolo dettaglio che lavoro non c’è mentre le spese rimangono. Menomale che non ho messo su famiglia,
Quello che ci frega, Cri, è il disamore- aggiunge intuendo il groviglio dei miei pensieri. Perchè non ci fidiamo più.- Temo che mi attacchi un pippone filosofico e antropologico ma so profondamente cosa intende. Fidarsi di chi? Di una compagna, dei colleghi, dei datori di lavoro, della vita? In fondo anche su noi stessi nutriamo legittimi dubbi.
Come si fa a ricominciare? – dico pensando se fosse più difficile mettersi in fila con la vita riassunta in una serie di date e mansioni sapendo che non c’è lavoro per nessuno o infilarsi nel letto di una persona dopo anni che abbracci lo stesso corpo ora altrove. Marco mi abbraccia, mi bacia sulla fronte. Uno di quei baci troppo sottovalutati che hanno tutta la tenerezza del mondo.
Si ricomincia sapendo che non si è soli, forse. O forse semplicemente accendendo le luci dell’albero pensando che di essere oltre quello che può accadere oppure non aspettandosi niente.- E’ pensieroso eppure presente e vicino a me. Lo stringo forte. Forse si ricomincia da qui, dentro un abbraccio da cui tutto il mondo sembra piccolo.

Ad alta voce

Leggere ad alta voce è un processo di seduzione,per chi ascolta e per chi parla. I sensi in festa, i pensieri/ l’immaginario si corteggiano. E’ una delle attività preferite dei bambini: leggere per gli altri a voce alta, o ascoltare letture altrui a voce altra. Personalmente leggere per qualcuno a voce è una delle attività narcisistiche che preferisco. E se penso alle letture che ho ascoltato, mi vengono in mente volti cari che hanno dato corpo alle parole altrui con la sinuosità delle loro letture.