Le albe di Dicembre

L’odore del caffè le arrivò sulla pelle, e poi, insinuandosi nei pensieri. Dicembre è un mese sospeso, come la neve bianca. Non quella del cielo, ma quella delle palline di vetro colorate che basta agitarle per vedere la tormenta. E forse per quello Yvonne camminava avanti e indietro nei suoi sogni. Sconfinavano nella realtà e viceversa. Era in quel momento assoluto dove le persone passano e ne resta poco addosso. Una fetta di torta che non ti aspettavi. I colori di una nuvola avvistata insieme. Qualche luna coi suoi falò durante un ballo lentissimo. Intensità di attimi, frenetici e intesi, che alla fine dei conti non fa nemmeno male. Si rigira nel piumone e se lo tira sopra la testa. Il risveglio è sentirsi al sicuro. Per non parlare di quella curva, ripida inattesa su cui stava per sbandare, per perdersi nel rischio di euforizzare gli istanti e magari di innamorarsi. Sorpasso veloce, lanciata la cima, pericolo scampato.

E poi. Arriva . Lui.

Yvonne, lo sente quel bacio strano. Non ha colore non ha paesaggi non ha sapore eppure ha tutte le emozioni del mondo. Lo sente scivolare, dolcissimo. Adagio come lei non è. Un abbraccio tenero dove fermarsi. Lo sente tutto ciò, dentro di sè. E gli manca tantissimo. Il cuore si sbilancia. Si sente in trappola in un gioco onesto, sconosciuto, irrinunciabile. E il corpo si ribella. Il bacino di Yvonne si incurva su un pensiero che sa di miele. E che le resta addosso. Miele: labbra serrate che quasi mugolano, si sciolgono in vocali, un brivido lungo, e la resa. E così alba dopo alba dicembre passava, e il risveglio di Yvonne aveva un nome. Che la faceva impazzire.  Adagio. Gli insegnò l’adagio, e poi d’improvviso la vertigine. A ritmo di musica. Yvonne non aveva paura. Si stavano vicini. L’abbraccio di lui era tenero e forte. Si sentiva chiusa nelle quattro pareti del suo nome, e non voleva essere in nessun altrove. Felicemente senza via di scampo.

Note al margine: per un solo dei tuoi respiri.

 

Polpastrelli baciati succhiati assaggiati

I polpastrelli sono spartiti che hanno raccolto musica tracciata sui corpi. Il violino è il perfetto corpo di donna dove solo un abile archetto può creare un’armonia d’estasi. Yvonne era l’ultimo tiro di sigaretta prima che l’alba lo sorprendesse in un sonno a colori. Un desiderio lungo legittimo e ben vissuto. E il corpo di Yvonne musica che si muove nei jeans mentre si piega sul violino. Una melodia, di certo in chiave di Sol. Le sue dita a Nanterre consumate sulle corde a imparare . Polpastrelli gonfi ruvidi martorizzati. Solo i baci di Javier curavano quelle ferite. Polpastrelli baciati succhiati assaggiati. E Javier ci leggeva i segni della musica, le storie del mondo e ci inchiodava la sua anima. Poi furono altre corde a lasciare i segni sulla loro pelle .  E le anime si rannicchiarono strette in un nodo, fino a essere una sola.

https://i1.wp.com/farm4.static.flickr.com/3170/2937289371_2d51f6b681.jpgNote al margine:E ballerei per le strade del lungomare, e lo farei solo per te.

Anatomia di una sciarpa

Non sopportava di perdere gli oggetti. Era qualcosa di imperdonabile, che non poteva permettersi. Perchè spesso in certi oggetti c’era sritta una storia di quelle piccole e preziose che non è avuto il tempo di scrivere o le parole per fermarla. Spesso gli oggetti, apparentemente talvolta senza  importanza, erano dei post it su preziosità che ogni tanto era bene tenere a mente. Luoghi persone eventi sensazioni sentimenti racchiusi in effetti personalissimi. La sciarpa dalle sfumature rosa era un di questi. Made in India, in cotone, con colori tipici dal porpora al rosa da lavare rigorosamente a freddo per evitare devastanti spargimenti di tinta. Comprata a Barcellona, nel Maremagnum dietro all’acquario, l’ultima sera di una bella primavera. Dieci anni fa. E Barcellona sembrava il mondo. Sciarpa esigente solo nel lavaggio, senza bisogno di stirature. Un po’ come l’anima di Yvonne che a lavarsi dalle cose ci mette un po’, ma poi preferisce tenersela sgualcita l’anima che tra una piega e l’altra possa esserci spazio per altro, per accogliere piuttosto che essere un muro piatto inaccogliente. Rosa, colore rosa. Colore strano perchè inconsueto. Yvonne non amava assolutamente il colore rosa. Forse perchè i suoi glielo avevano fatto odiare da piccola, vestendola spesso di azzurro, che era il suo colore preferito. Ma per quella sciarpa faceva eccezione: le piaceva al tatto la morbidezza e addosso la capacità di avvolgere. E così l’aveva indossata, tantissimo. Quotidianamente, intorno al collo per ripararsi dalle folate di vento e dal freddo, altre volte invece in luoghi assolati e proibiti per ripararsi le impudiche spalle.  Addirittura una sera usata per tenersi stretta a un antico letto in ferro battuto, con tutto l’universo dentro che si muoveva. Una sciarpa versatile, foulard per tutti i giorni, scialle all’occorrenza. A volte l’aveva usata anche per riparare altri, per esempio un bambino durante un’uscita sotto il sole severo della Grecia. Una sciarpa che aveva viaggiata molto: nei luoghi caldi per ripararsi la pelle, Mediterraneo e America centrale. E dal vento funamboliere, Irlanda, Olanda, Normandia. Una compagna fedele di viaggio. Una discreta presenza ad appuntamenti di lavoro, d’amore, di istanti. Poi la scomparsa, un venerdì pomeriggio durante il temporale di fine ottobre. Yvonne che esce da un ufficio, si ferma al kebab per un panino, torna in auto e via a casa. Già la mattina aveva il sospetto che mancasse.  Era sabato e gli uffici erano chiusi. Ripassò pazientemente tutti i suoi movimenti del pomeriggio precedente, mise a soqquadro l’auto. C’era una confusione simmetrica a quella della sua vita, tanto casino ma ogni cosa poi aveva il suo posto. Trafugò la casa gli armadi i cassetti da cima a fondo, senza esito positivo. La testa iniziò a farneticare. Magari per sbaglio era andata coi panni portati all’associazione per i senzatetto…ma come era possibile? Allora stava impazzendo, allora stava perdendo il controllo delle cose…Il lunedì tornò in ufficio ma nessuno seppe darle indicazioni o speranze. Una lieve ossessione le stava prendendo la mano, ma in cuore suo sapeva che non era perduta. Le dispiaeva per quel che rappresentava, per i luoghi e i tempi che si portava in quel tessuto. Dopo 10 giorni ripassò nel medesimo ufficio, e la vide. Rimase stupita, ma felice. Era sicura che sarebbe tornata da lei. Era appesa a un termosifone, come traccia di un passaggio dimenticato. La prese, a casa l’annusò. In lontananza si sentiva ancora l’odore di agrumi con cui si era improfumata il collo l’ultimo venerdì del temporale, e ancora profumi di sogni e momenti e tutti i sè cuciti nella trama. La strinse a sè, come chi ritrova parte del proprio nido. La strinse a sè e tutte le storie ad essa appesa si sentivano ora a casa.

A un passo dal paradiso

A un passo. A un passo dai tuoi occhi di brace e il mascara leggermente sconfinato. E le tue labbra che raccontano anche nel silenzio i mille tepori di un giorno consumato. A un passo dentro le tue parole che per me sono solo suoni e non ne sento la forma o o il significato. E’ pura musica dentro cui mi perdo. Frugo tra i tuoi sguardi. La mano lieve a vuoto giri il cucchiano del tuo english tea e l’odore di limone mi pervade, mi smarrisce. Non c’è più paura. Non c’è più nessuna domanda. I tuoi occhi non luccicano, ora brillano. A un passo da te. Vorrei stringerti, forte. O forse farti solo una foto per fermare nel per sempre questa tua assoluta felicità. Sai di bellezza pensieri liberi aria fresca acqua che disseta. Starei tutto il tempo che mi resta a guardarti così come sei ora. Ad un passo dal volerti mi fermo. Non voglio interrompere niente. Non voglio sciupare niente. Questo istante è solo tuo, e solo chi ti ama conosce la fatica che hai fatto dietro ogni piega stropicciata della tua anima malconcia a renderla un giorno migliore. Sorridi stella mia, perchè è il mio nutrimento e altro non chiedo a questa sera che di sentirti così, esattamente, perfettamente tu. A un passo dal paradiso che stasera lo so, guardandoti, esiste anche qui, qui sulla terra.

Note al margine: ”E’ la tua voce che mi tranquillizza.
E’ il tuo modo di parlare, il tuo modo di chiamarmi, quel nomignolo che mi riservi.E’ che sei tu.
E quando si tratta di te, io non lo so che mi succede. Per quanto cerca di trattenermi, se si tratta di te.. Io sono felice.”Carlos Ruiz Zafòn

La mia luna blu

Forse eri davvero la mia luna blu, Ivonne.La luna blu capita due volte in un mese ogni tre anni. Tu sei capitata nella mia vita una volta soltanto, ma l’hai stregata per sempre.

Chissà quanto hai odiato Venezia. L’avevi vista con me per la prima volta in un timido mattino di giugno. Chissà se  l’hai perdonata Venezia, per le mie parole sussurrate all’alba e le mie carezze lente rubate alla notte. E le tue lacrime come accordi spezzati. Tu casta diva sublime, perfezione dei miei pensieri più segreti, in un laccio di tradimento e abbandono. Non avrei voluto, non così. Amarti da impazzire, inseguirti, prenderti, averti, e poi ferirti, sentirti soffrire e infine lasciarti. Lasciarti per  tornare alla mia vita, quella piccola vita fatta di regolari auto in fila, asettiche, solitarie. Tu, la mia vita in doppia fila rimossa senza possibilità di appello. Chissà come ti ha rivisto Venezia, più grande, più bella, forse con qualche ruga in più ma di certo splendente e piena, di vita, come solo tu lo sapevi essere.

Le forme del tuo corpo sono indicizzate nei miei palmi e sulle mie labbra.

Quanto alla tua anima è un tatuaggio nella parte migliore di me.

Stasera resto in ascolto.

Stasera Venezia profuma di te: un odore di tè e arancia.

La mia luna blu bellissima una bolla dentro la quale mi riparavo dai miei copioni.

La mia luna blu con le sue maree dove affondavo di brividi e piacere.

La mia luna blu che per un attimo ha respirato nella mia bocca e che si ho amato fino a bruciarmi.

La mia luna blu a Venezia. Che ho lasciato andare via come un palloncino scappato di mano per vederla brillare senza dolori, con un senso di manchevolezza che ogni tanto prende, ma libera.

Note al margine:C’è solo una cosa che vorrei da te.  Che mi ricordassi.Se tu ti ricordassi di me, non mi importerebbe nulla  neanche se tutti gli altri mi dimenticassero…Kafka sulla spiaggia

9 sorsi di caffè

Yvonne pensava alle sue mani, forti e sicure ma delicate al tempo stesso, solcate dai suoi 40 anni ormai scivolati tra le dita.
Pensava al pomeriggio precedente quando, in un incontro casuale, si erano strette con le sue davanti a due tazze fumanti di caffè per un istante soltanto, quasi involontariamente eppure ardenti di desiderio. Stavano chiaccherando, un po’ seriamente un po’ leggermente, un attimo senza definizioni pieno di sfumature nessuna definizione. Forse non si ascoltavano, a riempire di suoni l’imbarazzo. E per un attimo nel fragore di una risata lieve le loro mani si sono incontrate sfiorate strette. Deliberatamente. Entrambi potrebbero dettagliatamente esporre consistenza, calore e forse persino odore di quell’attimo. Un attimo, perchè quello dopo nervosamente ciascuno era tornato alla propria tazza di caffè, a ritirarsi deliberatamente dal territorio della cortina minata. Eppure negli occhi quella piccola morsa di breve appartenenza perdurò ancora per tre giri di cucchiaini, 9 sorsi di caffè, 2 zollette di zucchero, 4 parole di circostanza. Era un trovarsi, un riconoscersi dopo tanto cercarsi. Erano troppe emozioni al secondo. Poi si staccarono anche gli occhi. Yvonne ora sotto la doccia tiepida del giorno dopo ci stava ripensando, ripassava rapidamente la sequenza di frammenti ma non solo gli eventi, si sforzava di sentire esattamente le vibrazioni del giorno prima. Arresa si stese sul divano, accese la radio e sorseggiò una limonata, agra come la sua assenza. Pensò alle sue mani, probabilmente a quell’ora della notte stavano sfogliando un libro, magari di poesie o di fotografie. Poco importava il titolo. Yvonne sapeva che avrebbe voluto essere quel libro stesso per farsi sfogliare da lui pagina per pagina, parola per parola.
Note al margine: L’amore è la vera esperienza della libertà e nessuno può possedere un altro essere. 11minuti

Scandaglio il tempo

 

Scandaglio il tempo in versi dalle parole sconosciute. Dovrei forse nominare quello spavento che puntuale mi coglie di pomeriggio, un senso come di vertigine di vuoto di bianco e che combatto, ora dormendo, ora sognando. Sognando amanti coi loro deliri, l'odore del legno che riveste il palcoscenico, ascoltando il suono dei fiori arresi a un vento troppo caldo.

Scandaglio il tempo ma non voglio etichettarlo, semmai lo inganno ballandoci insieme e trasformando gli attimi in sapori che poi mi spalmo sulla pelle, oppure accordando canzoni con volti conosciuti e non fino a scriverci una storia addosso con l'invisibilità degli occhi.

Scandaglio il tempo, senza decifrarlo eppure mi sorprende sempre. Per il suo essere così di fretta, e al contempo estremamente denso.

Io

Io pecora  nera.
Io che non devo piangere.
Io che non sarò mai prima.
Io che devo essere il clown, sempre e comunque.
Io, quella forte, che non deve chiedere niente a nessuno.
Io troppo indipendente.
Io troppo impulsiva.
Io ubriaca di colori e in caccia di sguardi.
Io che le cose non le mando a dire.
Io che mi si legge negli occhi a distanza di chilometri.
Io che non so mentire.
Io che amo senza contare.
Io che pago ogni attimo di felicità per qualcuno che gioca a scacchi col mio destino.
Io che non mi piego, ma ho la schiena rotta e pure le ginocchia.
Io bellissima e drammatica.
Io sulla linea labile fra normalità e altre follie.
Io fraterna, materna, amante, puttana, ma traditrice mai.
Io che creo personaggi, e la parte più difficile è sempre me stessa.
Io che amo la solitudine, e nonostante tutto la gente.
Io che non smetto di resistere.
Io che combatto.
Io stanca, io assonnata, io sognatrice disincantata,
ballerina a piedi nudi, cantastorie e roulette di sorrisi.
Io occhi grandi e vuoti immensi e demoni che ci danzano dentro.


 

Note al margine: se queste mie parole su di me avessero un volto sarebbe questo.
 

I miei personaggi in cerca d'autore

Sono stata un'oca dalla vocestridula e zoppicante, chiaccherona e fiera di sè, a volte diplomatica, troppo diplomatica per il quieto vivere, ma nell'intimità profonda sensibile e sola.
Sono stata rassegnato, impacciato, tollerante, accomodante,  ruffiano fino a scendere a compromessi e svendermi, in realtà scontento di me, di tutto ciò, ma ingabbiato, il tutto a ritmo di un siciliano che ricordavo nello pelle.
Sono stata passionale e combattuta, superficiale e non audace, innamoratissima fino allo sfinimento, fino alla pura follia, apparentemente forte ma nella realtà fragilissima.
E ancora un po' ubriaca e poi piangente mentre scendevo milioni di scale dandogli il braccio, una cameriera a Montecarlo nell'autunno del 1922 innamorata di un avvocato partito per l'inverno, ingenua mentre tiravo la sfoglia e raccontavo di lui che bevendo il caffè non mi guardava nemmeno, una cinica donna ferita lungo la fermata dell'autobus, una scansafatiche con manie di persecuzione, una ballerina di lap dance, una movimentata cantante urlatrice, un'attrice prima della prima con l'mp3 nell'orecchio per rilassarsi e ancora altri, altre, e ancora.
So che mi mancheranno stasera sul comodino i copioni.

Note al margine: Ma infondo "Ogni mattina ognuno di noi mette su una maschera…
Anche se lo neghiamo, ognuno di noi ha una maschera… anzi non una, ma infinite maschere…
Una per ogni persona che incontriamo, una per ogni ambiente… una maschera per ogni occasione!"