La vigilia

A ogni vigilia di inizio scuola penso sempre a loro, ai bambini. Ai bambini della mia classe, che un po’ mi mancano (per questo non ci penso troppo) ma che presto rivedrò per proseguire il viaggio insieme. Penso alle mie amiche, ai loro figli e anche ai miei. Penso alle loro famiglie, a tutte le aspettative che hanno su questa scuola, da sempre un po’ Cenerentola ma che tanta responsabilità e importanza ha nelle vite, quella del Paese con la P maiuscola e anche nella vita spicciola e quotidiana di ogni persona. Ogni volta, come un rapido rewind, alla vigilia del primo giorno rivedo in successione tutti i volti dei “miei” bambini, anche se sono passati quasi 20 anni e per me restano sempre bambini, con gli occhioni grandi pieni di emozioni. Gli occhi sono il segreto per riconoscerli anche ora. Incontrandoli casualmente per strada, altissimi ( i piu’ grandi hanno finito l’università quest’anno), con i capelli di altri colori, gli occhi sono il segreto per riconoscerli sempre e ovunque. Perché sono gli occhi per cui ogni mattina cerchi di dare il meglio di te, gli occhi per cui non ti senti arrivata mai, gli occhi che ti fanno da specchio e in cui ti riconosci e cammini per non tradire mai né loro né te stessa. Gli occhi che ti porti addosso quando suona la campanella e le loro storie ti restano impigliate dentro anche a casa, gli occhi che hai amato e che non dimentichi. Per questo quei bambini oggi adulti che ti salutano, anni e anni dopo per caso in una strada, li riconosci: sono gli occhi che ti hanno reso migliore e per cui nessun tempo è stato tempo perso. Ai miei alunni di oggi e di ieri, qualsiasi cosa facciano, auguro un bellissimo anno, pieno di curiosità, avventura, amore e gioia nel rispetto di sé e degli altri. E un augurio a ogni mio collega, che ritrovi nel bambino che è stato, gli occhi con cui guardare oltre le cattedre e i banchi: c’è bisogno di istruzione, e di tanta felicità.

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Il ritorno a scuola

Fra pochi giorni e ricomincia la scuola e un po’ mi dispiace. Inutile elencare i buoni motivi per cui i figli è giusto che vadano a scuola ( apprendimento, socialità, esperienze etc.). E’ che probabilmente ho ancora il calendario da studente e, quindi, per me l’anno inizia a Settembre, pertanto con l’inizio della scuola coincide una sorta di capodanno. Tutta la malinconia che vibra in bilico tra bilanci, ricordi freschi e aspettative. E’ che amo l’estate, il tempo della lentezza e dell’avventura. Amo avere tanto tempo da dedicare ai figli senza guardare l’orologio, senza correre tra un’impegno e l’altro, dimenticarsi le merende, i compiti, i malumori e godersi semplicemente lo stare insieme. Godersi la sveglia che suona piu tardi, il sale sulla pelle, la sabbia tra le lenzuola, l’accampamento in cui si trasforma casa nei mesi estivi. I figli non sono nostri, ma del loro tempo e è giusto che tornino ai loro impegni, alle loro passioni, ai loro amici, alle loro maestre. La realtà piu profonda è che non esiste un’estate uguale a un’altra e che il tempo corre veloce, sfugge di mano e queste estati lunghe, dense, tutte per noi svaniscono una dopo l’altra, portando cambiamenti e nuove dinamiche. La verità è che a ogni estate siete un po’ meno miei, come è naturale crescendo. C’è solo da vivere pienamente ogni attimo di luce e così farla durare l’estate, quella dentro al cuore, quella che nessun calendario può recidere. Farla durare, spumeggiante, briosa, luminosa, a nutrire ogni stagione che verrà, sapendo che nelle stagioni del cuore non si è mai davvero soli.

L’odore prima dell’alba

Torino, Settembre 2018

Dalle 4 del mattino in poi l’odore del forno entrava nei nostri balconi. Era un profumo che come inchiostro invisibile tracciava storie dall’olfatto ai sogni. L’odore del pane, delle sfoglie, delle creme, della pasta di mandorle si confondeva coi sogni. Parole familiari e suoni esotici, rivisitazione delle ricette, la cucina come incontro e fusione di culture: tutto ciò portava il profumo sottostante nelle nostre stanze, un viaggio onirico e reale da Parigi a tutto quanto il Mediterraneo.. Un profumo che ingolosiva e metteva fame, fame di cose belle, di convivenze possibili, di un mondo migliore.

0-3 mesi

Ho messo via i vestitini dei primi mesi, quelli 0-3 mesi che hanno portato molto rosa, ritrovata lentezza, tanta tenerezza e infinita gioia. Si è trattato anche di scoprire l’infinito mondo degli abiti da bambina e, dopo sette anni, riprendere mano con bottoni, maniche, scolli minuscoli e familiarizzare con gale, baveri, fiocchi. Ho messo via questi piccoli vestitini che racchiudono grandi storie: i nostri giorni, i nostri abbracci, i nostri momenti, un “nostri” molto allargato che include noi quattro e oltre. Ho messo via i tuoi vestitini con cui la vita di ha dato il benvenuto e con loro le tue prime volte dal primo sorriso al primo vaccino. Ho messo via anche le mie paure, la mia impazienza, le mie delusioni, le mie attese e le numerose storie che in tutti ciò ho incontrato. Ho messo via ma ricordo, e ricorderò. La stessa sensazione la provavo ogni volta con i vestiti di Benjamin, ma allora credevo fermamente che ci sarebbe stata un’altra volta, una seconda volta. Il fatto è che sono effettivamente un’inguaribile sentimentale, e mi commuovevo allora come ora a annusarli, piegarli e riporli come a volere trattenere coi cinque sensi ciò che solo il cuore può trattenere. Perché la vita prosegue, si cresce e si cambia, ma sotto i vestiti mutevoli come anni e stagioni sono i nostri battiti a fare la differenza, sempre.

Appunti di settembre

L’ipad non dimentica. In fin dei conti è un’enorme scrivania virtuale con riposte molte cose. Contiene in memoria files, foto, appunti e se ci inciampi per caso sembra di vedere delle vecchie diapositive scorrere negli occhi, come se appartenessero a un’altra epoca ma erano solo pochi anni fa. L’ipad non dimentica, il lavoro sì. Appunti di congressi, convegni, progetti, schede di lavoro, relazioni: il conteggio delle parole si fa strumento di misurazione, come una clessidra che distilla istanti racchiusi in caratteri e pause bianche. In quell’intervallo c’è il tempo, il tempo impiegato per imparare, creare contatti, stabilire relazioni, studiare, progettare, realizzare. In fin dei conti queste voci verbali, sommate tutte insieme, hanno un’unica radice comune e ideale che è quella del verbo crescere. Tempo di pochi anni che sembrano tanti, bruciato e sottratto, perchè oggi nel lavoro troppo spesso si guarda al ruolo e non alla persona, alla comoda utilità più che all’effettiva competenza. C’è poco spazio per chi crede al gioco di squadra, quello vero e non quello legato alle logiche delle politiche interne e alle claque. C’è poco spazio per chi ha davvero voglia di fare e crede che se il futuro c’è ed è credibile anche fra i banchi, è dei bambini e delle bambine e loro vengono al primo posto, sempre e comunque. C’è poco spazio per chi ragiona con la propria testa in una prospettiva democratica, rispettosa C’è poco spazio per le donne e per la loro dignità lavorativa. L’ipad non dimentica, e il cuore neppure. Qualcosa si è rotto a metà estate un anno fa. Lentamente, essere salpati e essersene conto dopo quando già si attraccava in altri porti. Di tanti attestati, come fossero una raccolta punti per nessun premio se non l’amore di sè e della propria professionalità, restano le relazioni, i viaggi, gli occhi dei bambini lucenti, curiosi sulla strada della consapevolezza. Resta la possibilità di uscire dalle propria mura e di conoscere e incontrare persone e cose capaci di stimolare, allargare orizzonti, far venire voglia di provare.
Come un pontile nell’aria di settembre, l’odore del tè alla menta e una chiacchierata con chi non appartiene al mondo della scuola, ma conosce la vita e le persone. E comprendere di essere già via, già oltre, perchè non occorreva più niente per bastarsi. Era arrivato il momento di non fare più la guerra a se stessi.

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Non solo stelle cadenti

Ciao Vittorio e grazie per tutte le meraviglie con cui hai fatto sognare e pensare. Grazie da quella studentessa affamata di film e da quella bambina che in un’estate al mare comprese che la notte di San Lorenzo non erano solo stelle cadenti ma anche partigiani come combattenti greci e che per scacciare la paura a volte basta il suono di una ninna nanna toscana cantanta insieme.

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Pause on

Che belle certe pause che gli eventi impongono, specialmente per chi, caparbiamente, non si ferma mai: sono quelle occasioni dove le cose riprendono forma e peso, momenti in cui si comprende da chi e da cosa allontanarsi e ciò a cui dare spazio. A volte è una questione di focali e sane distanze, altre volte di cambiamento. In ogni caso qualcosa di meraviglioso e prezioso di cui tener conto.

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