Diario sentimentale 01

Capita che cercando le parole, siano le parole a frugare nei pensieri e scandagliare abissi.

Fare pace con se stessi permette di sentire il fluire del tempo come vibrazione e musica: il passato diviene leggibile, il presente da assaporare e il futuro un gioco da inventare.

Musica, emozioni, pensieri, chilometri. (Alle spalle, stamattina, il mare molto blu)

Rallentare, voltarsi indietro e vedere che non c’è niente per cui tornare. Riprendere la strada per raggiungere dove il cuore è già.

Seguendo il viaggio delle tue parole ho trovato me stessa: nei suoni e nei silenzi che tracciavi c’era la parte migliore di me che io non incontravo più.

Qualche passo sotto la pioggia, sentire il suo battito sull’ombrello, il profumo quando le gocce baciano l’asfalto, sentire scorrere i pensieri sereni. Tutto va bene.

È emozionante iniziare, soprattutto quando è un giorno senza copioni, tutto da inventare.

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Il buio assoluto

Piccolo paese, interno sera.

La luce del computer e le parole da leggere e correggere, con le dita che corrono e i pensieri che centellinano sensazioni. Odore di menta e musica della radia che vibra nell’aria. Quei momenti densi in cui sei dentro, a fondo in altri mondi, e, in qualche modo, in altre vite.

Improvvisamente tutto si spegne. Niente musica, niente luce. Solo il profumo della tisana e lo schermo del computer che illumina la stanza.

Istintivamente, con il barlume del telefono, controllo il pannello della corrente: tutto è a posto. Istintivamente chiudo la porta e aspetto. Poi sbircio fuori dalle serrande: c’è più silenzio del solito, in strada tutti i lampioni sono spenti, nelle case non c’è alcuna luce accesa, nessuna persona a giro, nessuna macchina passa. Prendo coraggio e vado sul balcone. La notte è fonda, senza luna. Non si distinguono più i confini, le case, i pini marittimi, le montagne. Tutto è solo nero.

Sento in lontananza persone che si interrogano sulla mancanza di corrente elettrica mentre penso che non siamo più abituati al buio totale e assaporo il gusto inconsueto del nero e del silenzio.

Rientro in casa, aspetto. Cinque, dieci, quindici, venti minuti: aspetto senza fare niente, per non consumare la batteria del pc e del telefono, moderne candele e le parole restano lì sul loro sfondo bianco a fare compagnia.

Poi tutto riprende: le note, le lampadine, i lampioni, ognuno torna a schiarire la notte.

Riprendo il filo del discorso, torno a scrivere e il foglio elettronico ora, dopo la densità di un buio assoluto, mi sembra ancora più importante e le parole decisamente più urgenti.

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L’uomo che trema (Recensione libro)

L’uomo che trema (Andrea Pomella, Einaudi, 2018)

Attraverso l’ansia – che è massima preoccupazione per cose che non dovrebbero destare alcuna preoccupazione- mi esercito all’indifferenza. E questo è solo l’ultimo velenoso paradosso a cui mi ha costretto la malattia.”

“L’uomo che trema” è il memoir di Andrea Pomella sulla depressione clinica. Sono pagine dense e intense, da leggere lentamente perché vanno assaporate e digerite parola per parola, sensazione dopo sensazione. Credo che nessuno mai sia riuscito a portare la malattia depressiva in un’opera narrativa italiana con tanta onestà e autenticità.

L’autore ci racconta senza maschere la propria esperienza: ogni parola, ogni sequenza scelta per delineare fatti, eventi, emozioni e relazioni che ruotano intorno a questo disagio sono esatte, precise per cercare di trasmettere il dramma di questa patologia.

Non ci sono sbavature, non ci sono melodrammi: Andrea restituisce al lettore, con grande rispetto ma senza sconti, la realtà delle cose.

Ad esempio, la descrizione degli attacchi di panico ha una resa eccellente perché l’autore riporta la sintomatologia, le vertigini, lo smarrimento, proprio di quei lunghi istanti.

Mi ha colpito molto anche l’aspetto medico e terapeutico che l’autore delinea, mantenendosi sempre su un difficile, ma ben riuscito, equilibrio tra distacco e coinvolgimento.

Credo che della depressione non si parli mai abbastanza e quasi mai nei toni giusti: ancora oggi troppa superficialità non riesce a sfondare i confini oggettivi di quella che è una malattia dell’anima diffusa e sottovalutata.

Faccio sogni vividi, elettrici, che perdurano tutta la notte, che sovente riprendo dal punto in cui li ho interrotti la prima volta, sogni che riguardano principalmente la mia incapacità di stare al mondo”

In questo notevoli sono le modalità descrittive dei rapporti personali: la compagna, il figlio, una segretaria della scuola, presenze importanti che in cui si coglie la volontà di stare vicini a chi soffre e il senso di inadeguatezza che comunque ne consegue.

Un episodio che mi ha particolarmente colpito? Quando Andrea riesce a cavarsela da solo con il figlio durante un week end, per poi ritornare in uno stato profondamente ansioso poco dopo. Essendo una malattia con cui ho avuto a che fare per lavoro, storia familiare, amicizie importanti, posso dire che in queste pagine riferite a quell’evento, Andrea sa evincere uno dei più grandi drammi di questa malattia che la rendono incomprensibile alla maggior parte delle persone. Chi soffre di depressione è capace di cose che ritiene impossibili, come accudire un figlio da solo per un paio di giorni, ma si perde facilmente in situazioni comuni e quotidiane apparentemente senza motivo, come il senso di smarrimento che diviene angoscia incontrollabile in un parcheggio noto. In queste apparenti contraddizioni credo che risieda ulteriormente il dramma di chi questa malattia la vive sulla propria pelle o su quella di chi ama.

In alcuni passaggi, partendo dalla propria biografia, in un punto di vista importante che è l’essere contemporaneamente padre e figlio, l’autore cerca di capire le radici di sensazioni difficili che affondano le radici nella considerazione di sé elaborata nell’infanzia.

La paura che ho di me stesso è a sua volta collegata alla profonda disistima che nutro nei miei confronti. Disistima intellettuale, fisica, caratteriale, pratica. Io disistimo la mia ampiezza di pensiero, il mio aspetto, il mio corpo, il mio temperamento, la mia capacità di far fronte ai problemi della vita quotidiana.”

Il libro di Andrea è un libro vero, coraggioso e anche positivo, perché indica nella volontà di guarigione e nel prendersi cura di sé, la strada che porta a una convivenza possibile con questo abissale disturbo.

La copertina che riporta del tessuto bianco lievemente spiegazzato rende molto bene l’idea dello spazio bianco disarmante e angosciante che alberga nei pensieri di chi è in preda ai disturbi legati a questa malattia.

A Andrea il grande merito di aver portato un tema così complesso e, a mio avviso, urgente nella narrativa italiana, e di averlo fatto con una forma limpida, composta, coinvolgente, capace così di dare ancora più forza e spessore all’onestà del suo prezioso racconto.

Tre sono le paure presenti nell’uomo fin dalla nascita: la paura dei rumori forti, la paura dei lampi di luce improvvisa e la paura di cadere. Tutte le altre sono paure acquisite legate ai traumi della crescita. La paura, nella maggioranza dei casi, è un’ acquisizione culturale.”

L’autore

Andrea Pomella (Roma, 1973) ha pubblicato due saggi d’arte su Van Gogh e Caravaggio, con “Anni luce” è stato candidato al Premio Strega.

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“Tutti lo sanno” (recensione film)

Tutti lo sanno (Faharadi, 2018)

“Ti fidi ciecamente?”

 

locandinaLaura torna in Spagna insieme ai due figli per il matrimonio della sorella minore. Il paese di origine della protagonista è in un’area rurale molto luminosa che basa la propria economia sulle vigne e la produzione vinicola. Nel paese, oltre alla numerosa famiglia di Laura, abita anche Paco, sua vecchia fiamma e con cui la naturale empatia resiste al tempo. Sui vicoli e sulla piazza del paese, nochè sulle labirintiche relazioni dei suoi abitanti, domina un sinistro campanile, elemento evocativo di atmosfere alla Hitchcock. La vita del paese, il matrimonio e la festa di nozze vengono spesso riprese dall’alto grazie al drone impiegato per le riprese dell’evento. Durante la festa accade un fatto tragico e sconvolgente che vede Laura e Paco rimettere in discussione il presente alla luce del passato.

Il film di Farhadi ha una struttura ben congeniata, capace di inquadrare la storia tra il dramma e la souspance del thriller. La maestria del regista i sta proprio nel saper gestire una numerosa carovana di personaggi senza far perdere il filo del discorso, ma giocando col lettore nella dinamica di indizi e sospettati. I temi cari al regista quali i sensi di colpa, il sospetto, la fragilità dei legami familiari, vengono riproposti in una cornice nuova e funzionante. Lo spettatore è continuamente chiamato a un ruolo attivo della visione: i dialoghi, le riprese in cui si favoriscono inquadrature dall’alto e soggettive, la visione delle riprese video all’interno del film, creano un gioco di specchi in cui intuizioni e elementi svianti dialogano in modo convincente tra loro a beneficio dello spettatore. Il film è curato in ogni dettaglio: dalla scelta dei costumi, ai rumori di scena, alla manipolazione della luce: la solarità che domina tutto il film è di grande effetto e contrasto con l’angosciante escalation dei fatti e della verità prorompente. Ogni personaggio riveste un ruolo fondamentale perchè è attraverso i personaggi stessi che emerge la complessità ma anche la meschinità dei rapporti sia nel nucleo familiare che fra gli abitanti della piccola realtà. Gli attori principali (Penelope Cruz-Laura e Javier Bardem-Paco) danno un’ulteriore prova interpretativa, anche se quest’ultimo, avendo a disposizione una maggiore gamma di stati emotivi e cambiamenti da rappresentare, delinea un personaggio capace di convincere completamente il pubblico su ogni piano interpretativo. L’ultima inquadratura in cui è ritratto in una serena consapevolezza forse racchiude anche il senso del film: se la giustiza latita fino alla fine, è nelle scelte individuali che il senso dell’etica può trovare il suo spazio.

 

Di quando cadde il muro

Il muro di Berlino, che cadde ufficialmente l’ 11 novembre 1989, era stato oggetto di molti racconti da parte della mia maestra delle elementari. I suoi resoconti erano angoscianti e pieni di dolore, seppur storicamente ben ricostruiti. Tale fu l’impatto emotivo di questo suo approccio, che l’argomento alimentò negli anni la mia curiosità per cui, ogni tanto, tempestavo di domande i miei genitori. Poi crebbi, cambiai scuola, e quando il muro cadde io avevo 13 anni, un’annata che segnò un prima e un dopo nella mia storia personale, oltre che in quella mondiale. L’episodio del muro, sommato all’antecedente fatto di piazza Tienanmen in cui uno studente cercava di fermare i carri armati (questa è l’immagine impressa nella mia mente di allora) sono gli eventi che per la prima volta mi fecero sentire grande e parte dell’umanità. Cosa mi ricordo di quel giorno di Novembre? Mi ricordo che era un giorno piovigginoso e lento, l’ultimo autunno nella mia città natale, Firenze. Mi ricordo che in televisione i telegiornali erano pieni di gente che abbatteva il muro e si abbracciava. Mi ricordo l’aria di festa nelle immagini e di perplessità nei commenti (anche allora ero molto interessata all’informazione, sognavo anche di fare la giornalista). Mi ricordo la coscienza che la Storia, quella dei libri, quella che cambia percorsi e persone, si stava facendo sotto ai miei occhi, e io ero emozionata e felice per questo. Mi sembrava una fortuna esserci.

Mi ricordo anche che dopo i compiti trascorsi il pomeriggio con gli amici, per poi assaporare il primo bacio a fior di labbra con un ragazzino poco piu’ grande di me con cui “stavo insieme” (tipo “Il tempo delle mele”1) da qualche mese. Quel bacio aveva un sapore dolce amaro, era pieno di aspettative, curiosità, grandi futuri. Quel bacio durò un’istante e per sempre.

Quella sera, dinanzi alla fiumana di immagini reali sul muro e quelle mentali sul mio primo bacio, mi sentivo leggera, grande, in fibrillazione: tutto poteva accadere, nel mio piccolo “qui”, nell’altrove piu’ grande.

Pochi mesi dopo, per il mio quattordicesimo compleanno, mi fu regalato uno zaino Invicta ( a quei tempi andavano di moda quelli), color acquamarina. Nel giro di qualche giorno lo tempestai di disegni e scritte con i pennarelli Uniposca colorati: in quella fase scrivevo ovunque, affermavo di esserci, come ogni adolescente, lasciando traccia di me. Fra tutte le scritte con cui decorai il mio zaino c’era uno schizzo del muro stilizzato e la data 11/11/89 che per me rimase, per molti motivi, una data storica.

Ogni volta, l’11 novembre, racconto ai miei alunni del muro, in una modalità conforme all’età, ogni volta credo che sia importante. Oggi, in tempi di muri e confini eretti, dai tornelli alle stazioni ai muri fra gli stati, credo sia ancora piu’ importante. Ritornare a quell’11/11/1989 dal sapore dolce amaro, guardare i loro occhi curiosi e pieni di vita, e credere ancora che tutto, anche il meglio, possa ancora accadere.

Born to be

“Born to be”, nato per essere. Per quanto suggestivo questo invito alla danza pubblicizzato da un’accademio, credo che l’idea di imbottigliare sogni dei piccoli in stereotipi e aspettative non sia meravigliosa.

La danza, come il calcio, sono due attività nobili e affascinanti, come ogni sport richiedono dedizione e impegno, costanza e sacrificio, soprattutto a certi livelli. Dovrebbe essere richiesta anche l’attitudine al divertimento, perché i bambini di oggi hanno bisogno anche di questo, spesso già aggravati da impegni e richiesta di prestazioni. Senza parlare di quanto, oltre alla competizione, sia fondamentale sviluppare fair play e cooperazione. Purtroppo questo nei settori dei giovanissimi spesso non accade. Pur comprendendo che sono occasioni per adocchiare futuri campioni, credo che proprio nell’infanzia lo sport e, in generale, le passioni dovrebbero essere vissute in modo autentico. Questa magia, soprattutto in certi ambiti e in certi sport, come quelli citati, vengono spesso vissuti con grande antagonismo e grande aspettativa, in primis dai genitori.

“Born to be” con un minuscolo tutu su un asciugamano da neonato ha il sapore di predestinazione, copione da rispettare, per quanto riconosca che sia uno spot capace di far breccia. Io auguro ai miei figli di poter scegliere ciò che piu gli interessa e di viversi ogni esperienza in modo profondo, onesto, autentico, senza costrizioni. Solo così, credo, potranno trovare la propria strada. Sono grata a mia madre che mi ha fatto provare ogni anno uno sport, fin quando non ho trovato quello che mi accendeva la voglia, il desiderio di stare bene e migliorarmi. Non perché dovessi diventare una campionessa, ma perché provassi l’emozione di una squadra, di un risultato conseguito, di un limite o un ostacolo superato, colmo di un entusiasmo che solo la strada che senti tua può darti.

Ecco, io ai bimbi, miei e non miei, auguro questo: di stare bene, di emozionarsi, di essere felici, di crescere in ogni avventura che affronteranno, al là di ogni stereotipo, condizionamento, copione che si tenta, a volte comodamente, di cucire addosso.

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“Gli autunnali” (Luca Ricci): recensione

Gli autunnali” (Luca Ricci, La Nave di Teseo, 2017)

“Ottobre è un gennaio afoso, un febbraio scanzonato, un marzo immalinconito, un aprile con più aplomb, un maggio senza fili d’erba, un giugno severo (per scherzo), un luglio in pensione, un agosto seppia, un settembre posticipato”

Ognuno di noi ha una stagione in cui si identifica pienamente, non una stagione preferita, ma la stagione che ricalca fedelmente il proprio modo di essere: su questo principio si basa “Gli autunnali”, ultima opera di Luca Ricci.

Protagonista del romanzo è uno scrittore borghese benestante che non scrive più. Il suo matrimonio con Sandra sopravvive alla quotidianità e alla consuetudine senza entusiamo, ha un figlio adulto ormai fuori casa, e un amico, Gittani, con cui scambia impressioni su scrittori e donne. Il protagonista è consapevole del proprio fascino e anche di trovarsi in una stagione esistenziale che definisce autunnale, la fase in cui clorofilla della vita è svanita. Non si stanca di cercare poesia e emozioni che persegue facendo della sua infatuazione per Jeanne, la compagna di Modigliani, una vera e propria ossessione che lo condurrà in uno stato di delirio permanente. È in Gemma, una giovane cassiera del Lotto incinta di un pittore, che il nostro scrittore rivede l’amata e sfortunata compagna di Modigliani.

Il rapporto tra i due si fa sempre più intenso, mentre Sandra si cala in un personale e esistenziale remake di “Eyes wide shut” con un vicino di casa. L’autore è molto bravo nel delineare l’escalation del protagonista: pagina dopo pagina il delirio del personaggio diviene sempre più acuto, irreversibile e pericoloso.

Il romanzo è narrato in prima persona e lo sguardo sugli eventi è chiaramente quello dello scrittore ossessionato da Jeanne. Il protagonista si rapporta con le donne sempre in modo forte, spietato, sia su lato sentimentale che fisico. Il sesso, sia in ambito coniugale, sia con l’amante che con la prostituta, è spesso un atto di forza consumato senza mai una piena soddisfazione completa né tanto meno reciproca. Se a una lettura superficiale questo importante tratto del personaggio può apparire misogino, di certo ricalca una diffusa mentalità maschile ancora attuale che Ricci, con onestà intellettuale e coraggio, ha saputo approfondire molto bene. In fondo il protagonista, conscio delle proprie frustrazioni e della sua realtà coniugale, sceglie l’ossessione dell’amore al disamore, a proprio ( e non solo proprio) rischio e pericolo intrecciando i piani della realtà con quelli della finzione letteraria come unica via di salvezza.

Personalmente, conoscendo per uno spassionato amore la storia di Modigliani e quindi di Jeanne, e avendo seguito Luca Ricci romanzo dopo romanzo, credo che quest’opera rappresenti la summa del suo percorso letterario: un romanzo complesso, una storia a suo modo coraggiosa, dove con la trama principale si dipanano anche approfondimenti in merito alla classe borghese di oggi dai sentimenti all’estetica artistica, oltre agli accenni sulla crisi del romanzo. Ricci conferma la sua grande abilità di narratore, il lessico è ricercato, i dialoghi serrati, la ricerca linguistica acuta, l’intarsio fra romanzo e arti visive ottimo. Da questa scrittura cristallina sfida così il lettore, con una storia prorompente che si può apprezzare nella sua totalità abbattendo pregiudizi e facili stereotipi.

‘Che cos’è per te l’arte?’ ‘È un eccitante.’ ‘E allora dimmi cos’è l’eccitazione.’ ‘Non lo dice già la parola?’ ‘ È un’anfetamina naturale.’ ‘L’ arte è perciò una medicina?’ ‘Probabilmente ‘ ‘Contro quale male?’ ‘Il vuoto.’

L’autore

Luca Ricci (Pisa, 1974) ha esordito con “L’amore e altre forme di odio” (2006) con cui ha vinto il premio Chiara. Nel 2017 per Rizzoli ha pubblicato la raccolta di racconti “I difetti fondamentali”. Insegna scrittura alla scuola Holden.

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Il giro delle parole

Interno notte

La radio trasmette musica degli ultimi trenta anni, le luci sono soffuse, in sottofondo il picchiettio dei tasti. Parole che si inseguono, che si cercano, tornano sui loro passi, per cercare una precisione e una nitidezza maggiore. Sono parole che se potessero toccare, saremmo più vicino. Parole scelte e che capitano al tempo stesso, un po’ come noi che ci rincorriamo in uno spazio bianco senza voltare mai pagina. Un po’ come noi, che fra segni e spazi bianchi ci percorriamo senza mai afferrarci.

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Quarantatre anni senza #Pasolini

È stato barbaramente ucciso proprio nella notte che separa (o congiunge) i santi coi morti. Impressa nella memoria, come primo ricordo di quella notte, ho la sequenza all’idroscalo girata da Nanni Moretti. Il suo articolo che amo di più? “Io so i nomi”, raccolto in “Scritti Corsari”, libro dei libri tra quelli che amo. Incontrato prima come poeta, poi come cineasta e poi, in età adulta, come scrittore e intellettuale, Pasolini è indubbiamente una personalità e un autore che non fa mai male leggere. Spesso, e non solo in ricorrenze come oggi, le sue parole, provocatorie, sagge, acute, spigolose, sempre stimolanti, sono in circolo sui social media. Solo mania di citazioni? Può essere, ma vero è anche che la fruizione di lettura e scrittura oggi attraversa anche questi media, pertanto voglio essere ottimista, come nella frase che pongo all’inizio di questa rassegna, e confido che le parole restano e, magari, fanno partire la curiosità, l’emozione, la voglia di approfondire. La maggior parte di queste parole hanno scandito le mie letture, altre le ho trovate oggi curiosando su Twitter dove, per altro, numerosi sono i tweet condivisi dall’estero. E di questo ringrazio chi ha riproposto passaggi importanti. Infine segnalo l’articolo su Salt Edition, PPP dei muri: lui, in realtà da Roma, non se ne è mai davvero andato, e forse, credo, la forza del suo pensiero è ancora qui, in giro tra di noi.

“La mia è una visione apocalittica. Ma se accanto ad essa non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare”.

“La mia indipendenza, che è anche la mia forza, implica la mia debolezza”

“L’insegnante deve essere animatore del processo educativo. Non deve essere oggetto d’amore, ma saper provocare amore per l’oggetto di studio, sapere suscitare la passione per lo studio che si autoalimenta.”

“Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone”

“Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro.”

“Lo sapevi, peccare non significa fare il male: non fare il bene ,questo significa peccare. Quanto bene tu potevi fare! E non l’ hai fatto: non c’è stato un peccatore più grande di te.”

“Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura”.

“Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero. Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese è speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale.”

“La passione non ottiene mai il perdono.”

 

“LA MORTE NON È NEL NON POTERE COMUNICARE, MA NEL NON POTER PIÙ ESSERE COMPRESI!”

“Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.”

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Il mio Halloween versione Beta

Da un anno a questa parte Halloween per me ha un nome in codice che è Beta. Ottobre 2017, erano giorni splendenti di sole, collezione di una prolungata estate. Avevo da poco gustato la mia liberazione da diverse cose. Dopo aver intervistato uno scrittore, pur senza accennare alla mia vita privata, avevo capito che la mia esistenza era a posto e che io andavo bene così come ero. Smisi di cercare ossessivamente ciò che non riuscivo a raggiungere e su cui mi ero incaponita, sebbene avessi riempito quei tentativi di distrazioni e interessi notevoli. Lasciai andare i miei desideri serenamente, senza rimorsi né rabbia. Senza saperlo, iniziava così un viaggio, o ancora meglio, una partenza che mi avrebbe fatto prendere la distanza da molte cose. In quelle settimane uscivo spesso, provai nuovi cocktail, vidi molti film, alcuni anche leggeri, feci stupefacenti viaggi. Tuttavia qualcosa era sballato in me. Il mio corpo era alterato. Pensavo di covare qualche virus o qualche malattia. In quelle settimane la radio trasmetteva la canzone di Antonacci compulsiva e ogni volta che passava il ritornello “ E io senza sapere chi sei, So che mi contaminerei Io senza sapere chi sei. La voglia come sa parlare la voglia come sa aspettare te in maniera” nel profondo del mio cuore speravo che fosse la volta buona: eri già tu in ogni nota, in ogni parola. Nonostante non ci sperassi più, nonostante fosse ormai e a malincuore un capitolo chiuso, un capitolo di un lungo libro scandito da illusioni, medici, esami, tribunali, colloqui con psicologi e assistenti sociali in cui la famiglia viene scandagliata accuratamente, sogni, lacrime, storie lontane e dilanianti. Andai dal medico e l’ infermiera mi disse: “Hai qualcosa di strano, facciamo le beta…le beta!”. Le beta erano un ricordo ambivalente. Mi riconducevano al primo test di gravidanza e la relativa gioia, ma mi ricordavano anche una seconda volta, un dolorosa perdita, quando le beta dovevano salire e non salivano, ed era un continuo analizzare, controllare, centellinare, per poi perdere. “Ti chiamo appena sono pronte.” mi promise l’infermiera sorridendo. Certo, lei non si arrendeva mai. Mi aveva regalato un ciuccio rosa anche un mese prima. Andai a lavorare, una lunga giornata di scuola dalle 12 alle 18. Era il 31 ottobre, mio figlio sarebbe andato con nonni e amico a fare dolcetto o scherzetto nelle giornate del centro. Io trascorsi la mia giornata lavorativa in coma, tra esserci o non esserci. Per fortuna i bambini mi tenevano al sicuro, con il loro affetto, coi loro sorrisi. Nel tardo pomeriggio, durante una riunione tra maestri, sbirciai il telefono e trovai tre chiamate dell’infermiera. Mi ero dimenticata per un istante…i risultati! Il sangue mi si gelò. I miei colleghi continuavano a parlare di cerchi, quadrati, stavamo organizzando un incontro coi i bambini più piccoli. Ormai io ero sconnessa e altrove, nessuno credo se ne sia accorto di quanto mi tremassero le mani mentre prendevo meccanicamente appunti. Terminato l’orario di servizio, combattuta tra paura e frenesia, salutai tutti, decisi di richiamare lo studio medico da casa, qualsiasi esito avrebbe messo a repentaglio la mia guida. L’abitazione era insolitamente vuota. Mi sedetti sul divano, con indosso giubbotto, borsa, libri e chiamai. Mi sconsigliarono di fare free climbing nel week end di Halloween visto che ero in attesa di poche settimane. Rimasi in silenzio, mi si bagnarono gli occhi di gioia, non era un sogno, era tutto vero.

Poco dopo suonò per caso la mia amica. Mi vide abbastanza strana, le dissi dell’ attesa, seguirono brindisi, telefonate familiari, e altre belle storie fatte di persone che in molti anni mi sono stati vicine. Le sue beta erano altissime, e con loro la mia gioia.

C’era un’altra canzone che girava in radio in quel momento cantata da Paola Turci. Ancora oggi ogni volta che la sento mi riporta a quei giorni incerti e scomposti quando la mia attuale figlia Kesia mi ha fatto il più bel dolcetto scherzetto della mia vita.

In questa notte accesa ho il cuore capovolto lo sento mentre grida e mi sembra tutto giusto. Aspetto l’uragano senza aspettarmi niente sentirmi il mio regalo, il mio capolavoro
È così che in qualche modo ci si trova come fosse il giorno dopo carnevale e ho capito che quel segno della croce è il punto in cui chiedevo di virare. Non importa più nemmeno dove andavo ero in coda per ricevere un sorriso ma benedico gli occhi che non mi aspettavo”

  • ogni riferimento a persone o fatti è assolutamente voluto

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