“La vita agra” [Recensione libro]

La vita agra” (Bianciardi, Feltrinelli)

“succede sempre, in tempi di guerre e rivoluzioni, che un uomo e una donna si amino subito, senza le usuali trafile del corteggiamento.”

In pieno boom economico, Bianciardi propone nel 1962 il romanzo “La vita agra”. La storia di un giovane intellettuale che lascia la famiglia, moglie e figlio, per andare dalla Maremma a Milano, con lo scopo di riscattare con una bomba nell’edificio dell’azienda proprietaria i morti sul lavoro in una miniera.

Il riferimento storico è infatti l’incidente nelle miniere di Ribolla del 1954 dove persero la vita 43 lavoratori. Il romanzo è largamente autobiografico e segna la diffusione presso il grande pubblico di Luciano Bianciardi che già aveva focalizzato l’attenzione sul lavoro come nell’opera “Il lavoro culturale”. Il giovane intellettuale infatti tenta di affermarsi in diversi lavori editoriali legati al giornalismo in un mondo di arido arrivismo. Instaura una relazione libera con Anna, pur dovendo mantenere la famiglia lontana. Si ritrova così egli stesso a essere parte di un sistema economico contraddittorio con ampie ripercussioni sul piano personale e lavorativo.

Il libro offre in maniera diretta e lampante un’acuta analisi e critica del mondo del lavoro durante gli anni del miracolo italiano e si ritaglia un posto unico nel panorama letterario proprio per la cifra stilistica.

Bianciardi persegue una narrativa fortemente autobiografica e legata al vero, dove la voce narrante del protagonista incarna spietato gli aspetti più realistici e crudeli del nuovo capitalismo milanese.

L’opera di Bianciardi resta una pietra miliare per la proposta di una narrativa forte, autentica e onesta, estremamente moderna nei contenuti e nella forma.

Uno dei temi più importati che emergono nella storia de “La vita agra” è la disumunizzazione dei rapporti personali dovuta all’ansia produttiva sul posto di lavoro, un nodo irrisolto che si è riproposto senza soluzione fino ai nostri giorni.

Nell’atteggiamento del protagonista che si oppone silenziosamente ai meccanismi di un’etica legata al benessere, risiede probabilmente la piccola grande esemplare rivoluzione.

Tutto quello che c’è di medio, è aumentato dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di far aumentare, e non a chiacchiere, le medie; prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. (…) A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestare i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera.”

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Diario sentimentale n.09

Potrei cadere, Potrei graffiarmi, Perdermi o innamorarmi, ma l’opportunità di viverti Vale certi rischi perché tu Mi fai battere più forte Il cuore.

Cogliere l’attimo che propone significa darsi la possibilità di iniziare, in ogni istante.

Arrivi a un certo punto in cui apprezzi moltissimo l’abbraccio sicuro, morbido e costante del piumone.

Come un piano Yamaha ancora senza polvere che torna nella memoria, così si approda nuovamente a vecchi gusti trovandoli meno attraenti e assolutamente non indispensabili, perseguendo altre avventure e altri colori non per necessità ma per scelta.

del primo caffè del mattino, colmo di progetti, prospettive, aspettative, strascichi di sogni e silenziosi sospiri, una spolverata di ottimismo ed è già nuovo inizio.

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Memorie 05

Fare l’albero di Natale col mio settenne e gli occhi stupiti della piccola. Aver finito il backup (che è anche un processo emotivo) per far riparare il pc .Un bel libro di che mette a nudo i genitori finito.

L’uomo brizzolato sulla barca del porto che scriveva numerosi fogli a mano. Il commesso giovane che “canticchiava” “a mano a mano”.  Un po’ di mio figlio raccontato dalle maestre ai colloqui.

Ricominciare il lavoro e pensare che è andata megliodi quanto immaginassi La commozione di Benjamin pee un filmato, Kesia che litiga con gli alberi perché non hanno più foglie. Piani scombinati:(

Un dialogo surreale con un quattrenne che si credeva un coccodrillo.  Il concerto di a il 30/07.  Una telefonata che ti conferma amore e stima.(conferme di cui continuo a avere bisogno.

Preparare pacchetti col settenne. Guidare e nei 20 minuti di tragitto rilassarsi con la musica. Ricevere un messaggio da un caro amico e considerare il pensarsi già meraviglioso così come, in fondo, il mancarsi.

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Rimini [recensione libro]

“Rimini” (P.Tondelli, Bompiani, 1985)

Conosceva ormai le mie debolezze in fatto di corpo femminile e se le teneva care. Riusciva a giocarci a offrirle, per poi subito riprendersele finché non tornava all’attacco con forza.

Chissà se Tondelli fosse profondamente consapevole di quanto “Rimini”, pubblicato nel 1985, più che un romanzo da spiaggia divenisse l’emblema degli anni ottanta e una delle sue opere più significative della sua produzione letteraria. Ho letto questo romanzo dopo aver apprezzato l’autore in altri testi e ho trovato conferma della sua capacità di ammaliare il lettore con schiettezza di contenuti e uno stile pungente, malinconico, cristallino. Oltretutto, passeggiare nella pagine di Tondelli in “Rimini” e pensare alla riviera romagnola oggi, è un’occasione di confronto e riflessione.

Il protagonista della storia di Tondelli è un giornalista inviato a Rimini per occuparsi durante l’estate dell’edizione locale di un giornale milanese. Il giornalista si trova così al centro di intrighi, passioni, antagonismi sia dentro che fuori dalla redazione dove lavora, investigazioni, relazioni personali, fenomeni di costume spesso Kitsch. Parallelamente altre due storie prendono corpo: una giovane tedesca in cerca della sorella e dei proprietari di una vecchia pensione.

Dv5T05IWwAA-1p5Nel romanzo ci sono tutti gli ingredienti che hanno reso Rimini indiscussa metropoli estiva: i primi parchi tematici, il cinema italiano all’inizio del declino, i personaggi della politica, l’ambiguità dei premi letterari. Ogni elemento è presentato con grande capacità di osservazione, libero da ogni aspetto moralista. Tondelli offre così la fotografia non solo della metropoli romagnola delle vacanze, ma di un Paese apparentemente ruggente prima del declino. Dopo le precedenti incursioni nel mondo giovanile intorno a Bologna e nelle caserme militari, Tondelli cerca di abbracciare con “Rimini” il grande pubblico cercando di rimanere comunque ancorato alla sua cifra stilistica più autentica.

“Rudolf alla ricerca della felicità” [Recensione film]

“Rudolf alla ricerca della felicità” ( Kunihiko YuyamaMotonori Sakakibara, 2017)

 

54679Rudolf è un gattino nero che abita in una cittadina della provincia giapponese. Affettuoso e curioso, decide di lasciare la sua casa e la sua giovane padroncina per esplorare il mondo. Attraverso rocambolesche vicissitudini arriva a Tokyo dove conosce Tigre, un grande gatto saggio e apparentemente scontroso, che gli insegna la vita dei gatti randagi ma soprattutto a leggere e a scrivere come strumenti necessari per crescere e vivere con coscienza e dignità. Grazie alle numerose esperienze maturate con Tigre, Rudolf diventa grande, imparando ad apprezzare i valori che veramente contano quali l’amicizia, la lealtà, l’integrazione e la solidarietà.

La storia, tratta da un best seller per bambini, è molto ricca di spunti di riflessione adatta anche a una visione scolastica e familiare. L’importanza della cultura e dei legami profondi sono al centro della storia, capace di empatizzare con i sentimenti più profondi del pubblico giovanissimo. Il film animato ha un ottimo ritmo, momenti di grandi emozioni e conferma la grandezza del Giappone nella produzione animata. Le inquadrature, le colonne sonore, la fotografia sono eccellenti, come la fusione di disegni e scenari reali. Le inquadrature sono sempre ad altezza gatto, proprio per sottolineare come questa favola, dalla chiara impronta pedagogica, racconti i valori umani dal punto di vista dolce e comico di un gatto.

Un’ottima fiaba dal punto di vista narrativo e estetico adatta a spettatori di ogni età.

 

Ralph spacca internet (recensione film)

Ralph spacca internet (Johnstone-Moore, Usa, 2018)

Cartone animato, in uscita il primo gennaio, il film ripropone i due protagonisti Ralph e Vanellope, già incontrati nel precedente “Ralph spacca tutto”. I due personaggi dei videogame lasciano la sala giochi per avventurarsi insieme nel mondo di internet. Così inizia il loro viaggio da dentro la rete, modalità ricorrente in molti film d’animazione degli ultimi anni da “Inside out” in poi. Le avventure di Ralph e Vanellope sono finalizzate a raccontare in modo diretto opportunità e rischi della rete: internet è una grande metropoli dove spiccano i social, le chat, i giochi on line, lo spam, le informazioni, i virus, i video, le enciclopedie on line, il dark web. Lo spettatore navigatore si divertirà a riconoscere brand, siti, meccanismi noti a chi usa quotidianamente la rete.

L’idea di rappresentazione delle rete in questo modo la trovo molto adatta in senso educativo e divulgativo nei confronti dei bambini, anche se questo spirito talvolta si afferma a discapito della trama. Dal punto di vista estetico prevalgono i colori forti e accesi, come già sperimentato in “Inside out”, mentre i personaggi di cartoni e videogiochi vengono riproposti in una veste digitalizzata. Interessante è ciò che della rete riesce a emergere: le numerose possibilità a livello di conoscenze, lavoro, profitti, comunicazione includono anche dibattiti e questioni irrisolte, come ad esempio la scrittura e la lettura dei commenti on line in cui  prevarica spesso la cattiveria, la difesa della privacy, la distrazione che la molteplicità di stimoli può portare, la differenza tra giochi passivi e attivi.

Accanto ai temi legati alla rete e alla sua fruizione, non mancano focus caldi su altri argomenti come la solidarietà, il valore dell’amicizia, l’affermazione dei propri sogni.

I realizzatori del film, lo stesso team di Zootropolis, sono riusciti a narrare il difficile tema di amicizia e libertà rendendolo accessibile al pubblico dei piu’ piccoli e, insieme alla spiegazione di internet, resta a mio avviso il punto di forza del film.

Particolarmente riuscita è la sequenza delle principesse disneyane in cui, con pungente autoironia e autocritica, Biancaneve e compagne conducono coralmente a una riflessione su possibilità e affermazioni oltre gli stereotipi di genere.

Un film adatto a spiegare il funzionamento della rete e l’impatto del cambiamento digitale nelle relazioni, puntando sul valore di queste ultime, perché nessuno sia “solo la sequenza di 0 e 1 di un codice sospeso nell’aria”.

Memorie 04

*Guidare (e pensare) sotto la pioggia. *Fare la rassegna mentale dei film di Bertolucci e delle mie emozioni. *Uscire in tre, come è accaduto per sette anni, come non accadeva da cinque mesi.

Gli elicotteri dalle 4 alle 6 sopra la mia città per una retata. Passeggiare con un po’ di rammarico nel mio ex quartiere.  Sentirsi innamorati di certe piccole cose.

Il brivido del pre rientro lavorativo programmando le lezioni della prossima settimana coi colleghi. La chiacchierata con operatore call center su Viareggio.  Un incontro per progettare la presentazione di di il 1/12/18.

La chiacchierata col mio fotografo (rigenerante) La complicità con un’amica per quelle sciocchezze pseudoadolescenziali che rendono le amiche uniche. Divano, film, famiglia al completo.

Nuotare con Kesia e vederla felice.  Moderare l’incontro con e scoprire quanto mi piaccia “moderare”. Avere qualcuno che crede in te più di quanto tu creda in te è fenomenale.

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Buon 2019

Credo nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli.

Credo nelle mie ossessioni, nella bellezza degli scontri d’auto, nella pace delle foreste sommerse, negli orgasmi delle spiagge deserte, nell’eleganza dei cimiteri di automobili, nel mistero dei parcheggi multipiano, nella poesia degli hotel abbandonati.

Credo nelle rampe in disuso di Wake Island, che puntano verso il Pacifico della nostra immaginazione.

Credo nel fascino misterioso di Margaret Thatcher, nella curva delle sue narici e nella lucentezza del suo labbro inferiore; nella malinconia dei coscritti argentini feriti; nei sorrisi tormentati del personale delle stazioni di rifornimento; nel mio sogno che Margaret Thatcher sia accarezzata da un giovane soldato argentino in un motel dimenticato, sorvegliato da un benzinaio tubercolotico.

Credo nella bellezza di tutte le donne, nella perfidia della loro immaginazione che mi sfiora il cuore; nell’unione dei loro corpi disillusi con le illusorie sbarre cromate dei banconi dei supermarket; nella loro calda tolleranza per le mie perversioni.

Credo nella morte del domani, nell’esaurirsi del tempo, nella nostra ricerca di un tempo nuovo, nei sorrisi di cameriere di autostrada e negli occhi stanchi dei controllori di volo in aeroporti fuori stagione.

Credo negli organi genitali degli uomini e delle donne importanti, nelle posture di Ronald Reagan, di Margaret Thatcher e della principessa Diana, negli odori dolciastri emessi dalle loro labbra mentre fissano le telecamere di tutto il mondo.

Credo nella pazzia, nella verità dell’inesplicabile, nel buon senso delle pietre, nella follia dei fiori, nel morbo conservato per la razza umana dagli astronauti di Apollo.

Credo nel nulla.

Credo in Max Ernst, Delvaux, Dalì, Tiziano, Goya, Leonardo, Vermeer, De Chirico, Magritte, Redon, Dürer, Tanguy, Facteur Cheval, torri di Watts, Böcklin, Francis Bacon, e in tutti gli artisti invisibili rinchiusi nei manicomi del pianeta.

Credo nell’impossibilità dell’esistenza, nell’umorismo delle montagne, nell’assurdità dell’elettromagnetismo, nella farsa della geometria, nella crudeltà dell’aritmetica, negli intenti omicidi della logica.

Credo nelle donne adolescenti, nel potere di corruzione della postura delle loro gambe, nella purezza dei loro corpi scompigliati, nelle tracce delle loro pudenda lasciate nei bagni di motel malandati.

Credo nei voli, nell’eleganza dell’ala e nella bellezza di ogni cosa che abbia mai volato, nella pietra lanciata da un bambino che porta via con sé la saggezza di statisti e ostetriche.

Credo nella gentilezza del bisturi, nella geometria senza limiti dello schermo cinematografico, nell’universo nascosto nei supermarket, nella solitudine del sole, nella loquacità dei pianeti, nella nostra ripetitività, nell’inesistenza dell’universo e nella noia dell’atomo.

Credo nella luce emessa dai televisori nelle vetrine dei grandi magazzini, nell’intuito messianico delle griglie del radiatore delle automobili esposte, nell’eleganza delle macchie d’olio sulle gondole dei 747 parcheggiati sulle piste catramate dell’aeroporto.

Credo nella non esistenza del passato, nella morte del futuro, e nelle infinite possibilità del presente.

Credo nello sconvolgimento dei sensi: in Rimbaud, William Burroughs, Huysmans, Genet, Celine, Swift, Defoe, Carroll, Coleridge, Kafka.

Credo nei progettisti delle piramidi, dell’Empire State Building, del Fürerbunker di Berlino, delle rampe di lancio di Wake Island.

Credo negli odori corporei della principessa Diana.

Credo nei prossimi cinque minuti.

Credo nella storia dei miei piedi.

Credo nell’emicrania, nella noia dei pomeriggi, nella paura dei calendari, nella perfidia degli orologi.

Credo nell’ansia, nella psicosi, nella disperazione.

Credo nelle perversioni, nelle infatuazioni per alberi, principesse, primi ministri, stazioni di rifornimento in disuso (più belle del Taj Mahal), nuvole e uccelli.

Credo nella morte delle emozioni e nel trionfo dell’immaginazione.

Credo in Tokyo, Benidorm, La Grande Motte, Wake Island, Eniwetok, Dealey Plaza.

Credo nell’alcolismo, nelle malattie veneree, nella febbre e nell’esaurimento.

Credo nel dolore.

Credo nella disperazione.

Credo in tutti i bambini.

Credo nelle mappe, nei diagrammi, nei codici, negli scacchi, nei puzzle, negli orari aerei, nelle segnalazioni d’aeroporto.

Credo a tutti i pretesti.

Credo a tutte le ragioni.

Credo a tutte le allucinazioni.

Credo a tutta la rabbia.

Credo a tutte le mitologie, ricordi, bugie, fantasie, evasioni.

Credo nel mistero e nella malinconia di una mano, nella gentilezza degli alberi, nella saggezza della luce. 

[“Ciò in cui credo” – da Re/Search, J.G. Ballard, 1983]

 

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