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Incantesimo

A volte sono anche belli gli incantesimi. Rendono magici l’istanti, sono più che illusione, sono la forza di un attimo.
Per esempio. Come il pistacchio e la granella di canella.
Voglio farmi scrivere addosso dalla luce per rileggermi quando il buio si fa invadente.
L’aria fresca della notte accarezza capelli e pensieri portando il profumo della seduzione.
A volte c’è una trama sottile tra gli attimi evanescenti che ci attraversano. La possibilità di capirla è avventura

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Qualcosa di bello

Quel desiderio sottile e completo che ricopre ogni neurone, ogni brivido, ogni centimetro di qualcosa di bello. Qualcosa di bello che travolga, che sappia emozionare, che sconvolga e faccia volare. Qualcosa di bello, senza molte spiegazioni, senza didascalie, senza etichette nè codici stradali per le rotte. Qualcosa di bello non precisato, che non ha forma ma la cui sostanza sfami e al tempo stesso affami di vita.

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La somma

Probabilmente in tutti questi anni dove si sono sommati pensieri ed eventi, avremmo dovuto abbracciarci di più e fissarci più a lungo negli occhi. Ci siamo stati vicino fino a compenetrarci di tanto in tanto l’anima, nei giorni di leggerezza come in quelli che odoravano di disinfettante sulle linee di sutura di corpo e anima. Siamo quindi una somma di sguardi sfuggenti, di abbracci rimandati in quell’infinito baciarsi d’anime.

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Di una certa umanità

Stato mentale: tutto può succedere.
Che voglia di farsi scoprire, di farsi viaggiare, di rendersi incontro.
Inizi: sole, caffè, carezze, sogni in cantiere.
Estate, istruzioni per l’uso. Nel temporale rientrare a casa tra uno scroscio e l’altro pedalando con un’amica. Ed essere felici.
A certe cose dette ‘assenze’ non ci si può pensare perché divengono tarli che tarpano le ali.
Sentire la tua umanità e passione per le cose sfiorarmi l’anima, lasciarmi senza parole, ripiena di bellezza.

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La voglia tra le righe

Al poltrire del sabato, alla lentezza fra le lenzuola, alle labbra che sanno di desiderio, ai sogni tra le dita.
Parole che amo: scompigliare. Soprattutto in accezione reciproca e/o riflessiva vd scompigliarsi.
Come una nuvola rosa impigliata tra i rami io arrossisco nei tuoi occhi.
Se nelle clessidre scorressero baci.
Di gustare ogni attimo densamente.
E poi a volte c’è una grande voglia di essere letti tra le righe, essere imparati a memoria coi polpastrelli, farsi frugare il cuore.

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In soggettiva

Sarà una soggettiva il mio racconto di te al mondo casomai, con angoli di realtà smussati e la felicità setacciata a fior di pelle.
La freschezza del mattino di settembre sulle impronte di luce lasciate da una stagione intensa, dentro e fuori.
Chi ci manca alla fine non è così lontano: è fra i nostri pensieri, nei gesti, nel modo di essere che siamo.
Lo splendore degli attimi vissuti o guardati stava nel fatto che poi li avremmo ricercati, ricordati, coltivati.
Pezzi altrove e un viaggio da scoprire. Quest’anno inizia così.
Attese di viaggi addosso perché scoprirsi a pelle è guardarsi dentro.

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R. Gazzaniga, Einaudi 2016

crhvljcwgae9kfxEstate, adolescenti, bosco. Nel suo secondo libro Gazzaniga ci riporta negli anni ’90, fra un gruppo di ragazzi che echeggiano S. King nel trapasso definitivo nell’adolescenza. Ambientato a Lamon, un paese fra le montagne Venete, il giovanissimo Luca attraverso vicissitudini familiari e relazionali tra amicizia e primi innamoramenti, arriva a una nuova conoscenza di sè con uno sguardo che rapidamente matura. I toni scansonati dei primi capitoli in cui predomina l’atmosfera della formazione individuale e di gruppo lasciano rapidamente il passo a eventi più complessi a metà tra il giallo e il thriller dove antiche verità familiari si intrecciano con suggestioni del luogo tra leggenda e realtà. Il “bosco” pertanto non è solamente l’altrove in cui confluiscono immaginario, paure e sfide col proprio sè, è anche un luogo collettivo dove una comunità si rispecchia così come il tempo del romanzo, anno 1989, non rispecchia solo il tempo dei ragazzini ma anche il tempo della società. In questo senso i vari riferimenti generazionali di quel momento (le scarpe Reebok, Bon Jovi, Holly e Benji, Drive In, Vialli e Mancini, Sabrina Salerno, i fatti di piazza Tienanmen e molti altri simboli delicati e non invasivi rispetto alla narrazione) creano una sorta di museo virtuale dei ricordi per chi in quegli anni aveva l’età del protagonista. Nel punto drammatico del romanzo c’è una famiglia che si sgretola, un gruppo di amici che entra in crisi, un punto di rottura fra prima e dopo, l’esatto momento in cui le cose non sono più come sembrano che coincide con la coscienza che “con lacerante certezza che, quel giorno, tutto sarebbe cambiato”. Il romanzo è un viaggio fatto di scoperte: della propria sessualità, del primo bacio finto e del primo bacio vero, di sguardi che si posano con pulsioni incontrollabili sui decoltè delle amiche. E’ molto tenero e crudelmente realistico il tono con cui Gazzaniga traccia il rapporto tra l’adolescenza e la scoperta del proprio corpo: lo fa con sincerità e quindi con poesia. E’ anche un romanzo di ri-scoperte come quella del legame fraterno fra Luca e Giorgio, una complicità che si fa protezione. Il finale inatteso e cruento svela definitivamente la realtà, se stessi e gli altri, la linea d’ombra che separa dall’adolescenza in un climax rapido fra un paio di colpi di scena e un inseguimento. L’autore utilizza il linguaggio in modo magistrale: dialetto e lingua italiana si intersecano in un bel gioco di suoni che contestualizzano la storia così come certi nomi degli anni ’90 (in fondo tutti quanti chiamavamo all’inizio “rampichino” le mountain bike). Gazzaniga regala ai lettori un libro dolce e amaro come è quell’età e lo regala soprattutto alla nostra generazione che trova finalmente una voce d’impatto e sincera a raccontare la storia di uno, le emozioni di tanti.

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Io, te e settembre

Intimitá e ostentazione hanno talvolta confini labili e ognuno ha la misura personale di certi confini.
Adoro i dialoghi a distanza dove la comprensione silente è intimitá, equivale a un parlarsi di occhi senza bisogno di parole.
Io amo settembre perché ha il sapore degli inizi e io amo iniziare, sempre.
Intimitá e ostentazione hanno talvolta confini labili e ognuno ha la misura personale di certi confini.
Adoro i dialoghi a distanza dove la comprensione silente è intimitá, equivale a un parlarsi di occhi senza bisogno di parole.
Io amo settembre perché ha il sapore degli inizi e io amo iniziare, sempre.
Sarà strano domani ricominciare, senza.

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A. Bogliolo, Giunti, 2016

“il pensiero computazionale è proprio questo: la capacità di elaborare procedimenti costruttivi a supporto della fantasia e della creatività”
Confesso di aver dato spazio a tutto il mio entusiamo e a tutta la mia impazienza nell’avvicinarmi a questo libro: l’ho letto tutto d’un fiato, in un pomeriggio al mare, appuntandomi impressioni e approfondimenti successivi. E’ un libro che esordisce utilizzando il “tu”, un tu per creare un rapporto personale, un tu declinato al femminile. Per chi ha fatto il corso #CodeMooc  è come rivivere tutta la strepitosa esperienza  di quel doppio binario che si intersecava nell’essere al contempo apprendista del coding e insegnante del coding, una doppia valenza che si riaccende con grande emozione tra le righe ma che anche il lettore che si approccia per la prima volta alla metodologia può sperimentare e provare. Ho trovato più difficile seguire le parti centrali (quelle su “se” “altrimenti” ) perchè forse con le proposte operative on line sono più facili da testare, anche se l’idea del coding inverso è geniale: si configura così un libro interattivo dove ciò che si apprende si può testare senza bisogno di pc e connessione.
Trovo il testo molto agile, scorrevole, quasi intimo direi perchè capace di coinvolgere il lettore in un dialogo aperto, confidenziale, rassicurante e infinito perchè proseguimento di altre esperienze, perchè antecedente ad altre avventure che di certo avverranno.
Ho avuto anche la piacevole conferma che il prof. Bogliolo è anche molto, molto bravo con le parole. Lo avevo notato mesi fa all’inizio del corso, dopo la prima lezione video, per l’uso che faceva delle parole, dagli aggettivi che sceglieva. Questa  capacità di un lessico ricercato e preciso ma al contempo comunicativo, emotivo e alla portata di tutti si ricalca anche nel linguaggio scritto, anzi forse ancora più forte perchè sulla parola scritta ci si può tornare, soffermare, in modo più naturale rispetto a un audiovideo.
Credo che didatticamente sia una risorsa importante questo testo: ci sono numerose puntualizzazioni sul coding, spiegazioni esaustive e semplici su cosa sia il pensiero computazionale e sulla sua valenza sul lato femminile della tecnolgia e le pari opportunità, sull’utilizzo proficuo di strumenti e risorse, sulla sua trasversalità, sul suo inserimento come metodologia e non come disciplina a sè che ritengo essere di grande incoraggiamento. E’ anche una raccolta di spunti fondamentali per raccontare e informare  nonchè sperimentare puntando sul coinvolgimendo dal basso anche nella lettura, caratteristica vincente per la diffusione del coding come già attestato con altri stumenti e occasioni.
E’ una bella avventura questo libro che per il formato comodo e maneggevole si inserisce facilmente nella vita di ogni giorno, come dovrebbe essere il coding.

Perchè “il pensiero computazionale è per tutti, come la scuola”.

Alcuni spunti

“Il coding a scuola è un vaccino naturale contro gli stereotipi”

“Non sarebbe meglio lasciare il coding agli informatici? No! E te lo dico da informatico. Sarebbe come lasciare la scrittura agli scrittori. Se nessun altro sapesse scrivere saremmo tutti meno liberi, non potremmo godere appieno dei diritti fondamentali di espressione e di informazione, non potremmo usare la scrittura come supporto metodologico a qualsiasi altra disciplinae gli scrittori sarebbero, a modo loro, dei nerd”.

“l’opportunità di sviluppare il pensiero computazionale, non possiamo certo tenerlo uori dalla scuola, che è l’unico luogo dove l’istruzione è davvero per tutti”

“Il pensiero computazionale viene prima di qualsiasi competenza digitale propriamente detta perchè offre gli strumenti per acquisire ulteriori competenze in modo pienamente consapevole”.

“Ritengo che il modo migliore per fare coding a scuola sia usarlo come supporto metodologico a qualsiasi disciplina, agevolando così il processo di acquisizione della seconda lingua madre e arricchendo l’esperienza didatticha della disciplina stessa”.

 

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