“La vita agra” [Recensione libro]

La vita agra” (Bianciardi, Feltrinelli)

“succede sempre, in tempi di guerre e rivoluzioni, che un uomo e una donna si amino subito, senza le usuali trafile del corteggiamento.”

In pieno boom economico, Bianciardi propone nel 1962 il romanzo “La vita agra”. La storia di un giovane intellettuale che lascia la famiglia, moglie e figlio, per andare dalla Maremma a Milano, con lo scopo di riscattare con una bomba nell’edificio dell’azienda proprietaria i morti sul lavoro in una miniera.

Il riferimento storico è infatti l’incidente nelle miniere di Ribolla del 1954 dove persero la vita 43 lavoratori. Il romanzo è largamente autobiografico e segna la diffusione presso il grande pubblico di Luciano Bianciardi che già aveva focalizzato l’attenzione sul lavoro come nell’opera “Il lavoro culturale”. Il giovane intellettuale infatti tenta di affermarsi in diversi lavori editoriali legati al giornalismo in un mondo di arido arrivismo. Instaura una relazione libera con Anna, pur dovendo mantenere la famiglia lontana. Si ritrova così egli stesso a essere parte di un sistema economico contraddittorio con ampie ripercussioni sul piano personale e lavorativo.

Il libro offre in maniera diretta e lampante un’acuta analisi e critica del mondo del lavoro durante gli anni del miracolo italiano e si ritaglia un posto unico nel panorama letterario proprio per la cifra stilistica.

Bianciardi persegue una narrativa fortemente autobiografica e legata al vero, dove la voce narrante del protagonista incarna spietato gli aspetti più realistici e crudeli del nuovo capitalismo milanese.

L’opera di Bianciardi resta una pietra miliare per la proposta di una narrativa forte, autentica e onesta, estremamente moderna nei contenuti e nella forma.

Uno dei temi più importati che emergono nella storia de “La vita agra” è la disumunizzazione dei rapporti personali dovuta all’ansia produttiva sul posto di lavoro, un nodo irrisolto che si è riproposto senza soluzione fino ai nostri giorni.

Nell’atteggiamento del protagonista che si oppone silenziosamente ai meccanismi di un’etica legata al benessere, risiede probabilmente la piccola grande esemplare rivoluzione.

Tutto quello che c’è di medio, è aumentato dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di far aumentare, e non a chiacchiere, le medie; prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. (…) A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestare i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera.”

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Rimini [recensione libro]

“Rimini” (P.Tondelli, Bompiani, 1985)

Conosceva ormai le mie debolezze in fatto di corpo femminile e se le teneva care. Riusciva a giocarci a offrirle, per poi subito riprendersele finché non tornava all’attacco con forza.

Chissà se Tondelli fosse profondamente consapevole di quanto “Rimini”, pubblicato nel 1985, più che un romanzo da spiaggia divenisse l’emblema degli anni ottanta e una delle sue opere più significative della sua produzione letteraria. Ho letto questo romanzo dopo aver apprezzato l’autore in altri testi e ho trovato conferma della sua capacità di ammaliare il lettore con schiettezza di contenuti e uno stile pungente, malinconico, cristallino. Oltretutto, passeggiare nella pagine di Tondelli in “Rimini” e pensare alla riviera romagnola oggi, è un’occasione di confronto e riflessione.

Il protagonista della storia di Tondelli è un giornalista inviato a Rimini per occuparsi durante l’estate dell’edizione locale di un giornale milanese. Il giornalista si trova così al centro di intrighi, passioni, antagonismi sia dentro che fuori dalla redazione dove lavora, investigazioni, relazioni personali, fenomeni di costume spesso Kitsch. Parallelamente altre due storie prendono corpo: una giovane tedesca in cerca della sorella e dei proprietari di una vecchia pensione.

Dv5T05IWwAA-1p5Nel romanzo ci sono tutti gli ingredienti che hanno reso Rimini indiscussa metropoli estiva: i primi parchi tematici, il cinema italiano all’inizio del declino, i personaggi della politica, l’ambiguità dei premi letterari. Ogni elemento è presentato con grande capacità di osservazione, libero da ogni aspetto moralista. Tondelli offre così la fotografia non solo della metropoli romagnola delle vacanze, ma di un Paese apparentemente ruggente prima del declino. Dopo le precedenti incursioni nel mondo giovanile intorno a Bologna e nelle caserme militari, Tondelli cerca di abbracciare con “Rimini” il grande pubblico cercando di rimanere comunque ancorato alla sua cifra stilistica più autentica.

Amos Oz, la scrittura, l’umanità, la politica

” Scrivo questa storia perché le persone che ho amato sono morte. Scrivo questa storia perché quando ero giovane avevo una grande capacità di amare, e ora questa capacità di amare sta morendo. Ma io non voglio morire.” (Michael Mio, Amos Oz)

DviDwjWX4AAhoSZE’ con questo incipit che ho conosciuto Amoz Oz, una decina d’anni fa: era da un po’ che volevo leggere questo autore, mi colpì la nuova edizione del suo secondo romanzo, e con questo incipit strepitoso iniziai a conoscerlo. Hannah, la protagonista estremamente moderna e inquieta, è la narratrice della storia, la storia della sua vita fatta di rinunce, amore, consapevolezze, dolore, disagio sullo sfondo di una Gerusalemme amareggiata di contrasti. Hannah resta una donna splendida nel mondo della letteratura internazionale: attraverso di lei Oz ha dato al vasto pubblico prova della sua abilità di narratore e conoscitore dell’umanità. Da quell’incipit con i suoi libri, è stato compagno di giorni. Se indiscutibile resta il suo ruolo nel panorama della letteratura internazionale, lo è altrettanto la sua posizione determinata e preziosa nel panorama della politica internazionale.

“Anch’io ho una verità assoluta. Sono convinto che sia sempre un male infliggere dolore a qualcuno. Se dovessi sintetizzare tutti e dieci i comandamenti in un unico comandamento, in assoluto direi: non infliggere dolore a nessuno. Questo è il punto fermo della filosofia della mia vita. Il resto è relativo.“ (A. Oz, Corriere della Sera)

Oz, ebreo, animato da grande umanità e rispetto per il prossimo, ha sempre apertamente appoggiato una posizione di tolleranza totale e apertura alla convivenza tanto da sostenere l’assetto geopolitico “due Stati per due popoli” nella risoluzione del conflitto Israele- Palestina. Grande sostenitore del dialogo, combattente contro ogni fanatismo, coscienza critica di Israele. Ci mancherà tanto per le sue prese di posizione, ci mancheranno nuovi suoi libri, ma restano le storie che ha regalato il mondo da leggere e rileggere, per trovare ancora le emozioni di un’umanità che, nella sua crescente fragilità, sta scomparendo. Perché i libri, quelli, non ti abbandonano mai.

„I libri, loro non ti abbandonano mai. Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale.“ (A. Oz, Una storia di amore e tenebra)

 

“Mandami tanta vita” [Recensione]

“Mandami tanta vita” (Paolo di Paolo, Feltrinelli ed.)

“lo sai che i tuoi occhi a volte mi fanno un po’ paura?”

Moraldo e Piero, due giovani dalle vite parallele nella Torino agli albori del fascismo accomunati da inquietudini e utopie. Moraldo, studente di lettere che ammira Piero per la sua capacità di aver fondato a soli 24 anni una rivista, una casa editrice attuando una prima forma di Resistenza intellettuale nei confronti dell’autoritarismo dilagante in Italia. Piero che ha da poco un figlio e una storia stabile con Ada, parte per Parigi alla ricerca di nuove opportunità e proseguire liberamente la sua attività di giornalista. Moraldo, desideroso di incontrare Piero senza riuscirci, instaura un rapporto sfuggente con una fotografa irrequieta e audace, Carlotta, grazie alla quale convoglia anche lui a Parigi.

Il romanzo, ispirato alla figura di Gobetti, è un libro dove i due protagonisti sono entrambi alla ricerca febbrile di qualcosa: il perseguimento di un ideale, la difesa dei valori e della libertà, il consolidamento dei rapporti personali. È soprattutto un romanzo sulla giovinezza intesa come momento di grandi slanci, inquietudini vari, contorni sfumati, tempo investito in tentativi e prove per conoscere se stessi, talvolta un tempo di conflitto tra il pensiero e l’azione, tra la sensibilità e l’urgenza dell’introspezione e dell’azione volta al bene collettivo, e dove, per il contesto storico, i fatti condizionano scelte e avvenimenti.

I due personaggi sono ben delineati, il ritmo del romanzo è notevole e travolge il lettore che inseguono parola dopo parola le vicissitudini dei  due protagonisti. Una lettura piacevole, scoperta grazie a @Betwyll in modalità social reading, capace di focalizzare l’attenzione su un momento storico importante, il 1926 è l’anno di riferimento, ma anche di mettere in luce contrasti e definizioni di un quadro universale sulla gioventù.

“Si può rallentare il tempo? Per vederti di più, per parlarti di più.”

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“Il ladro e i cani” [Recensione libro]

Il ladro e i cani” (N. Mahfuz, 1990)

Said, ladro che ha scontato quattro anni di prigione, esce dal carcere cercando di rientrare nella sua vita precedente, senza riuscirvi. Il trauma più grande è la figlia Sana che nemmeno lo riconosce. Da questo deludente incontro, Said inizia a fare i conti con la propria sete di giustizia e vendetta, facendo di quest’ultima una vera e propria ossessione. I “cani” con cui si confronta sono coloro che lo hanno tradito come l’ex complice Alish, che lo denunciò alle autorità per poi sposare l’ex moglie di Said. Oppure come il vecchio compagno di studi Rauf, giornalista conformista che ha scelto una vita agiata fatta di compromessi. Nel tentativo di farsi giustizia, convinto di agire per un ripristino dell’ordine a favore universale degli oppressi, Said uccide per sbaglio due innocenti e così torna a fare i conti con la giustizia e il carcere.

Nella sua girandola di vendetta incontra Nur, una prostituta che si innamora di lui per poi abbandonarlo, e il saggio sceicco sufi. I dialoghi con quest’ultimo sono tra i più interessanti del libro perché il comportamento ossessivo di Said è contrapposto la serenità e la saggezza dello sceicco, nelle cui parole emerge la densità della cultura islamica.

Nell’introspettiva visione di Said non c’è spazio per il senso di colpa: la vendetta è bieca e fine a se stessa, resa magistralmente da una scrittura angosciante, schietta e nitida.

Una storia moderna e interessante i cui personaggi si fanno esemplari dei ruoli assunti durante l’esistenza, al di là delle circostanze proprie del contesto narrativo in oggetto, tutta la potenza della narrativa araba.

L’autore

Mahfuz (Il Cairo 1911-2006) è uno scrittore egiziano che ha saputo rendere universale la narrativa araba. Vincitore del premio Nobel nel 1988. Dopo gli esordi con romanzi storici, ha intrapreso con successo la strada del realismo socialista, rendendo nella scrittura tutta la potenza della sua cultura.

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A libro aperto (M. Recalcati, Feltrinelli ed)

“In quelle pagine, che come calamite potenti mi hanno catturato, ho trovato qualcosa di ne che non sono mai stato in grado di dire né di vedere. Non smettiamo mai di leggere i libri che ci hanno fatto leggere l’enigma che ognuno di noi è.”

Recalcati , noto psicanalista italiano, offre ” A libro aperto” ai suoi lettori, sottotitolo “una vita e i suoi libri”. Il testo è suddiviso marcatamente in due parti. Nella prima parte Recalcati affronta temi generali, attuali e eterni, sulla funzione e la fruizione del libro. Affronta la centralità dell’oggetto libro, a livello personale, comunitario, politico. Sviscera l’importanza delle parole e delle pagine lette come un fatto potente, capace di incidere ancora nella vita personale e non solo. L’autore delinea anche le difficoltà dei nostri tempi legate alla lettura e alla diffusione dei libri. Questa prima parte è molto divulgativa e agile.

Nella seconda parte invece Recalcati traccia una sorta di “biografia libraria”, ossia il suo percorso di maturazione attraverso alcuni libri fondamentali per il proprio sviluppo. La lettura in questa parte è più complessa perché i riferimenti ai testi sono molteplici e complessi, così come l’indagine che viene proposta che si interseca, naturalmente, coi paradigmi della psicoanalisi.

Tuttavia, seppur in questa ambivalenza, resta importante e interessante l’idea di fondo del libro: noi siamo i libri letti, e raccontare i nostri libri più amati significa raccontare qualcosa di noi. Collegandosi al pensiero di Sartre riportato all’inizio del libro:

 “Per molto tempo ho preso la penna per una spada: ora conosco la nostra impotenza. Non importa: faccio, farò dei libri […]. È un prodotto dell’uomo: egli vi si proietta, vi si riconosce; questo specchio critico è il solo ad offrirgli la sua immagine”.

Un libro non salverà il mondo, ma sono le pagine dei libri che offrono incontri tra viventi, momenti di autoascolto e percezione di sé.  A questo riguardo il capitolo sul “il libro mi legge” credo sia uno dei più felici dell’opera: essere letti dal libro che stiamo leggendo rimane una delle più grandi magie della lettura. Per questo ogni vita è il concerto a più voci dove si intersecano anche le parole di autori e libri letti. In questo senso, perché non cogliere l’invito dell’autore e tracciare la proprio biografia letteraria nel senso profondo del termine?

L’autore

Massimo Recalcati è tra i più noti psicanalisti italiani. Docente universitario, collabora con “la Repubblica” e ha scritto numerosi libri tradotti in diverse lingue tra cui “J. Lacan. Desiderio, godimento, soggettivazione” (2012), “Il complesso di Telemaco” (2013), “L’ora di lezione” (2016). Nel 2018 è approdato in TV con le puntate “lessico famigliare”.

 

Libri in circolo

A Natale ci si scambiano auguri, baci, ricette e ogni tanto libri.

Un anno di libri è volato via. Ho letto molto, e con grande piacere, godendomi le pagine facilitata dal fatto di non avere impegni lavorativi. Libri che mi hanno fatto compagnia in un momento particolare, e direi unico, della mia vita: mi hanno fatto riflettere, emozionare, giocare con la scrittura. Ho potuto leggere riscoprendo il sapore di una lettura lenta e, al tempo stesso, vorace.

E con l’aria di festa i libri circolano di più. Io ne consiglio qualcuno di quelli letti, con una suddivisione tutta in soggettiva e opinabile, consapevole di quanti titoli siano rimasti fuori pur l’elevato numero di volumi che hanno fatto parte delle mie letture e di me. Perché alla fine mentre leggiamo il libro, è il libro che legge noi.

Approfitto per ringraziare autori, librai e lettori perché in questo anno così speciale è come se avessero camminato con noi, in un momento meraviglioso e delicato, soprattutto per una donna: dietro ai nostri sorrisi ci sono anche le pagine lette, gli incontri fatti, la condivisione di idee e emozioni.

  • Per indagare nei risvolti del noir: Polvere (Pandiani, DeaPlanet), Lo stupore della notte (Pulixi, Rizzoli), Come una famiglia (Simi, Sellerio).
  • Per arrabbiarsi col mondo e guardare fuori di noi (ma non lontano) : Carnaio (Cavalli, Fandango), A Mano disarmata (Angeli, Baldini e Castoldi), 108 metri (Prunetti, Laterza).
  • Per fare pace col mondo: Abbiamo toccato le stelle (Gazzaniga, Rizzoli), I cani romantici (Bolano, Sur), Una frase, un rigo appena (Puig, Sur), Nata per te (Mercadante, Trapanese Einaudi).
  • Per avventurarsi in territori difficili: L’uomo che trema (Pomella, Einaudi), A misura d’uomo (Camurri, NN).
  • Per stupirsi: Le case del malcontento (Naspini, E/O), Firenze Mare (Innocenti, Perrone) .
  • Per avventure estreme: Gli autunnali (Ricci, La nave di Teseo)
  • Per riscoprire la tenerezza: Notti in bianco e baci a colazione (M. Bussola, Einaudi), Il figlio maschio (Torregrossa, Rizzoli).
  • Per riscoprire la dignità: La figlia maschio (Rinaldi, E/O), Le assaggiatrici (Pastorino, Feltrinelli), Sono io la tua sposa marina (Borghesi, Iguana ed.)
  • Per conoscere e riconoscere la mia città, Viareggio: La storia di Viareggio (Pomella, Typimedia), Sono solo mascheroni (Cinquini, Pezzini).dteeutmx4aiyiqw

Il figlio maschio (Giuseppina Torregrossa, Bur, 2015)

Il figlio maschio (Giuseppina Torregrossa, Bur, 2015)

Tutti guardavano il bambino, solo Adalgisa vedeva il guerriero”

Cento anni di libreria, una storia vera raccontata da Giuseppina Torregrossa, ambientata in Sicilia, dal fascismo ai nostri giorni.

È in questa saga familiare, avvincente e imprevedibile, che l’autrice mette al centro il senso di esistenza delle librerie, dell’editoria indipendente che ha costituito una grande ricchezza fuori dai confini siciliani. L’amore e la passione per i libri sono infatti il profondo filo conduttore di vicende, relazioni, personaggi che si intrecciano con lo sfondo della storia italiana strettamente collegata alla famiglia Cavallotto.

Anche dal punto di vista spaziale il romanzo spazia con naturale coinvolgimento da Catania a Palermo, restitendoci tutto l’incanto audace della Sicilia.

I fatti testimoniati da Adalgisa Cavallotto e dalle tre figlie, sono intessuti con l’immaginario e la capacità creativa della scrittrice la quale ha disposto la narrazione intitolando ogni capitolo a un personaggio specifico. Un eros prepotente e sempre elegante emerge in ogni storia: le donne di Giuseppina Torregrossa sono personaggi forti, in grado di intuire i grandi cambiamenti del tempo, caparbie e determinate, sensuali e di spessore, la vita di ciascuna si afferma negli amori e nell’emancipazione a suon di libri.

Inoltre tutti i personaggi che ruotano intorno alla libreria, pongono l’accento sui loro ruolo strategici quali l’editore, il libraio, il commesso.

Ho apprezzato moltissimo il libro e la capacità di raccontare oltre un secolo di storia pur rimanendo ancorato a questioni attuali riguardanti i libri e l’editoria. L’ironia sottile, la capacità narrativa in grando di governare una storia lunga e complessa, la sensualità predominante negli eventi e una scrittura vivacizzata dall’alternanza di dialetto e lingua italiana, rendono questo libro molto interessante e piacevole.

L’autrice

Giuseppina Torregrossa vive tra Palermo e Roma, ha esordito nel 2007 con “L’assaggiatrice” a cui sono seguiti altri romanzi di successo.

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Sono io la tua sposa marina (Recensione libro)

Sono io la tua sposa marina (Donatella Borghesi, ed. L’iguana, 2018)

Forse non si sente piu’ sdoppiata perché al centro della sua vita c’è la bambina”

Una casa a Viareggio, in via Leonardo da Vinci. Una casa di varie esistenze, quella in ogni stagione e quella delle vacanze. Una casa che racchiude molta storia, tante esistenze, una famiglia nel corso di un secolo capace di attraversare i grandi cambiamenti del nostro Paese e le piccole grandi sofferenze individuali, un intreccio di emozioni e emancipazioni.

Parte proprio da questa città all’inizio del secolo la storia raccontata da Donatella Borghesi “Sono io la tua sposa marina”, un romanzo intenso, profondo e coinvolgente.

Protagoniste sono le donne di una famiglia che si susseguono di generazione in generazione legate dalla necessità di combattere con le sfide di ogni giorno e di ogni epoca sia sul lato individuale che sociale. La prima sposa, Marianna, è una delle moglie dei protagonisti della vicenda dell’Artiglio, l’ultima, la nipote di quest’ultima, è al centro della narrazione nelle vesti molteplici di nipote, figlia e, infine, madre e nonna.

La storia si svolge all’inizio a Viareggio, per spaziare in Bretagna con le vicissitudini dei palombari, e in seguito a Milano, dove Alberta, la nipote di Marianna, si forma e cresce. Qui negli anni caldi delle contestazioni sessantottine partecipa attivamente ai movimenti, in un percorso, spesso tortuoso, verso la consapevolezza di individuo e di donna.

La narrazione di dipana su assi temporali e spaziali altalenanti, contribuendo a tessere così la trama di una famiglia e di donne che, seppur diverse, hanno cercato tutte quante di vivere la propria consapevolezza in modo profondo.

La tragedia dell’Artiglio, il dottor Tobino e la cura dell’isteria femminile e delle altre patologie, i movimenti studenteschi, il femminismo sono i grandi eventi entro cui con grazia e decisione le donne di Donatella Borghesi crescono, camminano, amano, soffrono, gioiscono.

Alberta, il personaggio centrale, è credibile e ben riuscito di un meccanismo narrativo complesso e, al tempo stesso, altamente emozionale. La donna protagonista cerca di comprendere il passato dalle lettere del nonno e ci lascia con un messaggio di felice caparbietà affidato alla pronipote Carlotta.

Nel racconto di Donatella Borghesi ho riscoperto antiche vicende legate alla mia città, Viareggio, e quel modo particolare di viverla da dentro, sia per sempre sia solo come meta vacanziera.

Ho ritrovato, soprattutto, le atmosfere delle grandi città in piena contestazione politica, acutizzate negli anni settanta con la vicenda del giovane Zibecchi, ucciso in modo barbaro con un proiettile durante una manifestazione: in queste narrazioni, nelle concitazioni dei fatti e delle coscienze, è riemersa la mia memoria, intessuta dai racconti di mia madre che quegli anni li ha vissuti in altra grande città. C’è pertanto una forte valenza universale nel lungo racconto di Donatella e, al contempo, una buona capacità introspettiva capace di rendere intimo per il lettore il percorso delle donne che costituiscono la sostanza di questa storia.

È un libro talvolta crudele per la capacità di andare a fondo nei rapporti interpersonali e familiari,ma è anche un libro altamente autentico, ad esempio, nella narrazione sana della maternità, come scelta consapevole capace di rinnovare nel profondo l’essere femminile.

Sono io la tua sposa Marina”, titolo tratto da una poesia di M. Gualtieri, è un viaggio a ritroso che cerca di comprendere le scelte e i tempi del nostro passato recente, ma è anche uno sguardo coraggioso, audace e pieno di fondate speranze per le donne di oggi che, ereditando questo passato, hanno nelle proprie mani la possibilità di scommettere e scrivere il proprio futuro, con la stessa caparbietà e passione di chi le ha precedute.

L’autrice

Donatella Borghesi, nata da una famiglia viareggina, si divide tra Milano, Parigi e la Maremma. E’ madre di Camilla e nonna di Fosca. Giornalista, ha maturato esperienza in diversi settori, dando profondi contributi alle riviste femminili, come Marie Claire.

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Gli anni al contrario (Recensione libro)

Gli anni al contrario (N. Terranova, Einaudi, 2016)

Non abbiamo mai avuto lo stesso dizionario. Parole uguali, significati diversi.”

“Gli anni al contrario” si svolge a Messina tra la fine degli anni settanta e il 1989: difatti l’uccisione di Moro e di Peppino Impastato e la caduta del muro di Berlino sono riferimenti emblematici per la storia narrata da Nadia Terranova.

È in questo lasso di tempo che una generazione intera cerca di rendere reali i propri ideali, per vederli vanificare anno dopo anno.

A questa generazione appartengono anche i protagonisti Aurora, studiosa ragazza con un padre detto “il fascistissimo” e il compagno, futuro marito, Giovanni, figlio di un avvocato militante nel PCI.

I due si conoscono all’Università e rapidamente si conquistano a vicenda, divenendo presto genitori di Mara, narratrice esplicita della storia. Il rapporto della giovane coppia si logora ogni giorno tra aspettative deluse, sogni messi in cassetto, ideali crollati, frustrazioni derivate dalla mancata realizzazione. I due sono sempre più distanti impegnati l’una nello studio, da sempre suo rifugio, l’altro a combattere con sensi di colpa della militanza e dipendenze. Gli eventi precipitano e solo nella ricostruzione di Mara trovano un senso.

Il romanzo di Nadia scorre fluidamente, con grande maestria di stile e di coinvolgimento. Un tratto asciutto eppure pungente è capace di portare il lettore in una Sicilia splendida, vibrante, attiva che è quella della Messina sul finire degli anni di piombo.

In fondo bastava far finta di niente. Si specializzarono in silenzi opportuni,divennero complici e conniventi.”

La bellezza di questo romanzo è anche nel riproporre scenari e vissuti noti (le riunioni nelle case, le assemblee femministe, il confine tra impegno attivo e terrorismo etc) declinati nella realtà siciliana e vissute con le emozioni e le sensazioni dei due protagonisti. La narrazione è molto lineare e basta a scandagliare la difficoltà di rapporti e relazioni: emerge così la difficoltà comune di crescere e cambiare insieme,

L’incapacità di elaborare i vissuti, di progredire insieme, il conto che le esperienze presentano anche a distanza di tempo sono rappresentazioni universali stigmatizzate nelle vicende dei due protagonisti.

Un testo scorrevole, convincente, capaci di trasmettere alla fine di tanta turbolenza, il senso degli anni al contrario: mentre i genitori fanno i conti con il passato e cercano di rammendare un presente malconcio, Mara, crescendo, afferma la propria voce, la propria personalità. Nei suoi occhi grandi e scuri, attraverso cui la storia arriva a noi lettori, possiamo scovare in qualche modo i barlumi di quegli anni complessi, difficili e, in qualche modo, necessari.

PS sarò mai abbastanza grata all’autrice per aver dedicato spazio a “Violetta” e Giana Anguissola, splendide letture della mia pre adolescenza?

“l’esperienza è la somma di tutte le cazzate fatte”

L’autrice

Nadia Terranova (Messina, 1978) vive e lavora a Roma. Dopo aver scritto per l’infanzia e collaborato con diverse testate, ha esordito con “Gli anni al contrario” nella narrativa nel 2016.

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